sabato 7 dicembre 2019

#LectorInFabula - Judy non ha nessuno che guidarla potrà: "Papà Gambalunga" di Jean Webster

Papà Gambalunga
di Jen Webster
Caravaggio Editore, 2019

Traduzione di Enrico De Luca e Miriam Chiaromonte

pp. 264
€ 15,50 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

 
Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,
tu per Judy sei davvero importante. 
Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,
lei ti pensa e ti ripensa ogni istante


I bambini tra gli anni Settanta e Novanta hanno fatto colazione e merenda con i "meisaku". Con questo nome si definiscono gli anime tratti da romanzi della letteratura occidentale. Heidi, Anna dai capelli rossi, Lupin, Il mistero della pietra azzurra e molti altri che il nostro io bambino non ha ancora dimenticato, nonostante gli occhi enorme e tremuli, poggiano la loro base narrativa su romanzi e opere occidentali. 
Il loro grande pregio è stato quello di introdurre i bambini di ogni emisfero alla conoscenza di grandi classici e di storie meno note di autori europei e americani. Papà Gambalunga dell'autrice americana Jean Webster, recentemente ripubblicato in versione integrale da Caravaggio Editore, rientra in questo filone. Tutti ricordiamo la vivace orfana Judy Abbot e i suoi codini rossi e il suo misterioso benefattore. La ricordiamo così bene che la citazione tratta dalla sigla di Alessandra Valeri Manera e Cristina D'Avena l'abbiamo probabilmente letta cantando. E se da bambini non avevamo appieno la percezione delle tematiche adulte che si nascondevano dietro l'animazione, con la lettura del romanzo non possiamo più fingere di non riconoscere la profonda solitudine che si annida nell'animo di Jerusha Abbot.

#SpecialeMERIDIANI - La montagna magica (o incantata?) di Thomas Mann e il sempiterno e affascinante dilemma della traduzione

Raccontare perché ho eletto Thomas Mann a mio scrittore preferito, su tutti, mi rimanda alla mia adolescenza, quando, affascinata dal passaggio storico, letterario e culturale tra Ottocento e Novecento, feci «letture matte e disperatissime» (in realtà assolutamente piacevoli e stampate nella memoria) degli autori che caratterizzarono questo snodo cruciale di tempo.
Non potevo non imbattermi in Thomas Mann e ne I Buddenbrook, prima mia lettura dell'autore tedesco. E fu amore a prima vista. Da lì decisi di comprarmi tutte le opere di Mann.
Un posto particolare nel mio cuore è occupato da La montagna incantata, milleduecento pagine di meraviglia. Lo comprai, era il 1983, nell'edizione Dall'Oglio (una brutta edizione, se si può dire, in due volumi, con una copertina bianca e rossa e un disegno che non mi piaceva per niente). Lo lessi, quindi, nella prima traduzione che comparve in Italia di questo libro, la versione di Bice Giachetti-Sorteni, uscita a Milano nel 1930, sei anni dopo la pubblicazione in Germania dell'opera originale (1924) e un anno dopo l'assegnazione a Thomas Mann del premio Nobel per la letteratura (1929). Allora ero una studentessa di liceo classico, ben più addentro al greco e al latino che non alle lingue straniere (che allora, al classico, si fermavano al ginnasio e comunque io studiavo inglese). Questo per dire che non mi ero ovviamente posta il problema della traduzione del titolo originale, Der Zauberberg. All'università poi mi iscrissi a Lingue e iniziai a studiare il tedesco, lingua assai complessa, ma pericolosamente affascinante. In quel periodo tornai quindi a Mann. Non mi spingo a dire che rilessi le opere del mio autore preferito in lingua originale... no, quella sarebbe stata una montagna ben poco incantata per me da affrontare, ma iniziai a meditare sul problema della traduzione di un testo letterario. Qualsiasi testo. Ma anche allora non immaginavo che la traduzione di Der Zauberberg avesse già fatto discutere gli addetti: Ervino Pocar, infatti, nella seconda traduzione che apparve in Italia del romanzo di Thomas Mann (1965), si pose il problema della trasposizione esatta del titolo, proponendo il concetto di «magia». Che è proprio la traduzione italiana del termine tedesco Zauber (Berg significa "montagna"). Infatti Die Zauberflöte noi lo conosciamo come Il flauto magico. «Incanto» si dice invece «Verzauberung», ma in realtà, giusto per complicare un poco le cose, si può usare anche proprio il termine «Zauber».

venerdì 6 dicembre 2019

L'inferno sono gli altri: "Il purgatorio non è eterno" di Claudio Uguccioni

Il purgatorio non è eterno
di Claudio Uguccioni
Ronzani Editore, 2019

pp. 363
€ 17,00 (cartaceo)


«Inoltre le nostre stanze sono insonorizzate, teniamo molto alla privacy dei nostri clienti».Appena finì di pronunciare quell'ultima frase fu come se si fosse accorto che con un cadavere steso a terra non era molto opportuno parlare di privacy. (p. 12)
Roma 1995: il professore di storia Émile Martin viene trovato morto. Si è sparato con una Beretta calibro 22 e, visto che la moglie e il figlio sono morti in un incidente d'auto pochi mesi prima, il suicidio pare la risposta più ovvia. Al vice commissario Luigi Ranieri però la cosa non torna: perché uccidersi in un anonimo motel di Roma? Perché prenotare un volo per Washington proprio poco prima di spararsi? Perché il Vaticano e le sue forze dell'ordine si stanno interessando a questo ignoto storico francese?
Se state pensando di essere capitati in un ennesimo codice che prende il nome da qualche genio rinascimentale potete rilassarvi: dietro questo thriller storico non c'è nulla di così sensazionalistico come le storie che ci arrivano da oltre oceano. Ma c'è una ricerca storica accurata, una costruzione dei personaggi ben calibrata e un ritmo sostenuto che aprono lo sguardo su uno degli scenari forse un po' trascurati, narrativamente parlando, della nostra storia contemporanea: la politica della ex Jugoslavia.

