lunedì 13 aprile 2020

"La città dal mantello rosso" di Asli Erdoǧan è un viaggio nell'anima di Rio

La città dal mantello rosso
di Asli Erdoǧan
Garzanti, 2020

pp. 151
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Un libro che si muove su due piani, quello del racconto vissuto dalla protagonista e quello del racconto immaginario, con le pagine che la protagonista scrive sulla sua esperienza. La protagonista, Özgür, (in turco, significa "libera") è una giovane trentenne in cerca di nuove possibilità, arriva a Rio de Janeiro con un’idea vaga di cosa la aspetta, e la consapevolezza di potersi mantenere come insegnate di inglese. Ben presto però la sua visione della vita e della città in cui è arrivata muta radicalmente, e inizia a cambiare lei stessa, piombando in un vortice di eccessi e di povertà, di solitudine e di privazioni.
Il libro è l’occasione, per la protagonista, di dialogare con se stessa. Un sé letterario, che all’inizio sembra più spietato del vero io, che soprattutto non fa sconti al lato oscuro della città brasiliana, che vive di paradossi e controsensi tangibili, dove la vita e la morte si sfiorano continuamente, la povertà e il lusso vanno a braccetto e la criminalità permea ogni angolo, vestita da corruzione o da perdizione.
In una città come Rio, dove clamori e frastuoni di ogni sorta si susseguivano ininterrotti, aveva considerato gli spari come un’altra forma di rumore, un ulteriore ostacolo che le impediva di concentrarsi sul suo romanzo, o almeno così aveva creduto sino al giorno prima. Finché non erano cominciate le crisi di nervi... (p.15)
Asli Erdoǧan è una scrittrice impegnata e controcorrente, dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio in Turchia, è stata fermata dalla polizia durante l'assalto delle forze dell'ordine al giornale Özgür Gündem (letteralmente e paradossalmente: quotidianità libera) il 16 agosto 2016 e quindi arrestata con altri 20 membri della redazione del giornale; la convalida dell’arresto è arrivata con l’accusa di favorire il PKK. Alla vigilia del processo, in cui rischiava una condanna di 9 anni per propaganda terroristica e che si è svolto nello scorso mese di febbraio, è stata liberata con la completa assoluzione. In una recente intervista la scrittrice ha denunciato: «È la vendetta per aver scritto delle atrocità commesse dall'esercito di Ankara contro i curdi»; consapevole che le accuse siano state mosse alla libertà d’espressione, dopo aver scontato 4 mesi e mezzo di carcere, ha preferito l’autoesilio. 

In questo libro, tradotto ora anche in italiano, ma uscito nel 1998, c’è in qualche modo anche una parte della sua vita, visto che l’autrice ha svolto in Brasile un dottorato quando si occupava ancora di ricerca scientifica, ed è proprio in Brasile che alimenterà l’amore per l’antropologia, decidendo infine di diventare giornalista e scrittrice. In questa Rio così diversa dai soliti cliché, la protagonista denuncia i giochi di potere, il contrasto con le città turistiche e i sobborghi malfamati, le contraddizioni di una vita che ti lascia ai margini e ti marchia come gringa, anche se fai parte del tessuto sociale di quella città. I temi della lotta, della perdita di se stessi, del limbo onirico attraverso cui arriva una consapevolezza ma non una rivalsa, fanno parte dei personaggi della Erdoǧan, che vivono costantemente delle tensioni interiori o delle ferite emotive, spesso anche delle menomazioni fisiche. 

Un libro che parte da una dimensione fisica, corporea e tangibile, che man mano si dissolve, si perde, si sfibra per lasciare il posto all'eterea essenza di ciò che resta quando non esistiamo più, le parole che lasciamo agli altri o solo a noi stessi.

Samantha Viva