domenica 8 marzo 2020

#CriticaLibera - Tempus non fugit, considerazione sul tempo vuoto nei giorni del virus

Ti auguro di avere tempo, l’ho scritto mille volte nei biglietti d’auguri, nelle dediche più sentite agli amici, nei post sui social. Il bene più prezioso è il tempo, l’ho sempre pensato, ma forse adesso, che di tempo vuoto ne abbiamo fin troppo, mi rendo conto che quello che serve non è solo “tempo” superficiale, o “tempo” qualsiasi; quello che dobbiamo augurarci è tempo prezioso, speso con gli amici, dedicato al lavoro che amiamo, ai luoghi belli da visitare, al contatto con gli altri. 

Ho provato in passato a raccontare un tempo di chi non viveva la normalità, sono stata in paesi lontani e martoriati dai conflitti, ho raccolto la testimonianza di chi non faceva più caso alla qualità del tempo, e pensava solo a vivere quello che gli restava, anzi a non morire per il tempo che gli restava. Ma in mezzo a un tempo sospeso non ero ancora mai stata. Un limbo entro cui ci sono cose che siamo abituati a fare e che non possiamo più fare, gli allenamenti di uno sport che amiamo, ad esempio, le partite, le riunioni con gli amici, il cinema, i viaggi; e poi, dall’altra parte, c’è un’infinità di tempo perso, tempo vuoto. 

Sì, lo riempiamo con la cura della casa, con gli affetti più vicini a noi, ma non siamo più latini che amano l’otium, non siamo filosofi eremiti, abituati a misurare ogni ora contro un’infinità di minuti belli e intatti e tutti per noi. Forse questo tempo è un’opportunità, ci invita a riflettere su cosa siamo diventati oggi, pieni di impegni e di scadenze che aumentano lo stress ma ci regalano l’adrenalinica voglia di fare, di esistere facendo, di correre, per poterci infine riposare. Siamo quasi in lutto per quello che eravamo, foglie sul ramo, in attesa del vento.

Possono aiutarci i libri, in questo momento così difficile e complicato, possono aiutarci le parole di Seneca, per comprendere come stiamo e come dovremmo sentirci; il filosofo, padre dello stoicismo di età imperiale, che introdusse a Roma proprio il genere delle consolationes, genere nato tra il IV e il III secolo a.C. in Grecia, per offrire conforto a chi soffriva di una perdita o un lutto e che nel suo Le Consolazioni (Bur, 1987), in particolare nella decima, ad Helviam matrem, ci dice:
Bene dunque Marcello sopportò l’esilio e nulla cambiò nel suo cuore il cambiamento di luogo, benché seguito dalla povertà: ma in questa non c’è nulla di male, lo capisce chiunque non sia ancora giunto al colmo di una rovinosa avidità e dissolutezza. Com’è poco ciò che è indispensabile alla sopravvivenza di un uomo. E a chi può mancare, che abbia solo un briciolo di energia morale? Per quel che mi riguarda, mi rendo conto di aver perduto non delle ricchezze ma delle beghe. I bisogni del corpo sono ridottissimi: vuol riparo dal freddo, alimenti per sedare la fame e la sete. Ogni desiderio che va oltre, è un prezzo che si paga ai vizi, non alle necessità.
Ogni desiderio che va oltre si paga ai vizi e non alle necessità; riusciamo ad avere questa forza morale? Cosa sono per noi i vizi, dovremmo chiederci, e cosa le necessità? In che modo noi viviamo avendo delle necessità? Rovesciando il paradigma del non fare, dell’avere tutto il tempo per star fermi, del non avere impegni, dell’esistere solo per noi stessi, ecco che veniamo quasi risucchiati dal buco nero del non essere. 