#LectorInFabula - Due favole per Natale: Ernest & Celestine e Volpe 8

Ernest e Celestine
di Daniel Pennac
Illustrazioni di Benjamin Renner
Feltrinelli, prima edizione 2013

Traduzione di Yasmina Melaouah

pp. 218
€ 19 (cartaceo)

Volpe 8
di George Saunders
Illustrazioni di Chelsea Cardinal
Feltrinelli, 2019

Traduzione di Cristiana Mennella

pp. 52
€ 10 (cartaceo) 


C’è un piacere tutto particolare nel leggere da adulti testi che per definizione sarebbero destinati all’infanzia e che magari in passato abbiamo già incontrato proprio nelle nostre prime avventure da lettori. Le storie di Beatrix Potter e i suoi piccoli amici animali, le bellissime illustrazioni di Richard Scarry, fino ai romanzi di Roald Dahl, Italo Calvino e il mondo di J. K. Rowling, solo per citarne alcuni tra quelli che hanno accompagnato, come per tantissimi altri, anche la mia infanzia. Si lega alla lettura un misto di tenerezza e nostalgia, il ricordo della scoperta delle storie, i pomeriggi in biblioteca e libreria insieme ai miei genitori, la lettura condivisa e una passione nata allora e cresciuta nel tempo. Il periodo delle feste è forse quello più adatto per coltivare un po’ il nostro lato infantile e interpretare quelle favole con la consapevolezza dell’età adulta, cercando al contempo di non perdere del tutto l’incanto di quando eravamo bambini e il piacere semplice della storia.
Tra le proposte natalizie di Feltrinelli editore, due titoli mi hanno subito incuriosita: Ernest & Celestine, di cui da piccola avevo letto alcuni albi illustrati, e Volpe 8 una nuova pubblicazione, entrambi firmati da due autori che la me lettrice adulta conosce e ha frequentato in diverse occasioni, Daniel Pennac e George Saunders. Due storie diverse, per contenuti, scelte stilistiche e formato, ma allo stesso tempo correlate in qualche modo, per la sensibilità con cui i due narratori si sono avvicinati ai giovani lettori quale ideale pubblico delle favole in questione, e per alcune tematiche e spunti che si ritrovano in entrambe.

giovedì 5 dicembre 2019

Una villetta bifamiliare nell'Inghilterra vittoriana: la prosa pungente di Emily Eden

Una casa quasi perfetta
di Emily Eden
Elliot, 2019

pp. 190  
€ 17,50 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Titolo originale: The Semi-detached House
Traduzione di Roberta Arrigoni

Una casa perfetta è una commedia di costume brillante, che scorre rapida e leggera, strappando non pochi sorrisi sinceri per la vivacità con cui sono tratteggiati i personaggi e per il brio con cui sono costruite le loro conversazioni. Tematizzato da Emily Eden in una trama equilibrata e ben costruita è il confronto tra le classi sociali nell'Inghilterra del primo Ottocento: l'aristocrazia, ben rappresentata da Lady Blanche Chester, e la middle class cui appartengono gli Hopkinson. Questi due poli, apparentemente opposti e invece resi dai tempi sempre più vicini, si trovano a coesistere forzosamente nella condivisione di una villetta bifamiliare. Proprio il giudizio tranchant di Blanche all’inizio del romanzo ci consente, attraverso l'esternazione ironica dei suoi pregiudizi, di iniziare a conoscere la protagonista, facendo una accurata pesatura dei suoi difetti:
“Oh, povera me! Un bambino piccolo che starà tutto il tempo a lanciare sassi contro la palizzata facendomi sobbalzare il cuore in petto, due figlie che non faranno che suonare Partant pour la Syrie, una madre che [...] sarà spaventosamente grassa e porterà le muffole, muffole spesse e ruvide, e farà di tutto per sapere cosa mangio a ogni pasto."
"Sai, Blanche, a volte penso sia un peccato che tu abbia un'immaginazione così fervida, e un peccato ancora più grande che tu sia tanto suscettibile.” [...]
"Ma davvero sono troppo fantasiosa e suscettibile?"
"Mi rincresce, mia cara, ma temo proprio di sì. Basti dire che hai cominciato questa settimana facendoti venire un accesso di febbre perché Arthur è in procinto di lasciarti, e parliamo di un viaggio che potrebbe dischiudergli ottime prospettive future. Starà via solo tre mesi ed è amareggiato quanto te all'idea della vostra separazione. E tu subito dichiari che non vi vedrete per un anno almeno, che ti dimenticherà in men che non si dica e si innamorerà di qualunque donna gli capiterà di incontrare. [...] Che il suo treno per Folkestone deraglierà, che la sua nave colerà a picco prima di attaccare ad Anversa e che lui, infine, morirà di febbre a Berlino. Tu nel frattempo partorirai un bambino morto, immediatamente seguito da due gemelli, avrai un travaglio dolorosissimo e morirai di tubercolosi e un certo numero di altre malattie. [...] Se queste non sono fantasticherie infondate, cara Blanche, davvero non saprei come chiamarle."
"Eppure suonano plausibili, e vi assicuro che non sono stata io a fabbricarle, mi si sono presentate alla mente senza che le evocassi, e mi pare che non differiscano granché dagli ordinari eventi della vita." (p. 8-9)

Vita autentica e vita inautentica nella scrittura di Coelho: «Veronika decide di morire»

Veronika decide di morire
di Paulo Coelho
traduzione di Rita Desti
La Nave di Teseo, 2019

pp. 228
€ 13,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

“Io non so che cosa sia esattamente un matto,” sussurrò Veronika. “Comunque, io non lo sono. Sono una suicida frustrata.”
“Matto è colui che vive nel proprio mondo. Come gli schizofrenici, o gli psicopatici, o i maniaci. Quelle persone, cioè, che sono diverse dalle altre.”
“Come te?” (p. 48)
Di dialoghi e considerazioni come quella riportata il libro di Coelho è pieno: sono considerazioni che mirano a fornire una visione diversa sulla malattia mentale, meno ostracizzante e più vicina a una forma d’arte e di autenticità. Il malato mentale viene qui presentato come colui che ha un problema dal punto di vista medico, sì, e un problema socialmente rilevante oltretutto, che difficilmente gli potrebbe garantire una vita degna; tuttavia viene anche presentato come se fosse, in massima parte, costituito da una differente visione del mondo rispetto a chi la malattia mentale non ce l’ha. La malattia mentale viene cioè presentata come una forma di alterità rispetto agli altri, che poi saremmo noi comuni mortali, i quali vivono una vita regolare, standard, in qualche modo legata a una visione borghese e pertanto ingabbiata del mondo.
Che il senso ultimo dei tanti discorsi affrontati in Veronika decide di morire sia proprio questo è dovuto al ritornare costantemente sull’argomento:
“È grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. È grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura, significa andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra. Ma tu ritieni che l’essere diverso sia una follia, e perciò hai scelto di vivere a Villete. Perché qui, visto che tutti sono diversi, diventi uguale agli altri. Capito?” (p. 187)

mercoledì 4 dicembre 2019

Tra sogno e gelida realtà: la neve, protagonista in discussa del nuovo libro di Franco Brevini


Il libro della neve. Avventure, storie, immaginario
di Franco Brevini
Il Mulino, 2019

pp. 328
€ 45 (cartaceo, copertina rilegata, pagine patinate, a colori)


Nel corso dei secoli, la neve non ha mai smesso di stupire gli uomini, ora portando con sé ricordi fatati dell'infanzia, ora seminando inquietudine, se non addirittura panico per le conseguenze spesso anche fatali. Quel che è certo è che la neve trasforma, e tanti artisti si sono confrontati con questi cambiamenti, mentre gli sportivi hanno misurato le proprie forze in record memorabili, gli esploratori si spingevano oltre i limiti noti,... 

