venerdì 22 maggio 2020

Il potere della lettura in una rossa chiave pulp secondo Haruki Murakami: "La strana biblioteca"

La strana biblioteca
di Murakami Haruki
Einaudi, 17 novembre 2015

Traduzione di Antonietta Pastore
Illustrato da Lorenzo Ceccotti 

pp. 73
€ 14,25 (cartaceo con copertina rigida) 
€ 9,99 (ebook, formato Kindle) 

Nella biblioteca regnava un silenzio assoluto, più profondo del solito. Mentre avanzavo sul linoleum grigio del pavimento, le mie scarpe di cuoio nuove di zecca scricchiolavano in maniera strana, non mi parevano neanche le mie. Ogni volta che metto delle scarpe nuove, mi ci vuole un po' di tempo per abituarmi al loro suono. Al banco dove si prendevano i libri in prestito era seduta una donna che non conoscevo, assorta nella lettura di un volume molto spesso. Spesso e largo. Dal movimento dei suoi occhi, sembrava che col sinistro leggesse la pagina di sinistra, col destro quella di destra. [Incipit di “La strana biblioteca” di Haruki Murakami]
Se fosse un film “La strana biblioteca” sarebbe diretto certamente da Quentin Tarantino.
Invece è un breve racconto pulp in cui semplici descrizioni tipiche di Haruki Murakami si fondono con il caratteristico stile onirico nipponico. E per collante, a stupire il lettore, si scopre quel strano tocco pulp americano degli anni '20, insaporito dalle magistrali illustrazioni di Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ. 

