E poi
di Natsume Sōseki
Neri Pozza, novembre 2025
Traduzione diAntonietta Pastore
pp. 320
€ 15 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)
Il suo umore aveva assunto, come gli accadeva a volte, una tonalità cupa. Col risultato che, trovandosi di fronte a qualcosa di luminoso, non riusciva a sopportare il contrasto. Persino le foglie dei gigli finivano col dargli fastidio, se le osservava a lungo. Inoltre cominciava a essere oppresso dall'ansia che pervadeva il Giappone moderno. Si trattava di un fenomeno barbaro che nasceva dalla mancanza di fiducia fra le persone. Un fenomeno psicologico che gli procurava forti turbamenti. Non era il tipo d'uomo che ami confidare nella divinità. Nella sua condizione - quella di un individuo dotato d'intelligenza - non riusciva a farlo. Era inoltre convinto che se gli uomini avessero avuto fiducia gli uni negli altri, non ci sarebbe stato bisogno di alcun dio. Gli dei acquisivano il diritto di esistere solo al fine di liberare gli uomini dal dolore ingenerato dalla reciproca diffidenza. Ne conseguiva che nei paesi dove esistevano gli dei, la gente era bugiarda. (p. 145)
E poi, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1910 è il secondo romanzo della Trilogia dell'Illuminazione dell'autore giapponese Natsume Sōseki, insieme al primo - Sanshirō (1908) - e al terzo - La porta (1910). Neri Pozza ripubblica E poi e La porta in una nuova edizioni insieme a Il signorino (1906), per la gioia degli amanti della letteratura nipponica, soprattutto quella che esplora le conseguenze sociali e culturali dovute alla Restaurazione Meiji.
Idealmente parlando, i tre romanzi si possono collocare su un linea sia temporale che sentimentalista proprio nei confronti di questo avvenimento epocale che ha segnato l'apertura del Giappone all'Occidente, un Paese che per secoli era rimasto chiuso e inaccessibile e che, mettendo fine al periodo Edo - quello dello shogunato - si è visto investire da innumerevoli novità in ogni campo, da quello economico a quello culturale, spesso causando confusione, spaesamento, anche depressione. Ovviamente gli intellettuali e le intellettuali giapponesi hanno risposto a questo evento con i loro romanzi, i loro saggi, scritti, articoli, opuscoli.
Il romanzo E poi si colloca, insieme agli altri tre sopra citati, proprio in questo discorso: all'epoca della sua pubblicazione la Restaurazione Meiji era già andata avanti, quindi si può dire che la modernità importata dall'Occidente aveva fatto parte del suo corso. Il signorino (1906) segna l'impatto; Sanshirō (1908) l'ingresso della modernità nel Paese; E poi (1910) la crisi; infine La porta (1910) il ritiro.
Il personaggio a soffrire di più questo passaggio è proprio il protagonista di E poi, Daisuke, proprio perché si trova nel bel mezzo del turbine: ha già interiorizzato l'individualismo (tema centrale per tutta la produzione di Sōseki) occidentale, ma il Giappone è rimasto un po' indietro, è ancora pre-moderno, non sta al passo con la velocità dei desideri e delle confusioni individuali, per cui c'è un corto circuito tra società e singolo. L'individualismo è diventato coscienza morale, ma il Paese non ha ancora le strutture sociali per sostenerlo.
Per questo motivo, Daisuke, nonostante sia colto, ricco, intelligente, ci viene presentato come un uomo inerme, pusillanime, pigro, un dandy mantenuto dalla famiglia abbiente, il cui padre è rappresentazione perfetta di ciò che era il Giappone prima della Restaurazione Meiji. Lo scontro tra i due - la tradizione contro la nuova modernità - sarà devastante.
Ma facciamo un passo indietro, con una piccola spiegazione della trama: Daisuke vive passando le sue giornate leggendo, passeggiando, spendendo soldi a destra e a manca. Non si preoccupa del suo futuro, rifiuta ogni candidata possibile che la famiglia gli propone per un matrimonio, non ha alcuna intenzione di sposarsi e preferisce perdersi nelle fantasticherie della sua mente sopraffina. Le sue giornate passano così, vedendolo seduto mentre legge e riflette sul mondo e su se stesso.