Nel grande e prezioso libro illustrato uscito da poco per Il Mulino, Franco Brevini, insegnante di Letteratura italiana all'Università di Bergamo, unisce la precisione dello studioso alla sua passione per l'alpinismo.
Come definire, dunque, queste oltre trecento pagine dedicate alla neve? Non è semplice. Certamente si tratta di un avvincente percorso tematico, che spazia e raccoglie materiale eterogeneo, affascinante per la stessa arbitrarietà degli accostamenti, che, montati ad arte, fluiscono in una lettura sempre piacevole: ad accostamenti storici che travalicano i secoli (come, ad esempio, la napoleonica campagna di Russia o la tanto leggendaria traversate delle Alpi ad opera di Annibale), si avvicendano spogli letterari, anche qui a perdifiato attraverso la storia della letteratura, mentre per lo sport si riprendono aneddoti e record straordinari. E che dire della scienza, che ha analizzato tanto a lungo la composizione dei cristalli della neve? O delle tante parole usate nei secoli per designare questo labile tappeto bianco? O degli animali che popolano tipicamente i ghiacciai? 

#CriticaNera - L'ultima avventura dell'avvocato Guerrieri: "La misura del tempo".


La misura del tempo
di Gianrico Carofiglio
Einaudi, Stile Libero Big, 5 novembre 2019 

pp. 288
€ 15,30 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Sono due le linee narrative che compongono l'intreccio de La misura del tempo, l'ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio: la prima è quella prettamente giallistica, che segue le indagini prima e il processo dopo e che vedono impegnato l'avvocato Guerrieri; la seconda riguarda la storia d'amore avuta da Guerrieri con la madre dell'imputato tanti anni prima. Una linea in presa diretta, quindi, con un linguaggio più snello e la prevalenza di sequenze narrative e dialogiche, e una linea di lungo flashback, dove invece abbondano le sequenze descrittive ma soprattutto riflessive, nelle quali Guido Guerrieri si lascia avvolgere da una dolce malinconia, dalle "rimembranze" di un amore in cui lui ha dato certamente più di quanto ha raccolto. 
"Era Lorenza. Cioè lei. Se l’avessi incrociata per strada non l’avrei riconosciuta. Era lì davanti a me, a quel punto sapevo benissimo chi fosse, ma ugualmente non ne avevo la più pallida idea". 

martedì 3 dicembre 2019

#CritiCOMICS - «Sapevo che nel mio primo libro da autore completo avrei raccontato di un viaggio»: Giopota a Lucca Comics ci racconta "Inni alle stelle"

Sognante come non mai, Giopota è tornato con "Inni alle stelle", un'avventura magica e piena di colpi di scena edita da Bao. Noi l'abbiamo raggiunto a Lucca Comics and Games e ci siamo fatti dire "com'è nato questo viaggio in mezzo alle stelle".


Partiamo subito con una domanda da “far tremare le vene ai polsi”: come ti sei sentito quando hai deciso di iniziare a lavorare, per la prima volta, su un romanzo grafico da autore “completo”?
In realtà mi sono sempre sentito pronto a realizzare un fumetto solo mio. Avrei voluto farlo già un paio di anni fa, anche se a posteriori posso dire di aver fatto bene ad aspettare. Nel frattempo, ho accumulato la giusta esperienza per poter affrontare questo viaggio da solo. Ho provato a non pensare troppo a come mi sentissi. Sono partito focalizzandomi sul presente e su ogni mio passo, senza fretta e senza idealizzare la meta (che è esattamente quello che all'inizio del libro fa Inni, il protagonista). Certo, è stato più faticoso, ma anche doppiamente gratificante.



Qual è stato lo spunto per la tua storia? Avevi qualche esempio, magari letterario o filmico, oppure è stata una tua idea balenata all’improvviso?

In principio sapevo solo che nel mio primo libro da autore completo avrei raccontato di un viaggio. Ne ho scritte tante versioni ma nessuna di quelle funzionava perché parlava poco di me. Ho capito che questa storia avrebbe avuto sostanza solo se ci avessi messo del mio vissuto.
Ho comunque avuto dei riferimenti, ma più che definirli tali direi che sono stati dei punti attorno cui orbitare senza emularli, pur traendone ispirazione. Degli esempi: Il cammino di Santiago di Paulo Coelho e Lo Hobbit di Tolkien.

Le tante vite di Lucia Berlin, raccontate dalla sua voce mai retorica né tentennante: "Welcome home"

Welcome home. Un memoir con fotografie e lettere scelte
di Lucia Berlin
Bollati Boringhieri, 2019

Curatela e prefazione di Jeff Berlin
Traduzione di Manuela Faimali

pp. 190
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)



Tante, tantissime vite in una sola: leggendo Welcome home, passando da un lacerto di memoria a una fotografia, si ha proprio l'impressione che Lucia Berlin abbia vissuto un'esistenza poliedrica, con sorti alterne, in numerosissime città, cercando radici che sembrano non arrivare mai davvero. 
Fin da bambina, la famosa scrittrice americana nota per i suoi racconti è stata abituata a spostarsi con la madre, il padre e i fratelli tra i vari siti minerari dove il lavoro paterno portava tutta la famiglia. Case senza riscaldamento in legno, inverni rigidi, vicini di casa strani e degni di memoria sono solo alcuni degli elementi più ricorrenti nell'infanzia di Lucia Berlin. E soprattutto, storie. Dettagli osservati e impressi nella memoria di una bambina già promettente, che nelle foto scattate guarda in modo curioso e impertinente l'obbiettivo, mostrando ogni volta la sua predisposizione a osservare il mondo. 

lunedì 2 dicembre 2019

The Irishman: dal cinema al romanzo il passo (non) è breve


The Irishman
di Charles Brandt
Fazi Editore, 2019

Traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini

pp. 469
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Partiamo subito da un presupposto: negli ultimi dieci anni il fenomeno, fino a quel momento praticamente inedito, dei "romanzi tratti da film" (e non il contrario, come prima era solito avvenire) è stato sempre più presente nelle trame dell'industria dell'intrattenimento. Tuttavia, per questo The Irishman di Charles Brandt siamo proprio nel versante opposto, ovvero quello più classico. E classico sarà la parola guida per questa nostra recensione. Già perché il "racconto di mafia" di Brandt, da cui è stato tratto il film diretto da Martin Scorsese con i "magnifici tre" Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel finalmente riuniti a recitare insieme, è un romanzo "classico che più classico non si può". E, ahinoi, non è un bene questo, anzi.

Il faro in una stanza, quarta edizione: raccontare Virginia Woolf e la sua visione

Ho il potere di arrivare a dire la realtà vera?

È una delle domande principali che si poneva Virginia Woolf quando scriveva. 

Una domanda che da sola contiene una grande, immensa, possibilità: quella di rendere la vita in scrittura, di strappare alla realtà una verità, e questa verità poi comunicarla attraverso una visione. È questo l'aspetto più inquieto della sua personalità, troppo spesso e troppo banalmente rappresentata come inquieta, buia e depressa, quando i diari e le lettere ci dicono tutt'altro raccontandoci invece la vitalità, l'acume, l'ironia, l'attenzione vigile sul mondo.

