lunedì 8 giugno 2020

#IlSalotto - La sfida della molteplicità per raccontare la complessità del presente, una conversazione con Alfredo Palomba


Quello di Alfredo Palomba è un esordio ricco di conferme: segnalato al XXX° Premio Calvino, proposto da Antonella Cilento al Premio Strega 2020, è stato accolto con lo stesso entusiasmo da editor, critici e lettori.

Leggere Teorie della comprensione profonda delle cose, pubblicato da Wojtek (giovanissima casa editrice che ci sta abituando a proposte di notevole qualità), vuol dire entrare in una dimensione dove dominano ironia arguta e molteplicità: il romanzo è animato da diversi personaggi (un moderno don Chisciotte strafatto, un dodicenne geniale, un poeta da strapazzo che incarna il peggio dell’esordiente, l’autore di un blog che viene chiuso più volte per i suoi contenuti, solo per citarne alcuni); comprende una pluralità di generi come il saggio, la narrativa e piacevolissime pagine in una lingua anticata da romanzo cavalleresco, e non manca la metafiction, dove la finzione letteraria e le sue quinte vengono svelate in modi sorprendenti; a questa varietà di voci e di generi corrispondono altrettanti registri: quello aulico e letterario accanto a quello colloquiale.

Cercare di cogliere qui una tale complessità sarebbe come mettersi tra due specchi e spiare il numero di volte che il nostro riflesso si ripete. L’unica è leggere questo esperimento letterario riuscito, godere della scrittura – oltremodo consapevole –, e della follia, confidando ciecamente nel fatto che l’autore riesca a governare gli innumerevoli fili che ha per le mani.
Per addentrarci ancora meglio nel suo laboratorio, ho chiesto al diretto interessato, che svela anche succosi particolari sul suo prossimo lavoro.

Quand’è che hai cominciato a riflettere seriamente sulla trama e sulla struttura del romanzo? 

La genesi di Teorie è piuttosto complessa, credo di aver preso appunti mentali per tutto il triennio durante il quale ho frequentato un dottorato in Letterature Comparate, che corrisponde anche al periodo in cui, da un lato, ho portato avanti appassionati studi sul postmoderno e, dall’altro, ho perso interesse nel praticare la speculazione critica e mi sono deciso a passare alla narrativa. Così, il giorno dopo aver consegnato la tesi mi ero già messo al lavoro sull’idea del romanzo che intanto aveva preso forma, ed ecco ciò che sapevo: dovevano esserci i materiali di un vecchio blog che mi era stato chiuso diverse volte, negli anni, per via dei suoi contenuti; doveva esserci una storiaccia di gelosia feroce della quale ero stato vittima, da parte di un ex amico con velleità di poeta e scrittore e nessun talento; doveva esserci un don Chisciotte con le sembianze di un disadattato che, quando ero piccolo, faceva danni a Pompei, la città della mia infanzia; dovevano esserci tonnellate di metafiction; dovevano esserci dei veri e propri saggi; dovevano esserci scontri medievali; doveva esserci un buco nero. Volevo però non solo che tutta questa roba ci fosse ma che si tenesse, e che l’insieme facesse parecchio ridere. Insomma, avevo deciso di esordire con un romanzo che, verosimilmente, nessun editore avrebbe mai pubblicato


Leggendo Teorie viene da enumerare diversi libri che hanno contribuito alla scrittura del tuo, dicci quelli che non riusciremmo mai a indovinare: esiste un libro insospettabile per i lettori che ti abbia fornito uno spunto o una buona idea per risolvere un nodo? 

