martedì 10 dicembre 2019

L'ignoranza genera paura, e la paura impedisce l'integrazione: Sumaya Abdel Qader racconta la vita delle donne musulmane in Italia


Quello che abbiamo in testa
di Sumaya Abdel Qader
Mondadori, novembre 2019


pp. 200

€ 17,00 (cartaceo) 
€ 8,99 (ebook)


LA LETTURA DI CAROLINA PERNIGO

Quello che abbiamo in testa è il romanzo di formazione di una madre, di una donna musulmana. Al tempo stesso, però, è anche una storia di integrazione che coinvolge gli immigrati di seconda e terza generazione, ponendosi al centro di un dibattito attualissimo e contribuendo a smontare diversi degli stereotipi e dei pregiudizi che lo connotano. Narratrice è Horra, una donna con un nome inusuale che è forse anche un destino: il suo significato, Libera, è infatti in palese contrasto con quello che la società occidentale pensa delle donne musulmane. Il velo che indossano è considerato spesso una forzatura, un elemento omologante, il segno evidente di una realtà patriarcale e maschilista che vuole negare la femminilità del corpo e sancire la sottomissione della donna rispetto all'uomo. Proprio contro etichette simili si batte la protagonista, che si rende conto e vive quasi quotidianamente sulla propria pelle il fatto che vi sia "una generalizzazione verso e, forse, contro le donne musulmane, viste come un blocco unico e monolitico senza distinguo" (p. 19). Se però si considera che esistono quasi due miliardi di seguaci dell'Islam nel mondo, ci ricorda il testo, è difficile e scorretto tentare di trarre delle norme assolute considerando pochi dati, pochi casi, soprattutto se i modelli di riferimento sono gli estremisti, che non rappresentano certo la maggioranza dei credenti:
 “L'Islam non è... un mobile dell'Ikea. Cioè non è un oggetto che a una certa altezza, un certo peso e va assemblato in un certo modo. Certo, si basa su alcuni pilastri, che sono anche dei dogmi, come la preghiera, il digiuno di Ramadan, l'elemosina, il pellegrinaggio eccetera. L'Islam è vivo perché, come ogni religione, è un principio di vita, qualcosa che le dà un senso. Ed è vivo perché è vissuto da milioni di fedeli e vive nelle loro diverse espressioni.” (p. 136)

Ecco perché allora è tanto necessaria una conoscenza più ampia e più piena: perché l'ignoranza genera paura, e la paura impedisce l'integrazione tra persone che probabilmente condividono più cose, e più idee, di quante esse stesse non pensino. Il dibattito che Horra solleva, punta sul vivo da un offensivo e superficiale articolo di giornale, è relativo in prima istanza all'uso del velo, che nel suo caso rappresenta non certo un'imposizione, ma "il segno di un percorso di fede e devozione a Dio" (p. 66), intimo e sinceramente vissuto. 

L'obiettivo della protagonista, ma anche dell'autrice, che oltre ad essere a sua volta di religione islamica ha anche lunghi trascorsi come mediatrice culturale, è quello di portare il lettore a interrogarsi su cosa le donne musulmane hanno nella testa, non sulla testa.
La narrazione ci aiuta in questo accompagnandoci nei diversi ambiti in cui si muovono i personaggi principali: quello domestico, dove si può osservare il rapporto tenero e complice che lega Horra al marito Munir e alle due figlie adolescenti Zena e Hanaa, così come il tentativo dei genitori di educare le loro ragazze a "decidere con coerenza e consapevolezza", senza imporre loro scelte preconfezionate (tanto che solo una delle due indossa il velo); quello del volontariato, in cui Horra cerca di aiutare donne discriminate e infelici a inserirsi nel mondo professionale; poi lo studio dell'avvocato Belvioletto, dove la narratrice lavora come segretaria e sogna di poter fare, a breve, il praticantato; infine la moschea, in cui coesistono, non sempre senza conflitti, visioni più o meno tradizionaliste del modo di vivere e interpretare il Corano. Quelli che Horra ci racconta sono mesi di profondo cambiamento, in cui sono gli eventi quotidiani, la vita stessa, a sollevare domande di rilievo – sul senso più profondo della fede, sul modo in cui l'Islam è recepito e accolto (o rigettato) dalla società del benessere e dei consumi ma anche dai credenti, sulle sue stesse contraddizioni interne, sul modo in cui le nuove generazioni possano realmente portare linfa nuova al dialogo interculturale e interreligioso. 
La narratrice, del resto, non offre risposte, ma con noi si va interrogando. Quella che ne risulta è un'opera composita: da un lato un romanzo familiare, nato dal confronto di Horra con i genitori, esuli giordani, e con le figlie, ormai radicate sul suolo italiano, ma consce di un'identità complessa; dall'altro una riflessione articolata sul concetto di femminismo adattato alla vita delle donne musulmane moderne, che ricercano (e trovano) un proprio personalissimo modo di esprimersi e di stare al mondo. Ciò che rimane di più a noi in quanto lettori, però, è un ricco bagaglio di informazioni necessarie, di scoperte inaspettate, di punti di vista differenti che possono agevolare una migliore comprensione della realtà sfaccettata in cui sicuramente – e fortunatamente – siamo inseriti. 