Se c'è una cosa che rendeva Virginia Woolf inquieta era la sua ricerca, costante e spesso sfibrante, di
arrivare alle cose, dentro le cose, nel flusso della vita che acquista un senso solo quando viene messo in forma scritta.
È la ragione per cui a quasi ottant'anni dalla scomparsa è così contemporanea: è l'esempio di una ricerca di senso, ed è una ricerca che non passa mai. 
Chi ama Virginia Woolf dal 2016 a questa parte ha l'opportunità di incontrarla non solo nelle letture, ma anche attraverso un festival che chiama a raccolta i suoi lettori per celebrare la sua visione e la bellezza della sua opera.
Si chiama Il faro in una stanza e si tiene a Monza; noi eravamo lì già dalla prima edizione che abbiamo poi raccontato attraverso una cronaca e un'intervista a Raffaella Musicò, la proprietaria della libreria Virginia e Co di Monza, che insieme a Liliana Rampello, Elisa Bolchi e Sara Sullam da anni lavora all'organizzazione e alla comunicazione dell'iniziativa.
Quattro donne, studiose e professioniste del mondo del libro che amano Virginia e la raccontano per quello che era, una rivoluzionaria, un'equilibrista della parola e del tempo che tutt'oggi si destreggia su una corda immaginaria tra passato, presente e futuro.

Inseguendo "L'anno della lepre", il romanzo cult di Paasilinna

L'anno della lepre
di Arto Paasilinna
Iperborea, I edizione 1994

Traduzione di Ernesto Boella

pp. 208
€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)
gratis con Kindle Unlimited



La prima volta che ho sentito parlare di questo libro è stata anche la scoperta di Iperborea, la casa editrice che si occupa esclusivamente di narrativa del nord Europa. Un titolo curioso, che mi guardava dagli scaffali della libreria. È passato qualche anno, il libro in questione era rimasto su quello scaffale. Nel tempo ho sentito spesso parlare del romanzo cult di Arto Paasilinna, con il crescente pubblico di lettori affezionati, l’ho ritrovato a guardarmi dagli scaffali di tutte le librerie, in diverse vesti grafiche per il numero crescente di edizioni che via via si accumulavano in seguito al successo tra il pubblico. Poi lo scorso anno, poco prima della scomparsa di Paasilinna, me ne parlò una persona del cui parere mi fido molto, nel corso di una delle tante “passeggiate letterarie” che amiamo fare insieme, tra spunti, consigli, scoperte. Cercare L’anno della lepre tra i libri usati diventò una specie di rituale del weekend, con scarsi risultati fino a un paio di mesi fa, quando finalmente l’abbiamo trovato. Tanta ricerca – e aspettative, anche – meritava di essere celebrata aspettando il momento giusto per immergersi adeguatamente nelle atmosfere del libro e così ho rimandato ancora di un po’ la lettura, in attesa dei primi giorni di freddo.
Sono bastate poche righe per capire che la scrittura di Paasilinna è talmente precisa ed evocativa che avrei potuto leggere la storia anche al mare, sotto il sole ligure di ferragosto, riuscendo comunque a dimenticarmi di tutto quanto intorno e ritrovarmi insieme a Vatanen, il protagonista, tra i boschi della Finlandia, conquistata dalle avventure del giornalista in fuga con la sua lepre. Un romanzo – o, per meglio dire, una novella, come la definì il suo autore – velato di leggera malinconia e al contempo ironico, divertente, storia ricchissima di spunti di riflessione, un’avventura on the road che, pubblicata per la prima volta in Finlandia nel 1975, più di quarant’anni fa ormai, è un classico e, come tale, ha superato limiti geografici e cronologici.

domenica 1 dicembre 2019

Uno straordinario adattamento grafico del "grande poema del mondo": il Mahabharata a fumetti

Il Mahabharata
sceneggiatura di Jean-Claude Carrière
illustrazioni di Jean-Marie Michaud
L’ippocampo, 24 ottobre 2019

traduzione dal francese di Fabrizio Ascari

pp. 446
€ 29,90 (cartaceo)



Il 1985 ha rappresentato un’annata importante per le arti performative: fu difatti in occasione del trentanovesimo Festival del teatro di Avignone che il 7 luglio debuttò il Mahabharata di Peter Brook, spettacolo epico e colossale di nome e di fatto dal momento che portava in scena un adattamento del “grande poema del mondo” per un totale di nove ore di spettacolo. Sono passati più di trent’anni da quell’evento destinato a passare alla storia, e ancora oggi il lavoro del regista inglese – che fino al 1988 lo portò in tournée in tutto il mondo – è studiato, analizzato e celebrato in numerose pubblicazioni. Un destino più che fausto, dunque, e che per certi versi somiglia a quello del testo d’origine, scritto in sanscrito a partire dal IV secolo a. C. e successivamente ampliato fino ad arrivare a una lunghezza quindici volte superiore a quella della Bibbia. Merito di quel successo fu anche di Jean-Claude Carrière, che (insieme a Marie-Hélène Estienne) mise mano all’adattamento del testo operando tagli alle parti non necessarie e inserendo alcune aggiunte di raccordo; un lavoro, quello dello scrittore, che non cessò nemmeno con la messa in scena, ma che andò avanti almeno fino al 1989, quando mise mano alla forma romanzo per rendere l’opera accessibile a un pubblico moderno di lettori oltre che di spettatori. Tre anni fa – tanti ce ne sono voluti per il compimento della sua "impresa" – l’illustratore Jean-Marie Michaud si è a sua volta appropriato di quella sceneggiatura per darle forma e colore sottospecie di fumetto: il risultato è un meraviglioso volume appena pubblicato da L’ippocampo nella sua versione italiana, e che spicca per originalità e imponenza nel sempre ammirevole catalogo della casa editrice. 

#LibriSottoLAlbero 2019 - Quali romanzi regalerà la nostra redazione?


Buon 1° dicembre, lettori! 
Come ogni anno, a dicembre la nostra rubrica del "Rileggiamo con voi", piena di consigli librari, si trasforma in "Libri sotto l'albero", per aiutarvi a scegliere cosa regalare questo Natale. Per non sbagliare, oltre alle indicazioni sul libro trovate perché regalarlo e le persone più adatte a riceverlo in dono. Correte poi a cliccare sul link alle nostre recensioni, per verificare se quel libro davvero può fare al caso vostro! 
In questo primo appuntamento, le nostre redattrici si soffermano sui romanzi: quali regalare? Non perdete le prossime due domeniche, con altri consigli per fare regali decisamente personalizzati. 

