sabato 6 giugno 2020

Il buio e altre storie d'amore: una raccolta di racconti di Deborah Willis

Il buio e altre storie d'amore
di Deborah Willis
Del Vecchio editore, dicembre 2019

Traduzione di Costanza Fusini, Paola Del Zoppo, Michela Sgammini

pp. 304
€ 18 (cartaceo)
€ 7,99 (ePub)


Primo: “Il buio e altre storie d’amore” è una raccolta di racconti, tredici per la precisione, nel senso più tradizionale del termine; non un “romanzo per racconti”, etichetta interessante per un genere che io stessa apprezzo ma che talvolta rischia di essere pura mossa di marketing.
Secondo: Deborah Willis dimostra di possedere abilità tecnica e sensibilità narrativa, creando sulla pagina storie che sorprendono tanto per precisione compositiva che per profondità.
Terzo: il difetto principale di questa raccolta non è imputabile all’autrice, anche se alla fine è l’armonia delle storie a farne le spese per colpa dei troppi refusi riscontrati.
Sorvolando sul terzo punto – tirata d’orecchi alla casa editrice Del Vecchio che normalmente è piuttosto attenta anche a queste cose – , “Il buio e altre storie d’amore” è una raccolta decisamente interessante, con la quale Willis conferma l’entusiasmo di critica e pubblico per la prima raccolta pubblicata, “Svanire”. In mezzo alle storie, dopotutto, la scrittrice canadese ci è cresciuta, lavorando per anni nella leggendaria libreria Munro’s di Victoria – si, proprio quella fondata nel 1963 da Jim e Alice Munro, all’epoca sposati – pubblicando racconti sulle più prestigiose riviste letterarie canadesi e statunitensi che le sono valsi il sostegno di autori del calibro della stessa Alice Munro.
In questa raccolta, si diceva, Willis riesce abilmente a fondere precisione tecnica e intensità narrativa, in storie spesso attraversate da humor nero e un velo di malinconia eppure sempre illuminate da squarci sul possibile. Una raccolta variegata e forse per questo la traduzione è stata affidata a tre nomi differenti, che abilmente riescono comunque a fondersi in quella di un’autrice capace di spostare continuamente il punto di vista dal femminile al maschile, da un’adolescente a un uomo di mezza età. Dai maestri della forma breve, Willis deriva la capacità di costruire incipit folgoranti che fanno entrare il lettore direttamente al cuore della storia, contrapposti talvolta a finali giocati su un buon grado di indefinitezza, quella stessa che ricorre dentro ogni storia o quasi, in cui quella emersa è solo la parte minima dell’iceberg e il non detto o solo accennato risulta ancor più carico di senso e importanza di quanto a prima vista appare sulla pagina. E anche quando in un racconto Willis tenta di racchiudere una vita intera a discapito del frammento, del particolare, su cui si fonda la short story, lo spazio bianco e quel certo grado di indefinitezza dominano la pagina con il loro carico di inespresso.

Tra realtà, momenti onirici e surreali, Willis racconta di affetti e mancanze, dipendenze e solitudini che straziano, di perdita, di desiderio di fuga, di identità e straniamento, talvolta accarezzando i drammi più profondi, in bilico tra storia privata e memoria collettiva. All’apparenza una sovrabbondanza che, tuttavia, per una volta non è eccessiva, non soffoca, proprio perché contenuta dentro la forma racconto e perché, scavando appena sotto la superficie, è possibile riconoscere alcune chiavi di lettura con cui orientarsi tra le pagine, quali spunti ricorrenti. Su tutti, l’amore, nelle varie forme che può assumere, a partire dall’amicizia:
Fu la cosa più vicina all’amore a prima vista che abbia mai provato. (sull’amicizia, “Il buio”, p. 9)
“Il buio”, racconto di apertura che da il titolo alla raccolta, delinea già perfettamente le tematiche che ricorreranno da una storia all’altra, tra cui appunto l’amicizia durante quella particolare fase della vita in cui l’infanzia lascia violentemente il posto all’età adulta. I segreti da condividere, le scoperte, il desiderio di avventura e proibito, giocare a essere adulti ma scoprirsi vulnerabili, soli. Le inquietudini di quell’estate dei tredici anni tornano nel ricordo a distanza di anni e una vita in mezzo o, più probabilmente, non sono mai del tutto sparite, ma si sono incise come segni indelebili.

Il buio della notte che ispira avventure proibite è metafora di un’oscurità che attraversa ogni pagina di questa raccolta: zone d’ombra dove si celano frustrazioni e quotidiane solitudini, la maledizione di una dipendenza che si tramanda di padre in figlio, l’incapacità di prendersi cura di qualcun altro.
Rimase quasi un anno, e quando a settembre se ne andò, sentii la sua mancanza e pensai che fosse colpa mia, ma non ci piansi. Qualche anno dopo, feci quello che fanno tutti gli adolescenti, e presi a odiarlo. Poi provai a diventare lui. Ora chiama di tanto in tanto e parliamo da amici, due uomini con lo stesso cognome. (“Io sono Optimus Prime”, p. 180)
Il buio sono case vuote dove due ragazzine si introducono di nascosto in un gioco pericoloso che è anche scoperta dell’altro, violato nell’intimità della casa che nasconde antichi dolori. Ma è anche un’oscurità profonda che si fa concreta, un buco sempre più grande nel pavimento e un matrimonio che vacilla. Sono racconti in bilico fra piani temporali diversi, sospesi tra passato e spiragli su ciò che sarà, sulla forma che prenderà la vita adulta o su quello che Willis vuol farci credere potrebbe essere ma non è detto sia davvero quanto mostrato. Ecco, perché in fondo in ogni storia si apre una fessura, una possibilità di quello che potrebbe essere, così vicino ad essere realizzato: un uomo con un passato di dipendenza che cerca di rimettere ordine alla propria vita per essere un padre, una coppia in equilibrio tra perdersi e ritrovarsi, un’intuizione che potrebbe salvare.

Sono storie di fughe e desiderio di libertà, si diceva, non sempre possibili e di diversa natura, ognuna però in qualche modo sofferta: la fuga dagli orrori del passato di cui si portano indelebili i segni sul braccio, traumi che le parole non possono esprimere e che trovano sulla pagina fugace espressione, a sottolineare il peso di ciò che non viene detto; la fuga verso la propria idea di libertà e di amore, l’incontro con altri tipi di solitudini; la ricerca della propria indipendenza, che provoca rotture e incomprensioni ma che diviene libertà e una vita su misura; l’alcol e la droga come fuga dalle proprie mancanze e fragilità.
Perché amiamo chi amiamo? E perché l’amore muore? (“La mia ragazza su Marte”, p. 58)
Willis esplora le relazioni e i sentimenti, dall’amicizia all’amore, rappresentate nelle sue intime sfumature, nei non detti ancora una volta, nella quotidianità ordinaria, mentre i piani temporali si intrecciano e confondono, abbattendo le regole dello storytelling per inchiodare alla pagina il lettore che osserva queste vite che si rivelano e se ne fa partecipe, lo sguardo intimo e privo di giudizi dell’autrice a legare le storie. Uomini e donne, per lo più dentro lo spazio limitato e talvolta soffocante della vita di provincia, con i quali non è importante riconoscersi quanto “sentire”: sentire il rumore assordante che può fare il silenzio, la voragine di una mancanza e l’attesa, lo scorrere lento del tempo di una vita come tante altre, il senso di straniamento che toglie il fiato. Vite e relazioni imperfette, proprio per questo reali.


Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: