lunedì 29 giugno 2020

"La strada di casa": Holt, per l'ultima volta

La strada di casa
di Kent Haruf
NN, giugno 2020

Traduzione di Fabio Cremonesi

pp. 194
€ 18 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

[…] e finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città. (p. 186)
Torniamo a Holt, per l’ultima volta. La strada di casa, di Kent Haruf, è stato probabilmente il libro più atteso durante il lockdown, ma quando finalmente lo abbiamo avuto tra le mani – è uscito il 18 giugno, come sempre per NN editore – quasi tutti credo abbiamo pensato di rimandare un po’ la lettura, proprio perché consapevoli che questo è davvero l’ultimo Haruf che ci capiterà di leggere. Certo, potremmo avere tra qualche anno qualche inedita sorpresa, vedi per esempio la recente scoperta di un racconto di Hemingway mai pubblicato prima, ma per il momento sappiamo che questo è davvero l’ultimo viaggio a Holt: pur essendo in realtà il secondo romanzo scritto da Haruf è l’ultimo appunto a essere pubblicato in Italia e a chiudere il cerchio. Per tutti quelli che hanno amato la scrittura piana, regolare, asciutta, di questo cantore dell’America rurale, la lettura si è mischiata in questo caso alla malinconia e forse è proprio il sentimento più adatto ad affrontare questa storia di sacrificio, perdita, abbandono e allo stesso tempo fiducia ostinata se non nell’uomo almeno nel destino. La cosa curiosa è che questo romanzo e i personaggi che lo compongono sono tutto e il contrario di tutto quello che ti aspetteresti da Haruf e dalle storie di Holt, l’immaginaria cittadina di provincia in cui ha ambientato molti dei suoi romanzi tra cui la celeberrima Trilogia della pianura che verrà subito dopo questo romanzo. È Holt, quindi, ma in parte diversa da quella che abbiamo conosciuto, che ancora si va delineando nell'immaginazione dell'autore, fino ad assumere la forma che ci ha conquistati, a diventare una comunità e un luogo più vero del vero. Un luogo dove le cose brutte, lo sappiamo, possono accadere, dove gli uomini sbagliano e la vita sa essere difficile, ma la comunità è quasi sempre coesa. Un luogo che è facile chiamare casa. Ecco, in questa storia Holt è un luogo forse meno letterario ma più simile alla realtà di tanta provincia - americana o meno - , dove si resta schiacciati da giudizi, ipocrisia, frustrazioni riversate su chi in qualche modo non corrisponde a quello che ci si aspetta. E dove c'è poco margine di errore, specie per chi arriva da fuori.
C’è del narratore che abbiamo amato quell’uso misurato della parola, un cantare lento, scarno eppure assolutamente puntuale nel creare la vita sulla pagina, magistralmente reso dal suo traduttore italiano, Fabio Cremonesi che libro dopo libro ha dato voce ad Haruf. C’è, inaspettata, la caparbietà e la fierezza di un personaggio che pagina dopo pagina assume sempre più contorni definiti, mentre altri intorno a lei – sì, perché in questo caso parliamo di una donna, nuovamente, in cui ritrovare un'eco leggera di Edith di Vincoli – sbiadiscono. C’è la coralità, tra i tratti più caratteristici di Haruf, il racconto che dalla strada principale svia per portare il lettore dentro altre piccole storie corollarie, la comunità che ancora una volta si fa partecipe – non sempre in maniera positiva – del dramma dei protagonisti, una storia che è quindi tante storie.
Il punto di vista da cui l’autore sceglie di narrare la vicenda al centro de La strada di casa si fa pagina dopo pagina più soggettivo e lo scopriamo non solo interno alla vicenda ma protagonista stesso, con tutto ciò che tale scelta comporta, eppure Haruf riesce già a mantenere il controllo sui propri personaggi, osservarli in equilibrio fra distacco e accorata partecipazione, ma senza mai cedere a facili giudizi sull’uno o sull’altro degli attori in scena.