Intanto buon primo clima natalizio! 
La Redazione


***

Barbara regalerà 
"Persone che potresti conoscere" di Joann Sfar (Clichy)
Perché: il Natale è il momento in cui le famiglie si riuniscono, un'occasione preziosa per ritrovare gli affetti, condividere la felicità e la magia delle feste e, soprattutto, dialogare. Tuttavia, avendo qualche giorno di ferie dal lavoro, molti di noi, anziché dedicarsi alle relazioni affettive, passano più tempo del solito sui social network. Rifugiandosi in un mondo virtuale che anestetizza, distrae e spesso travisa la realtà, si corre il rischio di perdere le cose veramente importanti, il significato primo del Natale: stare vicino a chi si ama, coltivare l'amore. Il romanzo di Sfar costituisce un monito sufficientemente spaventoso alla deriva offerta dai social... Un tema importante trattato con la leggerezza e l'ironia necessarie a trascorrere qualche ora piacevole sotto le luci dell'albero di Natale.
A chi: Ai più giovani, che vivono una vera e propria commistione tra mondo reale e virtuale, rendendo le due dimensioni spesso sovrapposte. Ma anche ai più grandicelli, che non essendo "nativi digitali" in molti casi non sono in grado di porre limiti e paletti alla vita sui social network; a chi i social li usa per lavoro e, di conseguenza, li evita nel tempo libero; a chi cerca l'amore ed è tentato di cedere alle lusinghe di qualche corteggiatore virtuale: i social possono aiutare anche i più timidi a sciogliersi e incontrare persone nuove, ma non possono mai sostituire un rapporto diretto, fatto di azioni autentiche: un caffè insieme, una coperta da condividere sul divano, una cena e una passeggiata per le vie della città resa magica dalle luci del Natale.

sabato 30 novembre 2019

#CritiCOMICS - grazie a Leo Ortolani questa volta sulla Luna siamo tornati davvero!

Luna 2069
di Leo Ortolani
Feltrinelli Comics, 2019

pp. 239
€ 20,00 (cartonato)
€ 8,99 (ebook)


Quanto le avventure del topo mascherato più famoso dei fumetti si sono concluse con il numero 122, non mi vergogno ad ammettere di aver provato un profondissimo senso di vuoto. Le storie disegnate da Leo Ortolani mi avevano accompagnato per circa dieci anni, da quel Lucca Comics & Games del 2009 in cui mi ero ritrovata per caso a una conferenza sull’intraducibilità dei fumetti umoristici e in cui era relatore, appunto, Leo Ortolani, che ebbi l’occasione di conoscere per la prima volta. Da quel momento non sono più riuscita a staccarmi dalle sue strisce e alla vigilia della conclusione di una serie di cui recuperai avidamente tutti i numeri usciti fino a quel momento, non sapevo davvero come avrei potuto colmarne l’assenza. Invece il geologo più divertente del suolo italico ha fatto in modo di riempire il panorama letterario di opere così sagaci, geniali e profonde da permettermi di guardare indietro alla serialità del suo figlio più famoso con tenerezza, ma mai con nostalgia. C’è riuscito più di tutti con Cinzia, ma anche aver letto dell’avventura dell’adozione in Due figlie e altri animali feroci non è stato da meno. Ci sono state, poi, le raccolte dedicate alle recensioni cinematografiche e il primo volume scritto in collaborazione con A.S.I. (Agenzia Spaziale Italiana) e E.S.A. (European Space Agency) e uscito nel 2017 per la Panini Comics, C’è spazio per tutti. Con Luna 2069 il ciclo continua a ripetersi e ancora una volta riesco ad avere tra le mani l’opera a fumetti che i lettori del XXI secolo meritano.

#SpecialeMeridiani – Quando la letteratura da regionale si fa universale: la prosa poetica di Goffredo Parise

Nato a Vicenza nel 1929 e morto a Treviso nel 1986, Goffredo Parise viene troppo spesso etichettato alla luce della sua appartenenza regionale, e pertanto tenuto ai margini del canone della letteratura italiana: i libri di testo scolastici lo relegano in un angolo, spesso solo tra i contenuti digitali integrativi – non degno forse di occupare tre pagine in un volume che ne contiene centinaia. La scoperta di questo autore è dunque dell’età adulta, che del resto è quella più atta a comprenderne e apprezzarne le sfumature, la complessità. 
L’ho conosciuto durante un corso universitario monografico, a lui dedicato da un docente appassionato e sapiente, ed è stato per me la folgorazione, il grande amore. Ho comprato il primo volume dei Meridiani all’alba del mio terzo anno accademico e l’ho custodito come un reperto prezioso, il cui valore era accresciuto dalla bella introduzione di Andrea Zanzotto, che di Goffredo fu buon amico e che lo celebra, senza ritrosie, come “una delle figure più singolari e geniali del Novecento italiano”. Il secondo volume è arrivato in dono per la mia laurea. Ad oggi, rimangono i libri a cui sono più affezionata, quelli che porterei con me se dovessi salvarne solo due. A distanza di tempo, torno a chiedermi cosa abbia dato questo autore alla me di allora, giovane, studentessa di lettere che si affacciava al mondo. Mi ha dato, sicuramente, la gioia di una prosa straordinaria, che sapeva essere pungente, precisa, ma anche impastata di poesia – già dal suo esordio con l’incredibile, visionario, Il ragazzo morto e le comete, e fino al suo ritorno tardivo alla meraviglia con i racconti brevi dei Sillabari. Alcune delle intuizioni, degli sprazzi creativi di queste opere, seppure in forma diversa, rimangono insuperati, non solo nei testi da me letti fino ad allora, ma anche in tutti quelli che ho potuto avvicinare in seguito: penso al ragazzo di quindici anni, con i suoi “occhi neri, lunghi e pieni di antichità”, che non può prendere congedo dal mondo e che i suoi amici più cari, Fiore e Antoine, continuano a cercare dopo la sua morte nei luoghi da lui amati; oppure ancora al senso della vita, che la voce “Famiglia” del primo Sillabario ci rivela nascosto in un goccio di latte materno che riesce a dare speranza a un uomo (solo e anonimo come tanti uomini) e, nei momenti più cupi e vuoti della sua esistenza, gli fa ricordare solo “latte, miele, fiori o erba e linfa umana”.

venerdì 29 novembre 2019

Chi è Pinar Selek, la sua storia e perché non può tornare a casa


Lontano da casa
di Pinar Selek
Fandango Libri, 20 giugno 2019 

Traduzione a cura di Manuela Maddamma e di Viviana Tomassetti 

pp. 72
€ 10,00 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)

C'è una differenza significativa tra questo tipo di cambiamento e lo strappo brutale. 
I miei fiori non sono stati più annaffiati, e c'erano degli uccelli ai quali offrivo il pane ogni mattina, e i vecchi amici a cui portavo il cibo, l'ulivo che avevo piantato nel mio giardino... Il romanzo che avevo cominciato a leggere e l'articolo che stavo scrivendo sono rimasti sul tavolo. E le foto di mia madre, i regali degli amici, le lettere che spesso rileggevo, la campagna politica che avevamo appena lanciato e il discorso che dovevo pronunciare durante la manifestazione... I miei amici mi aspettavano all'angolo della strada... 
Il mio “a casa”, la mia casa erano loro. Non avevo finito di costruire la mia casa. Stavo continuando... Perché proprio adesso? Capita. La vita non è fatta unicamente del nostro mondo. (p. 20)
Immaginate di dover lasciare all'improvviso la vostra casa. Immaginate vostro padre che vi esorta a prendere nel più breve tempo possibile quanto di più caro possedete e a doverlo mettere in una valigia. 
Soprattutto, immaginate di doverlo fare quando, da innocenti, sulla vostra testa oscilla l'atroce spada di Damocle di un ergastolo. Aggiungete, nel vostro immaginario, che questa spada continui a seguirvi ovunque per vent'anni. 
E a dondolare, dondolare, dondolare ovunque vi troviate, anche se lontani da casa vostra. 