Penso, tra gli altri, a Il senso della fine di Frank Kermode, in cui si sostiene che tutto il dipanarsi di una storia sia governato e sostanziato dalla sua fine, oppure Il buco nero al centro della nostra galassia di Fulvio Melia insieme a un volume etnografico, di cui non ricordo il titolo, sulla storia dell’Agro nocerino-sarnese, che ho compulsato nella biblioteca di Scafati, prendendo molte pagine di appunti, utili a scrivere saggio sulla storia di Paesone. In quei giorni mi è venuta l’idea di inserire l’episodio della torre di Paesone – corrispondente alla torre medievale di Scafati, abbattuta nell’Ottocento ma presenza ricorrente in Teorie – che galleggia nello spazio, attratta da una singolarità. La bibliografia occulta, non narrativa, che mi è occorsa per scrivere il romanzo è amplissima e diversificata. Ho dovuto leggere o consultare saggi di astrofisica, sociologia, antropologia, storia medievale e locale, la bibliografia italiana su Athanasius Kircher: mi ci sono voluti letteralmente mesi di letture e studi e schedature. Mi spiace non essermi segnato tutti i titoli dai quali ho preso spunti o informazioni necessarie alla stesura. 

Nella sua riflessione sulla molteplicità, Calvino racconta del «romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo». Trovo che queste parole si addicano anche alle tue pagine e vorrei chiederti da dove arriva la scelta della molteplicità nel tuo romanzo. E soprattutto, pensi che sarà una cifra stilistica costante nella tua scrittura? 

Le parole di Calvino definiscono con esattezza la mia idea di romanzo e quel che ho provato a fare con Teorie. Volendo parlare di un mucchio di cose molto diverse tra loro e a volte anche lontane nel tempo, ho capito che la sfida era non tanto scriverne, quanto metterle insieme in un unico contenitore, per forza di cose complesso ma che allo stesso tempo potesse gestire tutta questa molteplicità in maniera coerente, non contraddittoria. Il rischio di creare un’accozzaglia mi ha ossessionato, il lavoro più duro è stato proprio arrivare a un caos controllato, a un diagramma narrativo in cui il disordine fosse solo apparente e tutto il marasma messo sul piatto rispondesse a una geometria razionale. Peraltro, non è detto che io non ripeta in futuro un approccio polifonico e composito al romanzo ma solo se sarà funzionale alla storia, così com’è stato per Teorie. Lì la varietà è una necessità, non un vezzo. Il mio secondo manoscritto, consegnato da un paio di settimane a Maria Cristina Guerra di “Grandi & Associati”, è radicalmente diverso: laddove Teorie è esplosivo e abbisogna di molte voci per provare a raccontare la complessità del presente, quest’ultimo è un racconto in prima persona, a tinte horror, cupissimo, a modo suo letterario ma quasi di genere e dalla struttura non complessa. E sto cominciando a pensare a qualcosa di ancora diverso rispetto ai primi due, che recuperi certe forme del comico presenti in Teorie ma abbia un impianto romanzesco ‘classico’, in terza persona. 

In che modo l’aver lavorato a Teorie ha influito sulla stesura del tuo secondo romanzo? Ti ha dato la possibilità di correggere posture sbagliate o di sperimentare metodi riusciti? 

Teorie e il nuovo manoscritto hanno molto poco in comune, se non una tendenza al grottesco che, in effetti, è connaturata alla mia scrittura. L’uno è centrifugo, comico, polifonico, ha un movimento quindi espansivo, l’altro procede invece in verticale, è uno scavo radicale e profondo nella psicologia del protagonista, che si sente circondato da una realtà avvertita come tragica, vieppiù bestiale, ostile. Questa seconda prova nasce, tra l’altro, da un racconto – la cui idea mi è venuta durante una conversazione con lo scrittore Andrea Zandomeneghi – a cui ho lavorato per un mese, standoci anche male fisicamente. Diverso tempo dopo averla conclusa, pensavo ancora a quella storia, sentivo di non essermi distaccato dal suo protagonista e dal modo di raccontare che lo caratterizza, così ho deciso di tornare a lavorarci, nonostante trovassi difficile e stancante gestire tutta la crudeltà che ne è scaturita. Sarei curioso di conoscere l’effetto del nuovo romanzo sui lettori di Teorie

Umberto Eco ha scritto una breve riflessione intitolata Perché Kircher? Racconta di averlo incontrato quando ha sfogliato i suoi libri; stava raccogliendo materiale per una Storia figurata delle invenzioni. Descrive una fascinazione per lui molto simile a quella che tu evochi nel romanzo, così ti chiedo: perché Kircher? 

Anzitutto perché Kircher è uno sconfitto dalla Storia, ma uno sconfitto di immenso genio. Il suo tentativo, in un’epoca in cui ormai andava affermandosi il metodo scientifico di un Galileo o di un Newton, è stato, appunto, quello di offrire una “teoria della comprensione profonda delle cose”, un paradigma teologico – Kircher era un padre gesuita – in cui tutto fosse collegato, una sorta di modello paranoide il cui Grande Fratello fosse Dio e in cui tutto, dai miti antichi alle scienze ai geroglifici ai fossili, insomma tutto quanto si potesse trovare sulla Terra, fosse il frammento di un mosaico più grande. Inoltre era un illusionista, un geniale inventore di marchingegni inutili, uno che era capace di fraintendere del tutto il significato dei geroglifici (dando comunque a bere ai contemporanei le sue capacità di egittologo) e allo stesso tempo intuire con largo anticipo l’esistenza delle macchie solari o il modo in cui si diffondono i virus. Kircher è la metafora potentissima del fallimento di ogni teoria generale, di ogni costruzione forte di senso, e tuttavia il suo tentativo di mettere ordine nel caos è stato tanto più eroico e poetico, in quanto il gesuita ha assistito in vita allo smantellamento della visione teologica a cui si era affidato. Anche quanto ti dicevo prima sulla struttura di Teorie c’entra con Kircher: per la sua ambizione frustrata a un enciclopedismo cosmico, per la mania di accumulare i più disparati frammenti di realtà e desumerne una teoria generale, era il personaggio perfetto da inserire in un romanzo composto come una sorta di mosaico di elementi kircherianamente comunicanti. 

Veniamo allo spazio. Nel leggere romanzi e racconti di autori delle tue parti ho notato la stessa costante: le tracce che questi luoghi hanno lasciato sulle vostre pagine intrigano non poco, in particolare il Sarno. Raccontaci questo sentire dal tuo punto di vista. 

Discutevo qualche settimana fa con l’amico Andrea Donaera, su quanto la provincia e la sua anonima ferocia vadano a incistarsi nelle storie che gli scrittori della nostra generazione, e non solo, stanno raccontando negli ultimi anni; nel caso della provincia evocata in Teorie, la mia provincia, seppur epurata di quei localismi che nella letteratura italiana mi irritano quasi sempre, il Sarno è un elemento imprescindibile, come anche nei Racconti di Juarez del Sud di Luca Mignola. In Teorie il fiume assume l’antico nome di Scafato ed è un’entità che a tratti pare viva, malevola. Il Sarno è il fiume più inquinato d’Europa e i suoi effluvi sono ben presenti nella memoria olfattiva di chiunque, come me, è nato e cresciuto in queste zone. Quando ero piccolo, poi, un mio zio si uccise gettandosi nel fiume, il che credo mi abbia segnato. Anche nel nuovo manoscritto compare un fiume, il Montone, la cui caratterizzazione è ancora più spinta dal punto di vista della minacciosità e della malia.

Virginia Woolf scrisse che tenere un diario l’aiutava a «sciogliere le giunture». Di cosa potresti dire lo stesso? 

