martedì 15 settembre 2020

Dialoghi mancati di un passato non concluso: “La tarda estate” di Luiz Ruffato

La tarda estate
di Luiz Ruffato
La Nuova Frontiera, agosto 2020

Traduzione di Marta Silvetti

pp. 240
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«E mi trovo di nuovo qui, riannodati i fili che legano l’inizio e la fine» (p. 15)

È un viaggio a ritroso quello di Oséias, il protagonista e narratore in prima persona del nuovo romanzo La tarda estate dell’autore brasiliano Luiz Ruffato. Un cammino che collega la (sua) fine con l’inizio di tutto. Dopo venti anni di assenza, Oséias torna a Cataguases, cittadina brasiliana in cui è nato e cresciuto. La sua mancanza in paese lo ha trasformato in un fantasma che torna a visitare le persone che facevano parte della sua vita. La domanda ricorrente che gli verrà posta è: «perché sei tornato?». Dopo il divorzio con la moglie e l’allontanamento dal figlio Nicolau, Oséias vive come un nomade tra stanze di motel economici e viaggi in autostrada. Ma è forse la diagnosi di una malattia mortale che lo convince a tornare sui suoi passi, nel luogo in cui tutto è cominciato.

Al suo arrivo a Cataguases, tutto è uguale e diverso allo stesso tempo. Seguendo l'uomo per le strade e le piazze, la città ci viene mostrata come sporca, pericolosa, dominata dal traffico di droga e imbottigliata nel traffico urbano, caratterizzata dalla violenza contro i poveri e gli omosessuali, insozzata dall'inquinamento. Un paese che trasuda sconforto. In questo scenario degradato e in una sequenza temporale di sei giorni, Oséias visita uno per uno i fratelli che non vede dalla morte della madre: Rosana, intrappolata in un matrimonio infelice con Ricardo, imprenditore dai loschi affari; Isabel, povera fino all'osso; João Lúcio, alienatosi completamente dalla famiglia. Durante le rispettive visite, aleggia un fantasma sopra di loro: Lígia, la sorella che si suicidò all'età di quindici anni. I fratelli parlano, ma non si ascoltano. Ognuno, immerso nella propria sofferenza e nei problemi della vita quotidiana, riversa sull'altro le proprie afflizioni, senza ascoltare a sua volta: «Siamo pianeti erranti in quella casa, zio. Ogni tanto le nostre traiettorie si incrociano, quasi collidiamo. Anche se ci respingiamo, la nostra sopravvivenza dipende l’uno dall'altro» (p. 41). Da ciò si genera l’eterna solitudine dei membri della famiglia. Quella stessa incapacità comunicativa, noterà Oséias lungo tutto il romanzo, caratterizza ogni persona della città che faceva parte della sua infanzia: l’ex-fidanzata Marilda, il vecchio professor Mendonça, omosessuale, l’ex-compagno di scuola Marcim, il nuovo prete della parrocchia…

Questi alberi mi hanno vegliato, questo selciato ha accompagnato i miei passi… I muri hanno le orecchie, ma non la bocca. Se l’avessero, racconterebbero del bambino magro che volava per la città con la sua bicicletta Caloi verde, ingoiando il paesaggio. Padrone del tempo, ampliavo sempre di più gli orizzonti, senza sapere che questo spazio, dilatato, mi avrebbe fatto perdere la rotta, la testa, per poi, alla fine, sbarcare nello stesso identico luogo, ma così diverso che non riesco a ritrovare colui che sono stato, così come spesso non riconosciamo, nelle vecchie fotografie, i volti delle persone che abbiamo accanto. Attraverso la città come uno spettro. (pp. 99-100)

L’io narrante deve dunque confrontarsi con tutti gli altri “io” che (ri)appaiono durante la storia e con le loro differenze di classe sociale, genere, razza, etnia e religione. Ma soprattutto, con le ferite che questi portano incise sulla pelle e nell'anima. In questo modo, i traumi personali si incrociano con quelli collettivi, generando una polifonia di voci che gridano per essere ascoltate. È il dramma dell’alienazione e dell’incomunicabilità che Luiz Ruffato mette in scena in La tarda estate. Ogni personaggio esiste solo in funzione di se stesso e, intrappolato nel suo dolore, non riesce ad ascoltare le ferite degli altri. I dialoghi vanno a vuoto. Ognuno è centro della propria orbita, e nessuno riesce a salvare il prossimo.

