giovedì 19 marzo 2020

La belle dame avec merci: "Kilmeny del frutteto" di Lucy M. Montgomery

Kilmeny del frutteto
di Lucy M. Montgomery
Caravaggio editore, 2020

Traduzione di Clara Brioschi ed Enrico De Luca
1^ edizione: 1910

pp. 256
€ 15,50 (cartaceo)
€ 6,49 (ebook)


L'oscurità vellutata del bosco di abeti, l'arco de cielo di morbido splendore, i boccioli di lillà ondeggianti, e nel mezzo la ragazza sulla vecchia panca con il violino sotto il mento. (p. 67)
È normale che alcuni personaggi siano più famosi di altri. Tutti sappiamo chi sia Amy March, ma abbiamo meno dimestichezza con Fanny Shaw, entrambe figlie di Louisa May Alcott. Pippi Calzelunghe è immediatamente riconoscibile, forse un po' più nascosta è Melina Grankvist, ma sono tutte e due uscite dalla penna di Astrid Lindgren.
I bambini dagli anni Ottanta in poi (e adesso anche il popolo di Netflix) ha dimestichezza con Anna dai capelli rossi (e vi sfido a non far partire la sigla del meisaku del 1979), ma probabilmente non ha mai sentito parlare di Kilmeny Gordon: queste due eroine sono opera della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery. 
Kilmeny del frutteto, da poco ripubblicato da Caravaggio Editore, affonda l'ispirazione nelle ballate del folklore scozzese. Kilmeny è una giovane donna dall'incredibile bellezza: muta dalla nascita, è benedetta da uno straordinario talento per la musica che si esprime con il suono celestiale del suo violino. Un'Eva ancora pura che attira a sé il giovane Eric, maestro di scuola, che non pensava di trovare l'amore che da sempre cercava nell'Eden incontaminato dell'isola del Principe Edoardo.

Una storia d'amore non contrastata come ci si aspetterebbe; un silenzio che risuona di molte parole; una forte impronta poetica. Per quanto breve, solo diciannove capitoli, il romanzo di Lucy M. Montgomery ricevette un'accoglienza entusiastica alla sua pubblicazione nel 1910. La trama è molto semplice: Eric Marshall, giovane laureato, arriva sull'isola del Principe Edoardo per diventare maestro di scuola. Lì conosce Kilmeny che vive da sempre isolata, vuoi per la sua menomazione alla voce, vuoi per le chiacchiere che girano sulla madre e sulla sua nascita al limite del decoroso. L'amore fiorisce immediato e spontaneo, benedetto dalla famiglia di lei: gli unici contrasti che sorgono sono dati dalla naturale ritrosia della giovane e dal suo disagio nel non poter parlare e quindi essere una buona moglie per Eric e dalla gelosia di Neil, un italiano poco raccomandabile adottato dalla famiglia Gordon. 
Entrare nelle pagine di Kilmeny è come attraversare la cornice di un quadro di John William Waterhouse: mondi atemporali composti da splendide donne, lussureggianti giardini, chiocchiolii d'acqua e suoni d'arpa e violino di sottofondo. Ma se nei quadri di Watehouse non tutto è calma e gioia, nel frutteto di Kilmeny viene eliminato qualsiasi senso di ansia e paura. 
Un giorno o l'altro mi sveglierò da quello che crederò essere stato il sonnellino di un'ora e mi ritroverò anziano, con i capelli bianchi e il cappotto lacero, come in quella favola che abbiamo letto l'altra sera. (p. 122)
Così descrive Eric l'ingresso nel mondo di Kilmeny: come se stesse entrando nella terra degli elfi dove mezz'ora può durare sette anni. Ma non c'è minaccia, non c'è rischio: è un dolce abbandonarsi all'amore per una fanciulla come mai se ne sono viste, fatta solo di luce e di bontà. 
L'impressione è maggiormente rafforzata dai numerosi rimandi poetici che costellano la narrazione. George Meredith, Alfred Tennyson, William Wordsworth sono sempre presenti e, visto che buona parte della narrazione è dal punto di vista di Eric (non entriamo praticamente mai nella testa di Kilmeny) le citazioni servono a rendere ancora di più lo stato di grazia soave che si vive nei primi tempi dell'innamoramento, quando ogni cosa sembra essere pensata per diventare sonetto. Come commenta il padre di Eric con una deliziosa ironia
«Sono stato anch'io un poeta, per sei mesi della mia vita, quando stavo facendo la corte a tua madre.» (p. 239)
Sebbene Kilmeny sia muta, il silenzio non è elemento che pervade la narrazione. Anzitutto, la ragazza è in grado di esprimere i propri sentimenti con la musica del violino; strumento che ha in sé una sfumatura demoniaca che ben si sposa a Neil, l'altro pretendente di Kilmeny, ma che la ragazza riesce completamente a riabilitare. Inoltre, Kilmeny non è una bella ragazza muta con nulla da dire. Molte sono le sue opinioni e i suoi pensieri che non teme di esprimere tramite la lavagnetta che porta sempre con sé e che usa per comunicare con Eric scrivendo con tale ricchezza e velocità da non far percepire per nulla la sua menomazione. È anche una ragazza a suo modo acculturata, amante dei saggi e delle biografie e non del tutto digiuna di attualità visto che legge i giornali dello zio.

La modernità e il raziocinio poco si sposano con questo ambiente. Il mutismo della ragazza non è dato da una condizione medica, come analizza il dottor David Baker, ma, a sentire le chiacchiere e le indiscrezioni della famiglia, da una punizione divina, una maledizione per la condotta della madre di Kilmeny che non riuscì a perdonare il proprio padre sul letto di morte. E come ogni maledizione può essere spezzata solo da un atto d'amore, da un urlo fatto per salvare il proprio amato da morte certa. Kilmeny non pecca certo di passività in questo caso: non ha bisogno di un principe che la baci e la salvi, ma si fa voce per salvare Eric e sé stessa.

L'immersione in questo mondo di poesia e bellezza naturale trionfante fa comprendere il successo che il romanzo riscosse all'uscita. Gli echi delle ballate medievali fanno entrare anche il lettore nel mondo degli elfi con una temporalità tutta diversa dalla nostra. E, vista l'attuale situazione, non è male potersi immaginare in un giardino pieno di suoni e profumi. Mantenendo sempre la rispettosa distanza che anche tra innamorati, a inizio Novecento, era bene rispettare.  

Giulia Pretta