#CritiCOMICS - «Da adolescente ero un po’ come Alice, la mia protagonista, magari non avevo i superpoteri, ma senz'altro ero il classico nerd appassionato di fumetti»: intervista a Giulio Macaione

"Nato" da un'esperienza di vita vissuta, o per meglio dire, di "città abitata", "Alice di sogno in sogno", il nuovo albo di Giulio Macaione ci ha conquistato per il suo modo, molto particolare, di mischiare realtà con finzione, assieme al sogno. Ecco perché a Lucca Comics è stato un piacere intervistarlo in merito al suo nuovo libro Bao.

Quando abbiamo terminato di leggere “Alice di sogno in sogno” non abbiamo potuto che innamorarci di Alice, la protagonista del tuo libro. Come hai fatto a costruire un personaggio così sfaccettato e ricco di sfumature, nonostante la giovane età? Hai trovato spunto da qualche protagonista della cultura pop oppure hai fatto affidamento su persone reali. O magari nessuna delle due? 
Direi che Alice - da pronunciare all’inglese mi raccomando! - è il risultato della mia immaginazione. È un personaggio che ho creato tanti anni fa e solo di recente ho sviluppato la sua storia. Da adolescente ero un po’ come lei, magari non avevo i superpoteri, ma senz'altro ero il classico nerd appassionato di fumetti, proprio come Alice che ne legge in continuazione! Per fortuna, al contrario suo, non sono mai stato vittima di bullismo per questo. 

#CriticaLibera - Rileggere "Piccole donne" a trent'anni. Il modello letterario e umano di Louisa May Alcott

Piccole donne, di Greta Gwig, 2019 (con Emma Watson, Florence Ough, Saoirse Ronan, Eliza Scanlen e Meryl Streep)
Oggi è il compleanno di Louisa May Alcott. Il 29 novembre del 1832 nasce infatti una delle poche autrici che posso definire fondamentali nel mio percorso di lettrice e di donna e sono sicura che vale lo stesso per molte altre ragazze (e, spero, ragazzi) nel mondo. Così quest’anno, il trentesimo della mia vita, ho deciso di rileggere il capolavoro della scrittrice americana e ho provato a guardare alla bambina di allora con gli occhi dell’adulta di oggi e ricordare di cosa era composta quella magia chiamata Piccole donne.

giovedì 28 novembre 2019

#ScrittoriInAscolto - la solitudine del critico letterario secondo il professor Giulio Ferroni

Giorgio Patrizi, Raffaele Manica, Giulio Ferroni e Stefano Gallerani
La presentazione dell’ultimo saggio di Giulio Ferroni edito da Salerno Editrice (e di cui vi abbiamo parlato qui), La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere, non poteva avvenire se non a Villa Altieri, una delle più prestigiose dimore storiche seicentesche di Roma, luogo che ospita la Biblioteca della Città Metropolitana, il Centro di Studi per la ricerca letteraria, linguistica e filologica “Pio Rajna”, la Biblioteca Storica Dantesca e una collezione archeologica allestita in un percorso espositivo multimediale ed interattivo. In una cornice che respira storia e cultura si è infatti tenuta quella che definirei più una tavola rotonda che la presentazione di un libro. Accanto al prof. Ferroni, storico della letteratura e nome conosciuto da migliaia di studenti in tutta Italia, sedevano infatti Stefano Gallerani, Raffaele Manica e Giorgio Patrizi, tutti corenti nell’obiettivo di presentare un volume, ma al tempo stesso di proporre l'interiorizzazione di ciò che quel volume ha suscitato loro, certi che in sole 78 pagine sia concentrato un efficacissimo distillato di sapere che aprirà a molte riflessioni sul futuro della critica letteraria in Italia.

#CriticARTe - Sulla via dei "nuovi mondi" di Photolux 2019


Photolux 2019
Mondi. New Worlds

Lucca, 16 novembre - 8 dicembre;
biglietto intero   22,00; 
ridotto € 19,00.





©Abbas/Magnum Photo
La spedizione a Photolux, Biennale Internazionale di Fotografia ospitata dalla bella città di Lucca, è sempre un avvenimento atteso, e sempre una garanzia. Quattro anni e tre rassegne, iniziate sempre con il World Press Photo, una raccolta degli scatti vincitori del concorso annuale (attualmente il 62°), divisi per sezioni tematiche (dall’ambiente allo sport, dai ritratti all’attualità). Una mostra, questa, che risulta particolarmente adatta come esordio per l'edizione del 2019, dedicata proprio ai Mondi. New Worlds. La forza delle immagini, valorizzata dall’ambientazione ariosa ma imponente della Chiesa di San Cristoforo, apre infatti innumerevoli finestre sul reale, grazie a un eccellente apparato didascalico e alla forte cifra di narratività che aiuta l’immersione del pubblico. Per me, che mi presento ogni volta con tutto l’entusiasmo della neofita, è rassicurante ritrovare forme consuete, concretizzate in foto di altissimo livello che mi preparano a quella che sarà l’esperienza diffusa dei due giorni che mi attendono. Il tema prescelto per quest’anno (dopo i precedenti Sacro e profano qui la recensione – e Mediterraneo ­qui la recensione) mi trovava però sospettosa: troppo ampio e variamente declinabile, poteva rivelarsi un boomerang, o un calderone in cui lasciar spazio all’entropia. 