UN ROMANZO YOUNG ADULT? IL PARERE DI GLORIA GHIONI

Quando ho scoperto di questo romanzo e ho saputo che viene etichettato come "young adult", mi sono detta: perché non consigliarlo a scuola, tra le letture che consiglio ogni mese? Complice la presenza di alcune alunne mussulmane in classe, l'occasione di dibattito sarebbe un momento per portare i ragazzi italiani a immergersi in una realtà che ha molte differenze ma - si scopre bene leggendo il libro - tanti punti in comune. Ogni famiglia è una congerie di felicità, problemi, liti, pianti desideri, abbracci: semmai, cambiano le motivazioni che portano a questi momenti di incontro e scontro, ma la forza dei sentimenti è sempre la stessa. 
Fin dalle prime pagine, però, qualcosa di quell'etichetta "young adult" ha preso a stridere: tanto per cominciare, la narratrice in prima persona è Horra, la madre, scelta che - per la generazione di oggi - porta immediatamente a prendere la distanze e a non immedesimarsi. Sul fatto che non sia necessario immedesimarsi siamo d'accordo, ma andate a dirlo a lettori quattordicenni?! Anche le questioni delle due ragazze di casa, Zena e Hanaa, o quelle delle amiche, sono guardate sempre dalla prospettiva degli adulti e, benché sia molto interessante discutere di temi come il matrimonio organizzato dalla famiglia o indagare la scelta di portare o meno il velo, tutto è filtrato dall'ottica di Horra e risulta così un po' astratto per dei ragazzini. Si aggiunga che alcune delle problematiche trattate - ad esempio, l'attività di Horra come volontaria in un centro in cui si aiutano donne maltrattate e/o immigrate e discriminate - sono decisamente questioni spinose: preziose da conoscere, ma meglio se mediate da un adulto, che sia un insegnante o un genitore, per ovviare a possibili fraintendimenti, proporzionali al grado di disinformazione che hanno i ragazzi sull'attualità. 
Quanto allo stile, questo è adattissimo a lettori adolescenti: grazie alla presenza di molti dialoghi e a una prosa limpida, senza ostacoli sintattici, il messaggio è immediato e la comprensione del testo è garantita.
Se queste sono considerazioni piuttosto oggettive, che ci si pone abitualmente prima di proporre un libro in classe, è anche vero che ai ragazzi questi temi interessano, eccome! Sarà che insegno in classi quasi completamente femminili, e dunque la questione delle donne è sentita ancor più sulla propria pelle; certo è che, alla sola ipotesi di leggere insieme questo romanzo e/o discuterne a libro finito, le ragazze sono state al settimo cielo. A interessarle, c'è soprattutto la voglia di capire, di saperne di più, di andare oltre il velo ed entrare nella realtà di alcune compagne di classe. E in questo Qader è molto chiara e piacevole. Ecco perché, pur non essendo affatto un libro che categorizzerei come "young adult", proporrò Quello che abbiamo in testa tra le letture natalizie: non lo imporrò, perché potrebbe essere controproducente obbligare a una lettura così particolare; lascerò che liberamente le ragazze possano scegliere il libro di Qader in una rosa di cinque o sei titoli. Se qualche genitore sta leggendo l'articolo e si chiede se leggere il libro in famiglia, direi proprio di sì: è un'ottima occasione di discussione, per aprire la mente alle differenze e chiudere con i pregiudizi.



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Qual è la vita e quali i pensieri delle donne islamiche immigrate in Italia? La protagonista di #quellocheabbiamointesta, Horra, vive in Italia con la sua famiglia praticamente da sempre, e ha educato le sue figlie adolescenti a vivere liberamente e in modo rispettoso: ecco dunque perché una di loro ha scelto di portare il velo e l'altra no. Perché il velo è una libera scelta e non un'imposizione. Questo ci racconta Horra, che nella vita sta concludendo il percorso per diventare avvocata e aiuta una associazione per donne maltrattate e immigrate. Horra ha imparato a non rispondere alle provocazioni, a sopportare i pregiudizi... Eppure a volte questi fanno male. Tra quotidianità, scelte di vita, discussioni tra genitori e figli, ricerca di identità e di un proprio benessere, questo romanzo trasuda vita vissuta e non è monolitico: anzi! Aiuta a capire cosa significa per una donna essere mussulmana oggi. Un libro importante per fare chiarezza. Presto la doppia recensione di @gloriaghioni e @quinquilia sul sito! #mondadori #qader #Criticaletteraria #inlettura #inlibreria #daleggere #islam #donnamusulmanainitalia #bookblogger #bookstagram #bookish
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