Haruf ha sempre amato i suoi personaggi, qualcuno più di altri, ma anche nei confronti di quelli più negativi ha saputo trasmettere al lettore una narrazione onesta, libera da giudizi e influenze autoriali. Siamo noi, da questa parte, ad avvicinarci sempre più a quelle vite ordinarie, a saggiarne il peso delle scelte, la fatica quotidiana, il sacrificio, i piccoli dolori privati, ad affezionarci a qualcuno di loro – il cuore va subito ai fratelli McPheron, probabilmente i personaggi più riusciti di tutto l’universo letterario di Haruf, ma anche ad Addie, Louis, Edith – e lo facciamo anche stavolta, in una forma inaspettata. Perché il protagonista di questa storia o almeno il primo personaggio a comparire sulla scena e intorno a cui tutto si sviluppa, è causa di sentimenti contrastanti: “l’inganno” di Haruf sta nel farci avvicinare a Jack Burdette, simpatizzare con questo povero disgraziato che non ha avuto forse vita facile, ma che possiede un certo carisma, è un atleta di discreto successo, da giovane si mette in qualche guaio e strazia il cuore della ragazza che lo ama, ma, in qualche modo gli si perdona ogni passo falso, ogni errore. Ha davvero talento, Haruf, in questo gioco, anche perché Burdette lo capiamo subito, al suo ritorno ad Holt da cui prende avvio la narrazione, l’ha combinata davvero grossa. Che cosa sia successo davvero lo scopriremo solo in seguito, quando il castello di carta via via crolla e anche noi, un tempo affascinati da quel ragazzone di provincia, iniziamo a intravedere le crepe.

Ecco, allora, che ci si rivela in tutta la sua bellezza il personaggio più tragico e intenso di tutto il romanzo, forse quello cui inizialmente non avevamo dato particolare peso – meno ancora al narratore e qui sta l’altro sbaglio – e che, invece, si dimostra uno dei personaggi femminili più belli nati dalla penna di questo scrittore di provincia, verso la quale si prova una profonda compassione. Jessie, la “straniera”, la donna che neanche due giorni dopo essersi conosciuti diventa la moglie di Burdette e si trasferisce con lui a Holt, accendendo prima la curiosità e poi una certa ostilità per la sua riservatezza, nei suoi concittadini.
Lei era l’esatto contrario di ciò che la gente di Holt pensava che fosse. In altre parole era l’esatto contrario di ciò che la gente di Holt pensava che avrebbe dovuto essere. (p. 89)
È lei a restare, contro ogni previsione, quando Jack Burdette si rivela per quello che è veramente, quando combina un guaio troppo grande anche per lui. Jessie resta a Holt, raccoglie i cocci della propria famiglia, patisce con assoluta dignità la rabbia malcelata di tutta la comunità ingannata proprio da uno dei suoi ragazzi, subisce le offese. Resiste, semplicemente ma meno passivamente di quanto facesse Edith, per tornare ancora una volta a Vincoli. C’è una grazia dietro quell’apparente rassegnazione, che a uno sguardo attento rivela invece una forza, una capacità di resistenza fuori dal comune. Perché in fondo sarebbe così facile per lei andarsene da Holt, recidere ogni legame con Burdette e quella comunità che non ha saputo accoglierla.
Sembrava che volesse rimanere a Holt, che avesse i suoi buoni motivi per tenere duro. Pareva determinata a reagire a quello che le stava capitando nel suo modo tranquillo e silenzioso, come se l’opinione che aveva di sé dipendesse solo da questo. Come se stesse tentando di dimostrare qualcosa. (p. 125)
Spinta da ragioni tutte sue, Jessie invece resta. Si mette ai margini, letteralmente, affittando una casa per sé e i propri figli quasi al confine della città, ma da cui osservare la vastità della pianura e magari intravedere anche le montagne in lontananza. Sfida i pettegolezzi, il disprezzo malcelato, si trasforma in un’eroina tragica e consuma il suo dramma personale in una delle scene più brutali di tutta la narrativa harufiana. Questa piccola donna, abbandonata, caparbia, fiera, sfida uno per uno gli abitanti di Holt. Jessie è una rivelazione per il lettore, la sua tragedia uno dei punti più intensi della narrazione.
La gente di Holt pensava che a quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò. (p. 140)
Alla vicenda di Burdette e Jessie, si diceva, si intrecciano quelle degli altri personaggi di questa storia, alcune sullo sfondo solo accennate – ma non meno importanti e tragiche – , altre più strettamente legate, come quella di Pat Arbuckle, narratore e punto di vista sulla vicenda. Pat, uno dei più vecchi amici di Burdette, subentrato al padre nella direzione del quotidiano locale, l'Holt Mercury, coinvolto in modo molto personale nel dramma che si va delineando con sempre maggior precisione pagina dopo pagina. Pat, che porta lui stesso i segni di antichi drammi personali, un matrimonio naufragato e un dolore lacerante da cui non si è mai ripreso. 