Al dramma della solitudine si aggiunge lo straziante tentativo di fare pace con il proprio passato, con gli errori commessi, con le parole non dette, con gli abbracci non dati. Con i rimpianti. Oséias è intrappolato in un passato che non lo lascia andare e annega lentamente nei sensi di colpa legati al trauma della morte della sorella. La mancata comunicazione con i fratelli per riappacificarsi con i fantasmi della famiglia fa sprofondare Oséias sempre più in giù. Quelli che lo potrebbero salvare, al contrario, sono gli stessi che lo condannano. In questo modo, a Oséias non rimane che una manciata di ricordi tra le mani, come polvere dei resti del suo passato:

Non torneranno i pomeriggi in cui c’era solo la mitraglietta della macchina da cucire di mamma… Non torneranno le domeniche a mangiare pasta, quando papà aggiungeva acqua zuccherata al vino e lo dava da bere a noi bambini… Non torneranno le vacanze a Rodeiro, quando davamo una mano in campagna, dando colpi di zappa per finire presto il lavoro e tornare a giocare con i cugini… Lígia… Tutto crollò… Vagai senza meta, sprecando tempo, dilapidatore… E ora… (p. 192) 

In una storia febbrile, forte e intensa, che si legge tutta d’un fiato, il lettore sente sulla pelle la stessa angustia di Oséias, perseguitato dall'inesorabile scorrere del tempo delle lancette degli orologi che infestano il romanzo. In un dramma che ha il sapore di Aspettando Godot di Samuel Beckett, Luiz Ruffato ci invita a riflettere sul potere del dialogo come fonte di salvezza, per noi e per gli altri. E se José Saramago ha visto nella cecità umana l’impossibilità dell’empatia, La tarda estate diventa allegoria di una sordità collettiva in cui è sprofondata la cittadina brasiliana, la quale diventa l’immagine rimpicciolita dell’intera società del Brasile contemporaneo. O forse, del mondo contemporaneo?


Nicola Biasio


Visualizza questo post su Instagram

“I luoghi, gli alberi, le case sono gli stessi della mia infanzia, ma non i volti, non le auto, non le motociclette. Sono un fantasma spaventato che urta corpi che si muovono irrequieti per i territori del passato”. Dopo venti anni di assenza, Oséias torna a Cataguases, cittadina brasiliana in cui è nato e cresciuto. Tutto è uguale e diverso allo stesso tempo. In una sequenza temporale di sei giorni, l’uomo vaga per il paese per cercare di fare i conti con il proprio passato e con le vicende della sua famiglia. #LuizRuffato scrive un romanzo in cui l’io narrante, nel suo vagabondare tra i piani temporali, deve confrontarsi con tutti gli altri “io” che (ri)appaiono durante la storia e con le loro differenze di classe sociale, genere, razza, etnia e religione. Ma soprattutto, con le ferite che questi portano incise sulla pelle e nell’anima. In questo modo, i traumi personali si incrociano con quelli collettivi, generando una polifonia di voci che gridano per essere ascoltate, in un paesino brasiliano che diventa l’immagine rimpicciolita di un’intera società. “La tarda estate”, nuovissimo libro edito da @lanuovafrontiera, è un romanzo febbrile, forte e intenso, che si legge tutto d’un fiato e che ci fa riflettere sulla potenza del dialogo come moneta di scambio per condividere esperienze sofferte. @nicolabiasio_ lo sta divorando e presto potrete leggere la sua recensione sul sito. #Criticaletteraria #lanuovafrontiera #inlettura #inlibreria #Bookstagram #instalibri #bookstagramitalia #bookish #instalike #novitàeditoriali

Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: