domenica 3 gennaio 2021

Città dai mille nomi: "Perché Istanbul ricordi" di Ahmet Ümit

 
Ahmet Ümit Istanbul
Perché Istanbul ricordi
di Ahmet Ümit
Ronzani editore, 2020

Traduzione di Anna Valerio 

pp. 560
€ 18,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

 
Cosa potevo dirle? Eravamo ignoranti in storia. Passi per i Greci e i Romani, ma anche dell'Impero ottomano non sapevamo niente. Nonostante ciò, senza vergogna, ci vantavamo delle azioni eroiche dei nostri gloriosi antenati. (p.56)
 
L'ispettore Nevzat non si era mai reso conto di quanti luoghi storici e di interesse architettonico ci fossero nella sua città. Con il ritrovamento di un cadavere davanti al monumento di Atatürk, lui e la sua squadra devono iniziare a ragionare in fretta sulle fasi storiche di Istanbul perché, giorno dopo giorno, monumento dopo monumento, misteriosi assassini lasciano cadaveri con in mano monete che ne ripercorrono la storia. Dal mitico fondatore, re Byzas, passando per Costantino e Teodosio fino ad arrivare all'impero ottomano, questi omicidi sembrano strettamente legati al glorioso passato della città. Una città bella da spezzarti il cuore, Istambul, che sembra uscita da vecchie poesie e che deve combattere ogni giorno perché tutto il suo passato non venga sepolto sotto i fiumi di cemento della moderna speculazione.

Organizzato in sette parti, tante quante sono le fasi storiche affrontate e i relativi omicidi, il romanzo di investigazione di Ahmet Ümit presenta un ritmo di narrazione molto diverso da quello solito del genere. Sarà perché siamo abituati – almeno chi vi scrive – a storie di area europea o alle più adrenaliniche e serrate investigazioni statunitensi, ma Perché Istanbul ricordi conduce tutta la narrazione sulla ricerca degli indizi e dei sospetti, certo, ma lo fa intervallandola a lunghe divagazioni mitico-storiche. Le leggende e le vicende della città sembrano permeare tutti i personaggi. Da quelli più ovvi come la direttrice del museo Topkaki, Leyla Barkın, che fornisce consulenza storico-architettonica alla squadra di Nevzat, fino ai senzatetto, possibili testimoni, tutti sembrano avere incorporato parte della storia della città e sono pronti, come totem parlanti durante un giro turistico, a fornire leggende oltre che informazioni utili ai fini dell'indagine. In un poliziesco americano ci immagineremmo il detective tagliare corto, spazientito, nell'ascoltare di visioni di Costantino e delle malie dell'imperatrice Teodora, ma Nevzat e la sua squadra ascoltano e imparano, come se considerassero quei personaggi storici alla stregua di possibili sospettati. 
La stessa figura dell'ispettore Nevzat – narratore in prima persona della vicenda – esce dai canoni del genere. Anche lui ha un passato tormentato e doloroso visto che ha perso, in un attentato di cui era il destinatario, sia la moglie che la figlia, ma contrariamente ai suoi colleghi americani non è avviato a una china di autodistruzione. Pur con le sue difficoltà, ha una nuova relazione con una donna dolce e paziente – quasi al limite della figura angelicata –, coltiva le amicizie d'infanzia per quanto funestate da un altro lutto, e con i suoi sottoposti non è burbero e scostante. Anzi, si comporta come un padre bonario, più propenso a favorire la relazione amorosa tra Ali e Zeynep, i suoi fidi aiutanti, che non a impartire ordini. È un romantico Nevzat, senza quel tocco di cinismo e disincanto che tanti anni in polizia dovrebbero avergli regalato e senza convinzioni estremiste che una città bifronte come Istanbul potrebbe avergli fatto nascere.
Anche se abbiamo una religione diversa, radici diverse, o una diversa visione del mondo, siamo sempre e solo persone. (p. 153)
ragiona tra sé nello smorzare il fuoco del suo giovane braccio destro.
Questo apre le porte anche a un altro aspetto che, da lettori neofiti del genere, ci aspetteremmo: la durezza della polizia turca. Che sia pregiudizio o un semplice ripercorrere la storia contemporanea, ci si aspetterebbe una rigidità se non una violenza nel trattare con presunti colpevoli e sospetti che in questo romanzo passa molto in sordina. Ci sono accenni qui e là alle atrocità e ai massacri che hanno martoriato il paese; uno dei sospetti è accusato dell'omicidio di un maggiore americano in Afghanistan e si parla di torture; Ali, che incarna la parte estremista delle indagini ma più in virtù della sua giovane età e del suo carattere irruente che non per vere e radicate convinzioni, si spinge a dare uno schiaffo in fase di interrogatorio, ma più che allusioni e mezze affermazioni non compaiono. Anzi, il modo di condurre le indagini di Nevzat è improntato al massimo rispetto e all'empatia, quasi come se stesse cercando di capire, se non proprio giustificare, gli assassini. Perché emerge ben presto che il collante tra gli omicidi sembra proprio essere la città di Istanbul. 
Le nostre moschee, le nostre chiese, le nostre sinagoghe, le nostre cemevi erano tutte in questa città. Dunque, il fatto che fossimo degli esseri umani e che vivessimo a Istanbul erano due condizioni importanti che ci tenevano legati. (p. 153) 
È città stratificata, archeologicamente e socialmente, che ha visto nel corso dei millenni continui cambi di dominazione, strati di distruzione e di rinascita che non sembrano arrestarsi in epoca moderna dove tutto risponde alla legge del profitto e dell'urbanistica selvaggia. Ed è questo il nucleo di Perché Istanbul ricordi: innalzare un canto d'amore verso la città e ricordare a tutti i partecipanti a questa indagine, colpevoli e innocenti, la storia che giace sotto i loro piedi. Perché senza la conoscenza e la comprensione della storia siamo destinati a ripeterne gli errori. A dispetto di tutto è Istanbul che va preservata perché se lei sopravvive, allora c'è speranza di redenzione e salvezza anche per i suoi abitanti.

Giulia Pretta