domenica 13 settembre 2020

I "professori" di Marco Lodoli: nove racconti sui rapporti (dis)educativi

I professori e altri professori

di Marco Lodoli
Einaudi, 2003

pp. 125 
€ 9,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


È stato per puro caso che mi sono trovata tra le mani questa raccolta di racconti, poco nota e ormai certamente datata, di Marco Lodoli. I nove brani che la compongono, come del resto l’intero volume, hanno titoli piani, poco appariscenti e spesso puramente descrittivi (“Il professore di storia dell’arte”, “Il mister”, “Un maestro”, “I professori”) e la narrazione spesso trae spunto da un evento minimo e si conclude prima di aver esaurito l’itinerario esistenziale dei suoi protagonisti, come del resto deve accadere in ogni buon racconto. Sono solo frammenti di vita, dell’educatore o dell’allievo, e spesso la scuola è solo un’ombra lontana, non lo scenario principale. Chiunque può essere “maestro”: il padre che, ossessionato dal calcio e dai propri sogni, indirizza le scelte del figlio senza lasciargli alcuna libertà, un gruppo di barboni che in un parco filosofeggia sui massimi sistemi, l’istruttore di scuola guida che non la sua pacatezza apre nuove strade, letteralmente, per una giovane donna innamorata. E poi ci sono gli insegnanti veri e propri, quelli che operano tra le mura scolastiche ma la cui vita non si esaurisce lì. 
Lodoli è abile nel mettere in luce la dimensione profondamente umana del professore, la sua fallibilità, il modo in cui il vissuto scolastico può incidere sul privato. Claudio, docente di arte, conduce le sue giornate all’insegna della disillusione, del cinismo, della ripetizione di sterili rituali che coprono un enorme vuoto di senso. È solo in occasione della cena di fine anno che un incontro fortuito, un momento di rivelazione, lo obbliga a prendersi la responsabilità del proprio vivere, a percepire con una nuova intensità la realtà circostante. O, al contrario, ne “Il rinoceronte”, una studentessa fa una battuta infelice sulla sua professoressa, Roberta, che da quel momento inizierà a sprofondare in una spirale di rancore, di piccole rivincite meschine, in una metamorfosi ferina che finirà per danneggiare non solo lei, ma anche i suoi studenti (“La rovina cominciò con un gioco”, p. 97). Al centro di ogni racconto sta la profonda interrelazione tra l’esistenza degli insegnanti e quella dei discenti, il cui peso è spesso inavvertito dagli uni o dagli altri se non quando è troppo tardi, quando una parola di troppo, o una frase pronunciata con leggerezza, o un’azione compiuta sull’onda dell’istinto hanno avuto delle conseguenze irreversibili. In “Un maestro”, le “parole d’oro e di piombo” di un professore idolatrato, che vorrebbero essere semplicemente incoraggianti (“sii te stesso e vai fino in fondo”, p. 67) condizionano e finiscono per distruggere la vita di un ragazzo, gravato da troppo alte aspettative. In una lettera spedita a distanza di anni, diventato uomo solo, infelice e frustrato, questi rivela tutto il malessere, tutta la rabbia di chi ha costruito la propria identità su un fondamento errato e ne prende atto troppo tardi:
lei mi ha rovinato la vita, mi doveva mettere in guardia, maledetto, non doveva spingermi a essere me stesso fino in fondo: perché sul fondo di me stesso non c’è niente, solo pozzanghere e disperazione, e forse è così il fondo di tutti. Lei mi doveva insegnare una misura, indicarmi la strada che va piana tra le cose. (p. 75)
Lodoli dispiega una prosa di grande sensibilità, attenta al dettaglio che rischiara o si fa portatore di senso, ma non manca, a nessuno dei testi, un retrogusto dolce-amaro, una sottile malinconia che sa di cose perdute o non ancora raggiunte. In effetti, lo sguardo sulle vite dei personaggi è spesso ombroso, osserva e descrive situazioni non risolte, o magari addirittura non risolvibili, domande che non hanno risposta, tentativi di interpretare eventi che non hanno spiegazione se non nell’incessante fluire delle cose del mondo. Si intuisce una verità nell’impossibilità dei personaggi di dominare appieno le loro esistenze, nel bene o nel male, o nella ricerca di riscatti tardivi per cui si parteggia schiettamente, in ondate di empatia. Manca però, se non forse nel racconto conclusivo, uno sguardo luminoso sul ruolo di chi educa, o sul potere trasformativo e generativo dell’educazione, come sulla forza e le scoperte di chi apprende; manca una visione positiva, fiduciosa, di cui in questo periodo ci sarebbe tanto bisogno e che è quella che accompagna ogni anno, proprio in questo periodo, moltissimi insegnanti verso le loro aule.


Carolina Pernigo