Istantanee dalla fine del mondo. "Il Mostro e altre storie" di Agota Kristof




Il Mostro e altre storie
di Agota Kristof
Edizioni Casagrande, 2019

Traduzione e introduzione di Marco Lodoli

pp. 136
€ 18,00


Agota Kristof è una scrittrice che ci obbliga a guardare negli occhi il dolore.
La sua stessa vita è stata una narrazione dolorosa: la nascita in Ungheria, poi la fuga prima del drammatico 1956, il rifugio in Svizzera e l'adozione del francese come lingua della scrittura, "lingua nemica" adottata da una profuga che deve ricostruire un'identità.
Per questo, ma non solo, perché oltre alle ragioni biografiche ci deve essere stato un nucleo di ispirazione molto resistente, le sue opere nascono dall'esigenza di dire il male, raccontarlo senza retorica e divagazioni, andando dritto al punto come una freccia su un arco in tensione. Molti lettori conoscono Agota Kristof per quello che viene considerato il suo capolavoro, Trilogia della Città di K., un'oscura fiaba contemporanea che racconta la storia di due bambini, Lucas e Claus, soli nella realtà della guerra, dove tutto è il contrario di ciò che sembra e non ci sono aiutanti né maghe buone a salvarli. 
Ma in realtà l'autrice ci ha regalato tanti altri preziosi testi letterari, alcuni dei quali da scoprire proprio nel catalogo di Edizioni Casagrande, come Dove sei Mathias? e la raccolta poetica Chiodi.
Con Il Mostro e altre storie vengono adesso alla luce delle pièce teatrali scritte tra il 1970 e il 1980 in Svizzera.
Quattro commedie nere - inedite in Italia - che, come scrive Marco Lodoli nell'introduzione, "hanno la forza concentrata dei proverbi, dei salmi, dei sogni." 
Così in effetti si sente il lettore, come se camminasse sul filo invisibile di un sogno inquieto, mentre tenta di raggiungere la salvezza scappando da qualcosa. 

mercoledì 27 novembre 2019

La scrittura come catarsi e rivelazione: il laboratorio di Gruppo Incontro, il libro di SassiScritti


L’isola che c’è
di autori vari
a cura di Luca Buonaguidi e Francesca Gori
SassiScritti associazione culturale, 2019

pp. 132
Senza prezzo

Premessa: questo libro è stato realizzato in collaborazione con la Cooperativa Gruppo Incontro e raccoglie gli scritti dei partecipanti al laboratorio di scrittura autobiografica tenutosi per gli utenti della comunità di Uzzo, sulla montagna pistoiese.
Questo libro non intende porsi come un’opera letteraria o di narrativa, né tantomeno essere un saggio che analizzi la vita in comunità. Assolve piuttosto a una duplice funzione: da un lato terapeutica e catartica per i partecipanti al laboratorio che, ritrovandosi a scrivere di se stessi all’interno di un contesto guidato da esercizi ben specifici – la rievocazione di flashback, lo scatto di foto in ambienti naturalistici o urbani, la scrittura di una lettera a un destinatario assente –, hanno modo di scandagliare il proprio passato, rivivendolo attraverso il percorso in comunità, e al contempo di visualizzare un’ipotesi di futuro, elemento temporale che spesso viene visto in modo oscuro e confuso, quando non percepito come irrimediabilmente compromesso a causa dell’abuso di sostanze; dall’altro conoscitiva per chi, leggendo, ha modo di entrare in contatto con un’umanità il più delle volte denigrata e posta ai margini attraverso quella che viene definita come una «estetizzazione diseducativa», volta a un giudizio immediato e superficiale.

"La solitudine del critico": leggere, riflettere e resistere secondo Giulio Ferroni


La solitudine del critico. Leggere, riflettere e resistere
di Giulio Ferroni
Salerno Editrice, 2019

pp. 80

€ 8,90


Giulio Ferroni, storico della letteratura, critico e scrittore, è uno studioso che da sempre discute il ruolo della critica. 

Può sembrare scontato che le due cose vadano di pari passo ma non lo è.
Perché ci sono critici più inclini a rivolgere lo sguardo all'esterno, al panorama culturale, ai testi e alla storia letteraria, e critici che agli studi hanno affiancato nel tempo un programmatico esame del proprio stesso ruolo, raffrontandolo costantemente con le strutture di un mondo in cambiamento. 

E se il mondo cambia, va da sé muti anche il ruolo della critica che, da sua etimologia greca, non è tanto (o meglio solo) l'arte del giudicare, ma più quella del saper separare e cernere

È una sorta di censimento del pensiero che chiama a raccolta tutti gli elementi e poi li filtra per poter arrivare a un giudizio sulle cose.

Giulio Ferroni, autore di una poderosa Storia della letteratura in 4 volumi e di interventi illuminanti come quelli sulle teorie del "comico" nel Novecento, ci ha già proposto una riflessione sul proprio ruolo ne La passion predominante, un libro del 2009 che parte dalla rievocazione delle proprie letture giovanili per arrivare a un ritratto del sé maturo e che parallelamente offre un'appassionata riflessione sullo stato di pericolo in cui versa la letteratura nel mondo di oggi.

Anche in questo nuovo volume, La solitudine del critico (edito da Salerno Editrice), torna lo sguardo al contemporaneo con un attento ragionamento sullo stato della critica.
Non a caso il libro esce in una collana, Astrolabio, che dichiara di voler "fare il punto" su grandi temi, figure, momenti, aspetti della nostra cultura e della nostra storia.

martedì 26 novembre 2019

"Nessuno è come qualcun altro": l'enigmatica arte di raccontare per Amy Hempel

Nessuno è come qualcun altro. Storie americane
di Amy Hempel
SEM, 21 novembre 2019

Traduzione di Silvia Pareschi

pp. 156
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Eh sì, qualche volta giri pagina e scopri che Amy Hempel ha chiuso così il racconto, lasciandoti pieno di punti di domanda, e allora torni indietro e ripercorri i passaggi salienti del testo, confermi che quel finale, davvero, non te lo aspettavi. D'altra parte non c'è da stupirsi: Amy Hempel è un'allieva di Gordon Lish, editor passato alla storia per il suo lavoro con Carver. E qualcosa di quel minimalismo, inutile dirlo, si avverte in queste storie americane, che vivono di squarci improvvisi - rivelando spesso anche realtà scomode - che poi si richiudono altrettanto inaspettatamente. Eppure, anche a pagina chiusa e a nuovo racconto iniziato, qualcosa del precedente risuona, torna nei ricordi, si incista. 
Ci sono inizi fulminanti, come quello di Un rifugio con tutti i servizi: «Mi conoscevano come quella che puliva le gabbie dalle cacche puzzolenti con la canna dell'acqua - e lo faceva con piacere» (p. 15). Non è che l'inizio di una prosa ritmata dal "mi conoscevano" / "ci conoscevano", che marcia dritta e senza interruzioni verso passi difficili, su animali che stanno per essere soppressi, e altri più lievi, dedicati a quelli che fortunatamente si salvano. 

#CriticARTE – Se a Van Gogh si nega il colore: "L'odore assordante del bianco"


L’odore assordante del bianco
di Stefano Massini
regia di Alessandro Maggi

con Alessandro Preziosi

 Teatro Nuovo (Verona)
19-24 novembre 2019





Che cosa ne è di Van Gogh, se gli si toglie il colore? Rimane solo il bianco, soffocante, stordente come una prigione, come la stanza asettica dell'ospedale psichiatrico di Saint Paul in cui il pittore venne ricoverato nel 1889 e in cui ogni sfumatura sembra risucchiata via dalla ricerca di una totale sterilità, degli ambienti come dei sentimenti. Una stanza, quella in cui è ambientata la rappresentazione, in cui anche i petali dei fiori sono candidi, e che contrasta penosamente con le tonalità calde di un'altra stanza, la stanza gialla, emblema di tutte le speranze deluse di Vincent. Intorno al vuoto di colore, al vuoto di calore, ruota la pièce, diretta con grande intelligenza da Alessandro Maggi. Il bianco, di cui l'efficace sinestesia del titolo ci dice l'"odore assordante", sembra un concetto univoco, ma diventa variegato nelle infinite realizzazioni sceniche, che muovono uno spazio altrimenti statico con accurati cambi di intensità e toni (a tratti la luce è abbacinante, freddissima, a tratti invece più tenue, opaca; in taluni casi invece intima, lieve). All'inizio dell'opera, mentre un Van Gogh trentaseienne rotola e si contorce sul pavimento preda dei suoi fantasmi, una voce bambina ci dice della sua reclusione, del suo delirio.

