lunedì 9 marzo 2020

Narrarsi per riconoscersi: l'esordio intimistico di Jessica Andrews

Acqua salata
di Jessica Andrews
traduzione di Silvia Rota Sperti
NN editore, 2020

pp. 272
€ 18,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Da adolescente rifuggivo tutto ciò che era solido, immobile e vagamente marrone. Volevo cose scintillanti e spumeggianti. Ora che sono qua, sotto il fumo di torba e i cieli color bronzo, il marrone mi sembra un luogo sicuro. Mi ci posso rannicchiare e inghiottire manciate di terra. (p. 13)

L’aggettivo giusto per descrivere questo romanzo è “intimo”. La scrittura stessa di Jessica Andrews, al suo esordio in narrativa con Saltwater, può definirsi intimistica: l’autrice infatti sembra volersi avvicinare all’orecchio del suo interlocutore e, sussurrando con voce appena udibile, raccontargli qualcosa di questo suo personaggio che ha nome Lucy.
Come trasporre questa sensazione di confidenza orale in un testo scritto? Attraverso il gioco delle confessioni da un lato e quello degli aneddoti dall’altro.
C’è una storia che viene narrata, una storia che parla di crescita, di legami familiari forti, di alcolismo e disabilità, di scelte, di trasferimenti. Al di là di queste vicende, tuttavia, o per meglio dire intorno a queste vicende, ci sono le confessioni, questo rivelarsi volta per volta, affermandosi (è, qui, quella minuscola particella pronominale l’elemento fondamentale di questo discorso) con tenacia, sì, ma senza strepitare. Quello di Lucy è un imporsi agli altri ma anche a se stessa, un modo per meglio comprendere la donna che è diventata confessandosi la bambina e la ragazza che è stata.
Accanto alla confessione, si è detto, c’è l’aneddotica. Questo svelarsi per piccoli pensieri, per piccoli passaggi è ciò che rende questo libro un po’ difficoltoso all’inizio, perché bisogna calibrarsi con la voce dell’autrice, fare riferimenti, capire dove vuole andare a parare. Sono capitoletti di pochissime righe a volte, frammenti di discorso che spezzano la narrazione generale e riportano indietro di anni, ad altri luoghi, altre persone.
Molto spesso i due momenti – la confessione e l’aneddoto – coincidono, ed è lì che il fuoco di questo romanzo esce fuori:
Quando io e mio fratello eravamo piccoli, mia madre fece un grosso pallone rosa con la gomma da masticare e ci tenne al sicuro là dentro, dove la lama della realtà non poteva affondare. Non la sentii dire parole come “alcolizzato” o “depressione” nemmeno una volta. Adesso che sono adulta, trovo liberatorio poter chiamare le cose con il loro nome, estrarle dal mio corpo come fossero lunghe schegge appuntite e plasmarle in parole. Dare un nome alle cose dà loro forma e concretezza, e questo significa poterle prendere e portare via. (p. 44)

Raccontare e raccontarsi, dunque, ma anche spiegarsi, ragionare su se stessi, comprendersi meglio. La narrazione d’altronde è anche questo: un riportarsi alla mente, un condividersi continuo.
Jessica Andrews porta nel mondo un testo ricco, fibroso, intrigante per questa sua capacità di lasciarsi esplorare. Un testo in cui perdersi, fra sentieri interrotti e alberi caduti, per poi alla fine ritrovarsi.

David Valentini