Poi entra in scena una coppia: Hiraoka e Michiyo, marito e moglie, cari amici della sua giovinezza. Hiraoka è in difficoltà economiche, Michiyo ha perso un figlio ed è malata. I due si rimettono alla generosità di Daisuke, che fa di tutto per aiutarli. Nonostante l'impegno, presto si rende conto di non essere affatto indipendente come credeva: non ha soldi da parte, non ha potere sulla famiglia, dipende completamente dal denaro che riceve dal padre. Per di più, a peggiorare i suoi nervi sensibili, tutti non fanno altro che dirgli quanto è fortunato, quanto lo invidiano, quanto deve essere bella e facile la sua vita da sfaccendato.
Non è una bugia, ovviamente, Daisuke ha l'onestà intellettuale di ammetterlo, però è anche vero che si tratta di un personaggio privilegiato, cresciuto nella bambagia e figlio del suo tempo. Man mano che prova a tenere il punto fermo con la famiglia sul suo rifiuto di sposarsi (già visto come un affronto, ma tollerato proprio in virtù dei nuovi tempi moderni) e cerca di aiutare la coppia di amici, Daisuke si accorge di tornare continuamente col pensiero a Michiyo.
Questo sentimento, che già covava silente, scoppia all'improvviso, causando in Daisuke una crisi esistenziale senza precedenti. In questo passaggio, da pusillanime a avventato, da pigro a uomo d'azione, Daisuke ci suggerisce sia un'evoluzione del suo personaggio, sia uno scontro generazionale - in piccolo tra lui e il padre, in grande tra società e Paese in via di trasformazione. Lo dicevamo in occasione della lettura di Prima e dopo la stagione delle piogge di Kafū Nagai: l'autore pensava che gli unici vessilli a essere sopravvissuti del Giappone che amava fossero le prostitute delle case da tè e le geisha (chiaramente oggi questa affermazione può far storcere il naso, ma inserita nel contesto e ricordando che il libro è del 1931 ha il suo senso).
Parlando di E poi, essendo stato pubblicato vent'anni prima, quando ancora qualcosa del Giappone tradizionale era ancora in vita, la cosa più interessante e dolorosa da notare è proprio il momento storico in cui il Paese si guasta: sta per rinunciare alla sua cultura, alle sue tradizioni, sta per diventare moderno anche se non senza sofferenza (Daisuke) ma ultime scintille del passato sopravvivono (il padre) causando ovvi scontri disastrosi.
Ecco, Sōseki è assoluto maestro nel creare un personaggio così vivido, così realistico e così immerso nella sua crisi morale, spirituale e generazionale da sorprendersi nel constatare quanto attuale egli sia. Nonostante siano passati più di cent'anni dalla pubblicazione di questo romanzo, Daisuke riflette le nostre stesse angosce, i nostri tormenti, i dubbi, gli incubi.
In quei momenti Daisuke si domandava in silenzio per quale ragione fosse venuto al mondo. A più riprese aveva affrontato questa grave questione e cercato di guardarla in faccia. A volte era motivato da pura e semplice curiosità filosofica, altre volte la sua mente era sollecitata dai fenomeni sociali con tutte le loro complesse sfumature; in giornate come quella, infine, il suo stato era la conseguenza dell'ennui. In ogni caso arrivava sempre alla stessa conclusione. Una conclusione che non rispondeva alla domanda, ma piuttosto la negava. A suo parere, infatti, gli esseri umani non nascevano per realizzare un obiettivo. Al contrario, un obiettivo si formava soltanto quando una persona veniva al mondo. Creare a priori un obiettivo, fin dall'inizio, e applicarlo a una persona, equivaleva a rubarle la libertà di movimento fin dalla nascita. Un obiettivo era qualcosa che l'essere umano doveva costruirsi da solo. Peccato che nessuno, di sua spontanea volontà, fosse capace di farlo. Questo perché lo scopo di una vita si compiva affermandosi nel mondo, nella concretizzazione dell'esistenza stessa. (p. 164)
Mi è sembrato un romanzo bellissimo che rappresenta perfettamente la crisi dell'uomo moderno (e con uomo intendo la collettività). Daisuke potremmo essere noi, i nostri eredi, le persone che incontriamo quotidianamente. Un personaggio sfaccettato, complesso, sofferente, stupendo. Nessuno sa rappresentare nero su bianco le sofferenze dell'anima e i suoi risvolti più oscuri come gli autori e le autrici giapponesi.
Deborah D'Addetta

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