La sinossi. Un giovanissimo studente, poco più che bambino, dal rientro da scuola decide di passare in biblioteca per rendere gli ultimi due libri letti e prenderne di nuovi. Nel cammino gli sovviene la curiosità su come fossero riscosse le tasse ai tempi degli Ottomani. Un'impiegata annoiata prende in consegna i libri e lo spedisce dritto dritto alla stanza 107, in fondo al corridoio, per richiedere i nuovi libri. Ad accogliere il piccolo e curioso lettore c'è un vecchio che gli consegna ben tre libri sulla riscossione delle imposte nell'Impero Ottomano, ma a un patto: che li legga in biblioteca, dato che tali grossi volumi non possono uscire dallo stabile. Lo studente in tono sommesso protesta, asserisce che manca soltanto mezz'ora alla chiusura della biblioteca e, soprattutto, sicuramente la mamma lo aspetta per cena. Da quando, da molto piccolo, è stato morsicato da un cane nero, ella al minimo ritardo si preoccupa. È proprio lei che gli ha insegnato a rispettare le date, a non fare ritardo ma anche a non mancare di rispetto alle persone. Infatti il giovane cede alle richieste del gentilissimo anziano e decide di rimanere a leggere per qualche minuto i libri in sede. Viene così condotto dal vecchio in una stanza lontana, una presunta sala di lettura che si rivela essere una cella. Il giovane viene sequestrato e a fare da carceriere c'è “l'uomo pecora”, un pover uomo sottomesso che indossa le pelli di pecora sul volto e sulla schiena. Si scopre dunque che il vecchio è un malefico aguzzino che ha tutte le intenzioni di segregare il giovane per almeno un mese, il tempo necessario per leggere e memorizzare i tre libri. L'uomo pecora rivela al piccolo che allo scadere del tempo, non appena avrà concluso i libri, il vecchio eseguirà un'incisione nel suo cranio per bere il cervello istruito. Superata la fase iniziale di terrore, il piccolo escogiterà la fuga perché non può permettere che sua madre si preoccupi per la sua assenza. 
Mi sentivo molto a disagio. A essere sincero, non era vero che volevo conoscere a tutti i costi come venivano riscosse le imposte nell'Impero ottomano. Quella curiosità mi era venuta per associazione d'idee con qualcos'altro, mentre tornavo a casa da scuola. «A proposito, come facevano gli Ottomani a raccoglierei soldi delle tasse?» E fin da piccolo, mia madre mi ha sempre detto che se vuoi sapere qualcosa, devi andare a cercarlo in biblioteca. [p. 9] 
La storia si svolge in tre notti e la trama non è semplicemente onirico/nipponica, di più: ha elementi metafisici e pulp. 
Vi sono elementi metafisici perché il giovanissimo vedrà una fanciulla tutte le sere che lo stesso uomo pecora non vedrà mai fino all'ultima notte, la terza. Anche nella parte finale della moderna novella vi sono altri elementi che trascendono il razionale, con personaggi che improvvisamente scompaiono, per ripiombare nella schiacciante realtà. 
Collegato al metafisico vi è l'onirico, tratto predominante della scrittura nipponica. Il racconto fluttua su situazioni assurde, paradossali, inspiegabili. Oniriche appunto, appartenenti all'irrazionale mondo dei sogni. Tale espediente narrativo è profondamente radicato in Giappone e lo riscontriamo non solo nella scrittura e dunque nella letteratura, ma anche nel cinema, negli anime – cartoni animati asiatici –, nella cultura, nelle leggende e nelle tradizioni orientali. Questo aspetto contraddistingue i lavori di scrittura sia di Haruki Murakami, ma anche di Banana Yoshimoto, di Hiraide Takashi e di quasi tutti gli autori giapponesi che leggiamo e approfondiamo. 
L'aspetto pulp è quanto più di sorprendente, innovativo e per certi lati deludente vi sia in questo racconto. Vi è narrata tra le righe una violenza eccessiva, peculiare del genere menzionato, che lascia di stucco e sconforta alcuni amanti lettori di Murakami. Lontano anni luce dai suoi romanzi più famosi, descrive a parole atti brutali che potrebbero essere praticati al piccolo protagonista e all'uomo pecora da parte del crudele vecchio. Sono rappresentazioni verbali di una ferocia quasi cinematografica, “alla Tarantino” appunto. 
E poi vi è predominante, prepotente, incalzante un forte simbolismo metaforico. In poco più di una settantina di pagine si palesa la temuta figura del cane nero rabbioso. Esso nel mondo onirico rappresenta la depressione o peggio, spesso è presagio di una disgrazia. 
Sono presenti due uccelli, uno storno di proprietà del piccolo protagonista e un parrocchetto di proprietà di Ibn Armut Hasir, collettore delle tasse ottomano. Gli uccelli (nello specifico la Fenice d'Oriente) incarnano la giustizia e si dice siano in grado di elargire benedizioni ai buoni di carattere e agli onesti. 
C'è la figura dell'anziano, tramutata da placido e saggio vecchietto a malefico e perfido, brutto nel volto quanto nel carattere. Quasi a dire che spesso, l'esperienza e la conoscenza, incattiviscono e rendono avidi anche i più insospettabili. 
L'uomo pecora, com'è di facile intuizione, simboleggia l'uomo medio che si sottomette al più prepotente, che si fa umiliare dal potere e si piega, privo di ribellione e dignità, al primo omuncolo che dimostra di avere una forza bruta. 
Infine compare la voluttuosa dolcezza impersonata dall'inconsistente e trasparente fanciulla che porta pranzi e cene al bambino protagonista. 
Il vecchio tirò fuori di tasca un mazzo di chiavi tintinnanti e ne scelse una. Una grossa e vecchia chiave. La infilò nel buco della serratura, e dopo avermi lanciato un'occhiata d'intesa la girò verso destra. Si udì uno scatto. La porta si aprì con un lungo e sinistro cigolio che riecheggiò nel corridoio. 
  • Bene, eccoci qui, - disse il vecchio. - Forza, entra.
  • Qui dentro? - chiesi.
  • Certo.
  • Ma è buio pesto, - protestai. Perché era vero, al di là della porta l'oscurità era profonda come in un buco scavato nel cosmo. [p. 16]