Ne La strada di casa Haruf racconta la vita anche nelle sue pieghe più tragiche, che si aprono talvolta a brevi istanti di misurata felicità, lampi che proprio per la loro fugacità e apparire inaspettato risultano ancor più folgoranti. Lampi, appunto, in vite che molto spesso scivolano via ordinarie, pallide, un lento fluire. Ci sono rapporti famigliari complicati, legami recisi con violenza, incomprensioni e piccole profonde frustrazioni quotidiane che possono durare una vita se non si ha l’opportunità o la forza di allontanarsene; c’è una comunità che sa farsi coesa e partecipe del dolore di chi ne fa parte, ma allo stesso tempo giudicare impietosamente ed escludere chi non ha accettato; c’è il matrimonio, fonte inesauribile di riflessioni e tragici ritratti letterari, sulle cui mancanze non ci si interroga, perché così è andata, semplicemente; c’è la brutalità di certe scene che irrompe sulla pagina, raccontata senza tradire quello stile piano che contraddistingue l'autore. Questo, è il pezzo di mondo narrato da Haruf, in cui certe cose purtroppo accadono e non sempre è possibile trovare una ragione, come non c'è nella vita reale. Talvolta le cose vanno bene, alcune vite scorrono piane, altre sono increspate da onde di burrasca e poco o niente si può fare per impedirlo, forse si può solo aspettare che passi, trovare il modo per non perdere del tutto l'equilibrio e la fiducia, perché c'è sempre, almeno nella mia personale lettura dell'opera di Haruf, un attimo di umanissima comprensione e grazia. 

Ma, si diceva anche, La strada di casa è tutto e il contrario di tutto quello cui l’autore ci ha abituato. Perché, per esempio, si avverte da un certo punto in poi un ritmo più incalzante rispetto alla narrazione caratteristica di Haruf, che qui sceglie di costruire una storia in tensione crescente. Non è “soltanto” racconto di uno spaccato di mondo, delle crepe e della luce della vita di provincia in quell’America rurale tanto sapientemente tratteggiata negli altri romanzi, qui l’autore sembra divertirsi nell’inventare una trama in cui non mancano i colpi di scena, un tratto abbastanza inedito – perlomeno in questa versione – nella sua produzione letteraria. Jack Burdette è un mistero sempre più fitto e Haruf sa come legarci alla storia per seguirne gli sviluppi. Tutto quello che c’è intorno è, appunto, Haruf al suo meglio. Un’ultima considerazione su questo narrare inedito è proprio data dal finale, che ovviamente non sveleremo: un finale che, personalmente, ho trovato molto bello ed efficace, per lo spazio lasciato alle considerazioni del lettore e un certo grado di speranza. È, forse, proprio lì, in quell’ultimo brano, che riesce infine ad entrare la luce.




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