sabato 21 marzo 2020

Parole attorno a un tavolo: "Il pranzo di Babette" e "La storia immortale"

Il pranzo di Babette e La storia immortale
di Karen Blixen
Emons edizioni

Traduzione di Paola Ojetti
Letto da Laura Morante

Durata 3h e 51 min

€ 12,90 (cd)
€ 7,74 (mp3)

La sensualità del cibo e il potere delle parole. Da una parte, una cuoca francese che si ritrova a vivere in una sperduta località tra i fiordi norvegesi, costretta a cucinare piatti come la zuppa di pane e birra; dall'altra uno spregiudicato commerciante, ormai vecchio e costretto a letto dalla gotta, che cerca di curare la sua insonnia e redimere la sua vita mettendo in scena una vecchia leggenda di marinai. Babette, in Norvegia, organizza una cena come mai se ne sono viste nella morigerata comunità; il signor Clay, in Cina, gioca con le storie del mondo con l'arroganza di chi pensa di comprare tutto con il denaro.
Letti da Laura Morante, i due racconti di Karen Blixen mostrano quanta trascendentalità si può nascondere in due delle azioni più antiche e semplici del mondo: mangiare e raccontare storie. 

In questo periodo in cui le nostre abitudini e la nostra socialità stanno subendo forti cambiamenti, la lettura di storie ad alta voce può diventare un ottimo modo per alleggerire il senso di isolamento. Anche se viviamo in un'epoca dove tutti siamo connessi, mai come in questi giorni ci stiamo accorgendo dell'importanza del rapporto fisico e reale con gli altri. Non potendo, ahimé, riunirci attorno a un fuoco ad ascoltare aedi e vecchie narratrici, possiamo affidarci agli audiolibri per rievocare la sensazione di comunità. La voce di Laura Morante, soffice e cadenzata, fa prendere vita a uno dei pranzi più luculliani della letteratura: quello della comunarda Babette Hersant. 
Costretta a fuggire dalla Francia per le sue simpatie anti-imperiali, viene accolta da due signorine norvegesi, figlie di un pastore protestante: Martina e Filippa, belle, ammantate di bontà e ormai anziane. A seguito di una fortunata vincita alla lotteria francese, Babette decide di dare una cena, composta solo da vini e pietanze francesi, in onore di quello che sarebbe stato il centesimo compleanno del decano protestante, padre delle due signorine. La fiducia delle due anziane non è massima. Infatti, all'arrivo di Babette a Berlevaag
Avevano diffidato dell'asserzione di Monsieur Papin secondo la quale Babette era capace di cucinare. In Francia, lo sapevano, la gente mangiava i ranocchi. Mostrarono a Babette come si prepara lo stoccafisso e una zuppa di birra e pane: durante quelle dimostrazioni il viso della francese perse ogni espressione. Ma dopo una settimana Babette cucinava lo stoccafisso e la zuppa di birra e pane come una cuoca nata e cresciuta a Berlevaag. (traccia 5)
Ma, soprattutto, la diffidenza nasce dai costumi francesi, ben lontani dalla morigeratezza che ci si aspetterebbe in una comunità protestante della Norvegia. E infatti il pranzo passa da tutte le sfumature che intercorrono tra la perdizione e la salvezza: per poi scoprire che non c'è tanta differenza tra i due estremi. La preparazione della cena assume, da principio, l'aura di un sabba che fa perdere il sonno alle due signorine. Girano per la cucina vini prelibati, pietanze esotiche come il brodo di tartaruga e fornitori dai capelli rossi che sembrano piccoli emissari di Satana. Attorno al tavolo poi, dove sono raccolti amici e persone del passato delle sorelle, i blinis Denidoff, il Veuve Cliquot e il Cailles en sarcophage risvegliano sentimenti, appianano conflitti, circondano tutto di una luce che pare essere quella salvifica della Provvidenza. E Babette, seduta sul ceppo in cucina come una fattucchiera, accoglie i ringraziamenti e le lacrime delle signorine per quanto fatto quasi con scherno e sufficienza dando vita a un incredibile dialogo tra sordi. Perché mentre Martina e Filippa la lodano e prevedono per lei una ricompensa nell'Aldilà per aver speso tutti i suoi soldi per loro, lei riporta la conversazione su un piano più terreno: lei è una grande artista della cucina. Prova nostalgia per i bei tempi, anche se tumultuosi, passati a Parigi dove il suo genio metteva in ginocchio anche i suoi grandi avversari. Mentre lì, a Berlevaag, è stata costretta a cucinare stoccafisso e a mortificare la sua anima. Cosa che le due signorine hanno fatto per tutta la vita senza seguire le inclinazioni e i talenti delle quali erano dotate. Trascendenti le signorine, concreta Babette, sono destinate a non comprendersi, ma a incrociare le loro esperienze attorno a una tavola imbandita.

Forse meno noto, pur avendo alle spalle un film del 1968 diretto da Orson Welles, il racconto La storia immortale gioca sull'impossibilità di costringere le leggende ad assoggettarsi al mondo degli uomini. Il ricco signor Clay, per cercare di sconfiggere l'insonnia e per dimostrare che tutto può essere diretto dal denaro, chiede al suo commesso, Elishama Levinsky, ebreo polacco sopravvissuto ai pogrom, di realizzare una leggenda che tutti i marinai raccontano.
"Il marinaio," cominciò il signor Clay, "era sbarcato in una grande città. Non ricordo quale fosse, ma questo non ha importanza. Camminava da solo in una strada vicino al porto, quando una bella e ricca carrozza si fermò accosto a lui e ne smontò un vecchio gentiluomo. Il gentiluomo disse al marinaio: 'Sei un bel marinaio. Vuoi guadagnare cinque ghinee stasera?'" (traccia 16)
Le cinque ghinee sono per trascorrere una notte d'amore con la giovane moglie del gentiluomo. La possibilità che questa storia non abbia nulla di vero offende il signor Clay che, da bravo commerciante, ha bisogno che tutto sia reale, misurabile e tangibile. Così, arrogandosi il ruolo di demiurgo, decide di mettere in scena la leggenda. Ma le storie di fantasia e il mondo degli uomini non vivono sullo stesso piano: la decisione di dare vita a una leggenda coinvolgerà la figlia di un uomo che il signor Clay ha mandato in rovina, un marinaio che è stato solo e naufrago per un intero anno e non porterà nulla di quello che i partecipanti desiderano veramente. Ma, chissà, forse sarà la radice per altre leggende e nuovi racconti fino a che un alto vecchio ricco e pazzo deciderà di interferire di nuovo.
Sono racconti asciutti che fanno emergere i capricci custoditi da tutti i personaggi. Chi vorrebbe essere ancora a Parigi e sottomettere gli avversari con la cucina; chi vorrebbe aver coltivato il proprio talento musicale; chi anela il ritorno alla casa del padre e agli sfarzi della giovinezza. Ma per quanto pestiamo i piedi e strepitiamo, i capricci non si realizzano mai come veramente vorremmo. 

Giulia Pretta