O forse dovremmo abbandonarci all’inevitabile e chiudere la porta di casa, oppure scappare da questo tempo vuoto, lasciando indietro ogni cosa, come fa il protagonista di Christian Oster ne “La vita automatica” (Edizioni Clichy, 2019), quando inavvertitamente lascia la pentola sul fuoco e perde tutto in un incendio:
Ascoltai con attenzione il rumore del fuoco. Fu quando il fumo e poi le fiamme arrivarono sulla soglia della biblioteca che pensai di prendere un po’ di cose. Andai in camera e infilai qualche vestito in un trolley. Avevo con me il telefono, ma ebbi persino il riflesso di andare a cercare il caricabatteria nella biblioteca, le cui pareti stavano già annerendo. Ne usciva del fumo,  che si alzava in mulinelli. Tornai in camera, afferrai la valigia e uno zaino e saltai dalla finestra. Guardai la casa, all’interno si vedeva il riflesso delle fiamme, sembrava ci fossero tutte le luci accese, benché il sole fosse ancora alto nel cielo, ma erano luci in movimento. E poi dalle finestre aperte usciva del fumo che cominciava ad essere di una notevole entità. Scesi verso la strada, ma era una faccenda un po’ delicata per via delle macchine, preferivo che non mi vedessero lasciare la mia casa in fiamme tirandomi dietro una valigia.
Ma se in molti preferirebbero scappare, e alcuni ci hanno anche provato, questa non può essere una soluzione, soprattutto perché l’incendio in questo caso, e forse mai metaforicamente, non è fuori ma dentro il loro corpo, ed essi stessi sono un piccolo “focolaio” magari inconsapevole di contagio. Sarebbe bello scappare, ma non è sempre possibile, come ho spesso cercato di far capire nei casi in cui anime in pena si imbarcano, a rischio della loro vita, in cerca di una via di fuga. Eppure non sempre si può uscire dalle aree rosse, lo stiamo sperimentando e guardiamo con disapprovazione i deboli, coloro che ci provano, che non riescono a resistere, perché in fondo non stanno bene. Non stiamo bene; nessuno di noi sta bene in questo tempo bloccato in cui ci privano dei vizi, per dirla alla Seneca, e ci garantiscono le necessità.

Come prigionieri senza via d’uscita, come seppelliti nel buio. Come dovevano sentirsi, a livelli estremi e per ragioni di altra natura, perché realmente inghiottiti dal buio, i prigionieri del commando militare, che il 10 luglio 1971, irruppero nella residenza estiva del re in Marocco per un colpo di Stato, e dopo che lo stesso fallisce vengono imprigionati in una sorta di sottosuolo, una prigione al buio, un nido di talpe, per ben 18 anni. Il racconto che ne fa Tahar Ben Jelloun nel suo Il libro del buio (Einaudi, 2001) è drammatico e angosciante, e resta per me un paradigma assoluto di narrazione estrema ed estrema inquietudine:
Pensavo: la fede non è la paura. Il suicidio non è una soluzione. La prova è una sfida. La resistenza è un dovere, non un obbligo. Conservare la propria dignità è un imperativo assoluto. Ecco: la dignità è ciò che mi resta, ciò che ci resta. Ognuno fa quel che può affinché la sua dignità non sia lesa. È questo il mio compito. Rimanere in piedi, essere un uomo, mai un cencio, uno straccio, un errore. Non condannerò mai quelli che mollano, che abbandonano la lotta, quelli che non sopportano le sofferenze che devono patire, e alla fine cedono sotto la tortura e si lasciano morire. Ho imparato a non giudicare mai gli uomini. Con che diritto potrei farlo? Sono soltanto un uomo, simile a tutti gli altri, con la volontà di non cedere. Tutto qua.
Per cui la prossima volta che auguriamo a qualcuno di avere tempo, pensiamo anche di aggiungere che sia tempo pieno, che abbia una qualità, che dentro risplenda di mille impegni e mille sorrisi, che sia traboccante di baci e abbracci, che sia con gli altri e per gli altri. Non siamo esseri nati per stare da soli, ma questo virus ci ha resi tutti isolati e partecipi, tutti insieme ci siamo immersi in una sorta di inversione delle parti, in cui ci hanno sottratto quello che facciamo e ci hanno lasciato solo quello che siamo. 
Valutiamo se ci piace, valutiamo se abbiamo espresso i giusti giudizi sugli altri, quando erano loro a trovarsi in questa inattività forzata, valutiamo quanta libertà abbiamo, invece di lamentarci sempre per ciò che non abbiamo. Torniamo a riflettere sul tempo e su cosa significano per noi gli altri. Solo se riusciremo a pensarci oltre il panico e l’ansia, oltre le limitazioni, in absentia, riusciremo ad essere pienamente in presenza di noi stessi, e a far fruttare questo tempo vuoto, questo tempo che "non fugit".

Samantha Viva