mercoledì 8 gennaio 2020

Verità/menzogna, due dimensioni che si compenetrano. Ayelet Gundar-Goshen, "Bugiarda"

Bugiarda
(Ha-shaqranìt ve-haʻir, 2018)
di Ayelet Gundar-Goshen

Traduzione di Raffaella Scardi
Casa Editrice Giuntina, 2019

pp. 260
€ 14,45 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)




Le bugie, secondo il detto popolare, hanno le gambe corte. Vero, ma non solo. Una bugia diffusa incautamente, soprattutto se coinvolge persone ignare o addirittura innocenti, porta con sé una serie di conseguenze potenzialmente simili a un inarrestabile effetto domino. Diventa quindi indispensabile sostenere a tutti i costi la bugia raccontata, affidandosi alle capacità mnemoniche per non tradirsi con quelle piccole o grandi differenze nella versione fornita, che inevitabilmente provocherebbero lo sgretolamento di tutta la struttura edificata su un falso presupposto.
Questa è la condizione in cui viene a trovarsi la giovane Nufar, protagonista di Bugiarda, l’ultimo romanzo di Ayelet Gundar-Goshen, scrittrice israeliana già comparsa sulle pagine di Critica Letteraria per il precedente Una notte soltanto, Markovitch.


Nufar, adolescente insicura e timida, viene aggredita verbalmente da un adulto nella gelateria dove lavora; sopraffatta dalla vergogna e dallo spavento, la ragazza scappa nel cortile retrostante dove viene raggiunta dall’uomo che la insegue per avere il resto di quanto pagato; sentendosi afferrare per il braccio, Nufar inizia a gridare e a chiedere aiuto. Alle tante persone che accorrono e che le domandano se l’uomo abbia tentato di aggredirla fisicamente, Nufar risponde che sì, il pervertito ha tentato di violentarla. Questa affermazione, causata dalla rabbia per il comportamento sgradevole dell’aggressore e dalla pressione psicologica esercitata su Nufar dalle persone intervenute, dà inizio a una vicenda che vede la ragazza invischiarsi sempre di più in quella che diventa la verità ufficiale, una trappola da cui sembra impossibile fuggire.

Una trappola che, per la verità, offre vantaggi ragguardevoli: Nufar diventa un’icona, il simbolo delle donne che si ribellano alla violenza maschile, che sanno far valere i propri diritti, che non hanno paura di denunciare gli abusi. La ragazza viene invitata a numerosi talk show televisivi e compare sulle prime pagine di rotocalchi e quotidiani.
Con il trascorrere delle settimane, tuttavia, la situazione diventa insostenibile, anche perché l’uomo accusato dell’aggressione, detenuto in attesa del processo, rischia una condanna severa. Nufar dovrà quindi prendere una decisione in merito, sapendo che dovrà raccontare la verità ai genitori e, soprattutto, affrontare gli strali di un’opinione pubblica pericolosamente instabile.

Romanzo interessante e curioso, Bugiarda travalica la mera vicenda per offrire, su un piano di lettura più elevato, l’occasione di riflettere su cosa sia verità e cosa sia menzogna, ampliando il discorso a un livello macrosociale. I due concetti, infatti, sono sempre filtrati dalla soggettività e dalle circostanze, e in definitiva non è possibile trovare verità assolute in alcun ambito umano. Tutti i personaggi che ruotano intorno alla storia hanno una verità “adattata” come asse portante delle proprie esistenze, e di conseguenza la gravità della bugia (infamante e pericolosa) raccontata e sostenuta dalla protagonista viene in qualche modo diluita in una sorta di “così fan tutti”.

Personaggi credibili, umani, di notevole spessore e profondità, un registro narrativo sempre sul filo del surreale o addirittura del fiabesco: sono questi i tratti caratteristici dello stile di Ayelet Gundar-Goshen; in particolare il tono apparentemente leggero permette all’autrice di affrontare temi difficili, anche in questo lavoro come nel precedente. In particolare, fino a che punto possiamo modellare la verità oggettiva di un fatto occorso quando questo riguarda anche altre persone? E quanto è lecito permettere che le altre persone paghino per colpe più grandi di quelle che effettivamente hanno? E quanto è dannoso un pubblico istintivo e superficiale, pronto a portare in trionfo e immediatamente dopo a condannare, in entrambi i casi senza cognizione di causa?
In definitiva, il dubbio che Gundar-Goshen instilla nel lettore è proprio relativo alla condizione effimera e ambigua della verità, costantemente filtrata attraverso la menzogna tanto radicata nell’animo umano da rappresentare essa stessa una possibile diversa prospettiva del reale.

L’unica nota non proprio positiva (ma solo se vogliamo essere esageratamente pignoli) riguarda il ritmo un po’ discontinuo nella narrazione: dopo un inizio dinamico e abbastanza coinvolgente, la storia sembra rallentare e arenarsi un po’, non ci sono sviluppi particolari e tutto rimane sospeso in attesa di sapere quale sarà la decisione presa dalla protagonista, terrorizzata dal prevedibile disastro conseguente allo svelamento della realtà dei fatti (quella oggettiva). Peraltro si può obiettare che questo improvviso rallentamento segue, in qualche modo, il processo cognitivo seguito dalla protagonista, teso a trovare una soluzione che le permetta di limitare i danni e uscire non troppo acciaccata dalla situazione che lei stessa ha creato.

Stefano Crivelli