La grafica a cura di Lorenzo Ceccotti è la rossa ciliegina “pulp” del racconto. Realizzata in bianco, nero e rosso, impreziosisce e completa il messaggio della moderna novella. L'illustratore interpreta visivamente a meraviglia quanto scorre tra le righe di Murakami. Volendo, è anch'essa, la grafica, “pulp” con quelle pennellate di rosso quando serve. Uno stile che oscilla tra la precisione della violenza e l'indefinitezza dell'onirico: nero e rosso quando le descrizioni lo richiedono e fluttuante nel semitrasparente quando necessario. 
Alle sette qualcuno bussò alla porta. Piccoli colpi discreti. 
  • Avanti, - dissi.
Una chiave girò nella toppa, entrò una ragazza che spingeva un carrello. Era così bella che a guardarla mi facevano male gli occhi. Aveva più o meno la mia età. Il collo e i polsi erano talmente sottili che sembravano doversi spezzare alla minima pressione. I suoi lunghi capelli lisci lucevano come se fossero disseminati di pietre preziose. Per qualche istante studiò la mia faccia, poi prese dal carrello i piatti col cibo e li mise sul tavolo, senza dire una parola. Io rimasi a bocca aperta, sopraffatto dalla sua bellezza. [p. 32]
Vi è una morale in questa novella. Il potere della lettura, per esempio. Quando leggiamo ci immedesimiamo nel protagonista e dimentichiamo, per qualche minuto, per qualche ora, la nostra opprimente realtà, qualunque essa sia. Veniamo trasportati in un mondo parallelo che consta di parole e descrizioni, veniamo catapultati in un altrove che noi stessi scegliamo quando acquistiamo un libro. Un biglietto per un viaggio alternativo, mentale, letterario. Come accade al nostro piccolo lettore in questo racconto, il quale si identifica in Ibn Armut Hasir, il collettore delle tasse ottomano con tre mogli e sei figli in una Istanbul di altri tempi. 
Infine, spesso la lettura è una valida stampella per tenerci in piedi nelle concrete difficoltà, quando un parente non sta bene, quando il lavoro non c'è, insomma quando i problemi della vita quotidiana sembrano infliggerci crudeli frustate di realtà in pieno volto, come accade all'uomo pecora nella novella. 
Spesso la biblioteca rappresenta l'intermediario tra la realtà e il viaggio letterario. Leggere in un contesto differente dal solito, fuori casa o in una sala diversa dal solito, ci consente maggiore libertà di fantasia e di pensiero, ci permette di rompere quelle catene cerebrali e razionali a favore dell'indipendenza di immaginazione. E anche questa è una verità raccontata nel suddetto racconto. La biblioteca diventa un mezzo per evadere e, spesso, facendoci perdere la cognizione del tempo, diviene un sostegno per trasportarci in un universo differente, magari più felice.  
Presi Diario di un collettore delle tasse ottomano e iniziai a leggere. Era un libro astruso scritto in turco classico, ma stranamente non avevo nessuna difficoltà a capirlo. Non solo, ogni frase mi restava impressa nella memoria, parola per parola. Per qualche ragione, il mio cervello assorbiva tutto ciò che leggevo. Man mano che giravo le pagine, diventavo il collettore delle tasse turco Ibn Armut Hasir, che camminava per le strade di Istanbul con una scimitarra al fianco per riscuotere i soldi delle tasse. Un odore di frutta e polli, tabacco e caffè era sospeso sulla città come un fiume stagnante. 
Tra atavico simbolismo, magnetiche illustrazioni, una giusta morale e verità assodate, “La strana biblioteca” si rivela essere una piccola perla per chi vuole approfondire un Murakami diverso dal solito, più crudo, più violento e al tempo stesso più psicologico che mai. È il libretto perfetto per gli amanti dell'illustrazione, con il sublime contributo di LRNZ (Lorenzo Ceccotti) e per i collezionisti della serie testo/grafica inaugurata da Einaudi. 
Buona lettura, 
anzi buon viaggio nel potere della lettura! 

Alessandra Liscia 
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“Le biblioteche contengono storie. Le storie contengono universi. E certi universi possono essere molto pericolosi. Una fiaba misteriosa sul potere della lettura: liberarci dalla prigione dell’infelicità.” . . Se fosse un film “La strana biblioteca” sarebbe diretto certamente da Quentin Tarantino. Invece è un breve racconto pulp in cui semplici descrizioni tipiche di Haruki Murakami si fondono con il caratteristico stile onirico nipponico. E per collante, a stupire il lettore, si scopre quel strano tocco pulp americano degli anni '20, insaporito dalle magistrali illustrazioni di Lorenzo Ceccotti @lrnzlrnzlrnzlrnzlrnzlrnzlrnzlr in arte LRNZ. Come recita la quarta di copertina si tratta di una fiaba misteriosa, letta e recensita da @shanumi Alessandra Liscia, online questo pomeriggio. Buona lettura, anzi buon viaggio! . . . #LaStranaBiblioteca #HarukiMurakami #Murakami #Einaudi @einaudieditore #LorenzoCeccotti #LRNZ #illustrazione #recensione #criticaLetteraria #fiaba #mistero #pulp #rosso #bookstagram

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