L'Italia del "caso Montesi": un Paese votato al mistero, ieri come oggi


Non mi piacciono i film di Anna Magnani.
Il caso Wilma Montesi

di Mario Pacelli
Graphofeel Edizioni, 2019

pp. 168
€ 15,00 (cartaceo)
€ 7,00 (ebook)



Il cigno nero, il musico, il poliziotto, l’investigatore, il giudice, l’avvocato, il marchese, il giornalista, l’attrice, l’avellinese, il ministro, il presidente, il questore, il capo della polizia, il notabile. Sembrerebbero le dramatis personae di una pièce teatrale o di un lungometraggio, e invece questi appellativi corrispondono alle professioni dei principali personaggi di un fatto di cronaca nera che quasi settant’anni fa scosse la coscienza sociale, culturale e politica italiana. Un caso, peraltro, a cui l’ambiente dello spettacolo non risultava del tutto estraneo, dal momento che la sua “protagonista” Wilma Montesi – nel ruolo infausto della vittima – aveva ambizioni attoriali, frequentava Cinecittà e dimostrava una certa indipendenza quanto a modelli di recitazione, se è vero che la gloria nazionale Anna Magnani non era la sua diva di riferimento. Chissà: forse, se l’avesse apprezzata almeno un po’, quel 9 aprile del 1953 sarebbe andata al cinema a vedere La carrozza d’oro, in cui recitava diretta dal maestro Jean Renoir, mancando l’appuntamento con il destino ben più tragico che un paio di giorni dopo ne avrebbe fatto ritrovare il cadavere sulla spiaggia di Torvajanica. Certo è che con la sua morte la ventunenne romana ha consegnato all’Italia il suo ennesimo e non svelato mistero, che da allora non ha smesso di alimentare il fuoco profano della carta stampata, dell’editoria e della stessa settima arte (ben cinquantadue soggetti cinematografici sul caso Montesi vennero depositati mentre le indagini sul decesso erano ancora in corso). Un libro di Mario Pacelli, appena pubblicato da Graphofeel, aiuta a orientarsi tra le poche luci e le molte ombre di una vicenda che vale la pena conoscere e ricordare, specchio perfetto di un Paese che non ha smarrito la sua vocazione al mistero.

lunedì 25 novembre 2019

#LectorInFabula - Di come l'arte salva la vita. "L'usignolo" di Hans C. Andersen

L’usignolo
di Hans C. Andersen
Elliot, 2019

Illustrato da Mary J. Newill

pp. 45
€ 5,00

Titolo originale: Nattergalen 
Traduzione di Ilaria Tesei


Pubblicato da Elliot nella inedita versione illustrata di Mary J. Newill, risalente al 1898, L'usignolo di Hans C. Andersen ha il nitore ineludibile delle fiabe e, grazie ad esso, riesce a parlare al presente, incoraggiando collegamenti impensati. Quando l'Imperatore della Cina scopre che, di tutte le sue meraviglie, la più rinomata è il canto di un usignolo che si nasconde tra le fronde del suo immenso giardino, desidera immediatamente averlo per sé. Manda allora a cercarlo i suoi sudditi più devoti: nessuno di loro, però, né il Cavaliere, né il Cappellano, né i paggi reali sono in grado di individuarlo.

Il viaggio di Marco Magnone in Europa: ponti da costruire e muri da abbattere

L’Europa in viaggio
di Marco Magnone
add editore, 2019

pp. 203

€ 12,00 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)

Non esistono muri artificiali tanto alti e spessi da contenere i ponti che naturalmente ci uniscono gli uni agli altri. (p. 171)
Oltre alla citazione qui sopra, in quarta di copertina di questo bel libriccino possiamo leggere: «E chissà che, nel corso del viaggio in quest’Europa ammaccata di oggi, non finiremo per scoprire che il meglio della sua storia deve ancora venire. E che spetta a noi scriverla». La quarta di copertina, si sa, insieme alla copertina vera e propria è una sorta di biglietto di benvenuto, o meglio una dichiarazione d’intenti.
Mettiamo insieme la citazione a p. 171 e la frase in quarta e avremo, in breve, lo scopo di questo libro: non un romanzo (ché questo editore, a parti casi eccezionali, è specializzato in saggistica) ma neanche un saggio vero e proprio. Io lo definirei più un diario di viaggio; d’altronde sono le prime parole a confermarci che «questo libro è nato in autostrada» (p. 11).

domenica 24 novembre 2019

Trent'anni di Prada (e di Miuccia) in un libro dalla copertina opportunamente cerulea: l'omaggio monumentale a una griffe amata anche da chi non ama la moda

Prada. Sfilate
di Susannah Frankel
traduzione dall’inglese di Maura Parolini e Matteo Curtoni
L’ippocampo, 2019

pp. 632
€ 49,90



Un noto film tratto da un noto libro ne ha fatto il marchio deputato a vestire addirittura “il diavolo”, c’est à dire la luciferina direttrice della rivista di moda che fa dannare donne disposte a tutto pur di essere à la page. Stiamo ovviamente parlando del romanzo di Lauren Weisberger Il diavolo veste Prada (2003) e dell’omonima trasposizione cinematografica con la regia di David Frankel (2006), in cui una Meryl Streep in stato di grazia nel ruolo di Miranda Priestly – alfa e omega di “Runaway”, versione di “Vogue America” per il grande schermo – detta legge in fatto di moda e stile di vita. Eppure proprio non ci va di mandare Prada all’inferno. Perché quella che nasce a Milano nel 1913 come azienda di pelletteria, e che nel 1979 viene ereditata da colei che tutti ormai chiamano “la signora Miuccia”, è molto più che una griffe di lusso, così come la sua domina è molto più che una stilista. Per averne la prova basta sfogliare il volume appena pubblicato in Italia dalla casa editrice L’ippocampo, che racconta il marchio e la sua filosofia aziendale ripercorrendo tutte le collezioni prèt-à-porter P/E e A/I dal 1988 a oggi: le oltre 1300 fotografie scattate durante le sfilate e i sapienti testi di Susannah Frankel danno vita a un lavoro monumentale di immagini e parole che è soprattutto un omaggio al genio di una donna e alla sua capacità di innestare sull’albero di famiglia le gemme della filosofia, della letteratura, dell’arte e dell’architettura, in un processo di ricerca e contaminazione che contempla all’occorrenza anche il cosiddetto “brutto”.