Ho tenuto un blog per diversi anni, parte del quale, come sai, è infine confluito in Teorie. Dopodiché, dal 2013, ho cominciato a scrivere per alcune riviste letterarie (soprattutto “Crapula Club”, ormai chiusa). C’è un interessante dibattito aperto intorno alle riviste letterarie, che si potrebbe ridurre alla questione: le riviste fungono solo da “palestra” per gli autori esordienti, dunque sono un mero contenitore dal quale l’editore di turno potrebbe pescare qualche fortunato, o sono piuttosto un “dojo”, hanno cioè dignità di per sé – in questo senso, segnalo la pubblicazione ancora in corso su “Verde Rivista”, animata da un branco di talentuosissimi farabutti, di un romanzo a puntate di Andrea Frau – e non si limitano a essere un luogo di transizione, una sorta di Purgatorio degli scrittori? C’è da dire che, negli ultimi anni, si è assistito a una differenziazione delle riviste, molte delle quali hanno raggiunto un’identità ben definita sia nella veste grafica sia nella linea dei contenuti, quindi la seconda ipotesi pare accreditata sebbene è indubbio che siano tenute d’occhio da una certa editoria, soprattutto editori medi e piccoli, quelli che più si arrischiano a scommettere sulle cosiddette “nuove voci”. 

Consigli di lettura per questo strano, incasinato momento storico?

Mi ricollego al discorso precedente, visto che da due o tre anni a questa parte mi pare si stia assistendo a una nuova “bolla degli esordienti”, un vero e proprio ricambio generazionale o, comunque, all’entrata sulla scena – se di scena si può parlare – di molti scrittori e scrittrici sulla trentina, al loro primo o secondo libro: facendone parte e avendone conosciuti diversi di persona, negli ultimi mesi ho letto tanta della nuova narrativa italiana, che a mio avviso sta vivendo un momento di grande vitalità. Consiglio, perciò, i romanzi di Andrea Zandomeneghi, Alfredo Zucchi, Alessio Forgione, Emanuela Cocco, Orso Tosco, Andrea Donaera, Claudia Petrucci, Roberto Venturini, Ilaria Palomba, Giovanni Bitetto e Marta Zura-Puntaroni, diversissimi tra loro e tutti meritevoli. Nei prossimi mesi, poi, ho intenzione di leggere Il coltivatore del Maryland e Giles ragazzo-capra di John Barth e l’autobiografia di P.T. Barnum, che sospetto possano aiutarmi a definire la ‘voce’ per il romanzo a cui sto cominciando a pensare e che vorrei fosse piuttosto lungo, picaresco, grottesco, avventuroso, comico e sorretto tanto dallo stile quanto dalla trama, elemento che spesso si tende, colpevolmente, a trascurare. È probabile che non riuscirò a scriverlo o che ci vorranno dieci anni, come minimo.

Intervista a cura di Lorena Bruno



Visualizza questo post su Instagram

Segnalato al XXX° Premio Calvino e proposto da Antonella Cilento al Premio Strega 2020, "Teorie della comprensione profonda delle cose" @wojtekedizioni è il romanzo d'esordio di @alfredopalomba. . Se vi piacciono i romanzi animati da personaggi improbabili che apparentemente non hanno nulla in comune; se vi piace che il registro sia vario, letterario e divertente insieme; se andate pazzi per la metafiction e per quelle storie che quando provate a raccontarle pensate subito che non rendete mai giustizia al libro, allora questo fa per voi. . Affrontare in modo esauriente la complessità di #Teorie in una recensione sarebbe stato impossibile, allora la nostra @_lorenabruno_ ha intervistato l'autore per saperne di più su come nasce questo romanzo, sulla difficoltà di gestire la molteplicità di voci, sulle letture indispensabili alla stesura del testo e piccole anticipazioni sul suo nuovo lavoro. Sarà online domani l'intervista su #CriticaLetteraria! . #wojtekedizioni #AlfredoPalomba #instabook #bookstagram #booklover #bookworm #bookaholic #bookporn #bookreview #consiglidilettura #librichepassione #libromania #librisulibri #bookish #instabook #instalibro #bookstagramitalia #bookphotography #bookstagrammer #bookaholic #bookobsessed #metafiction
Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: