domenica 24 novembre 2019

La diffidenza di Sciascia verso i filologi: a Bookcity il dialogo tra Paolo Squillacioti e Salvatore Silvano Nigro

Quando iniziava a scrivere un libro e si crucciava su come risolvere alcune questioni poste dal testo, racconta Salvatore Silvano Nigro, Leonardo Sciascia rileggeva I promessi sposi; dunque assistere all’incontro a lui dedicato proprio a Casa Manzoni, in occasione di Bookcity, è stato emozionante. A dialogare dell’opera, dell’attività editoriale e letteraria di Sciascia c’erano il professor Nigro, autore del libro Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri (Sellerio) e Paolo Squillacioti, curatore delle Opere di Leonardo Sciascia pubblicate da Adelphi; pochi anni prima della morte, infatti, l’autore aveva scelto di affidare a questa casa editrice tutti i suoi scritti: gli piaceva perché era una piccola realtà che pubblicava testi di grande qualità e aveva un contatto diretto con Foa e Calasso, così che fosse possibile per lui veder nascere un libro tra amici

Si è parlato molto di filologia, durante l’incontro: Nigro ha infatti ricordato l’ossessione di Sciascia per i filologi, temeva che qualcuno decidesse di fare un’edizione critica delle sue opere perché avrebbe potuto essere troppo neutro e dunque poco adatto alla sua scrittura; da qui la resistenza nel fornire le sue carte e, si racconta, la tendenza a farle sparire.
Per questo motivo Squillacioti ha raccontato di aver proseguito diversamente nell’approccio filologico ai suoi testi rispetto a quello a cui era abituato da lettore di testi filologici: pur impostando lo studio con rigore, confessa di aver cercato in ogni modo di preservare leggibilità dell’apparato critico: l’ambizione era quella di far leggere non soltanto Sciascia ma anche le note filologiche e questo lavoro è durato molto perché non era mai stato condotto uno studio filologico sulle carte dell’autore siciliano; delle sue opere si conosceva l’anno di pubblicazione ma non quando avesse cominciato a scriverle o quando gli fosse venuta l’idea. Il primo passo è stato suddividere i testi in categorie tematiche (sebbene come sappiamo definire il genere in cui si muove Sciascia sia quasi rischioso): testi letterari, teatrali e poesia, dialoghi e interviste impossibili; inquisizioni, memorie e saggi. Laddove le inquisizioni, o racconti inchiesta, guardano a Borges e Salvatore Battaglia, e sono difficilmente ascrivibili in un genere tradizionale, come L’affaire Moro. Dice Squillacioti: 
Sciascia non scriveva mai con la tensione dell’erudito o dello storico, quand’anche scrivesse del passato lo faceva con una tensione verso il presente. 
Una delle sezioni della raccolta da lui curata è dedicata alla memoria: quella collettiva, dei fatti d’attualità e una serie di riflessioni in cui il presente viene filtrato dalla sua visione delle cose; infine la saggistica su temi letterari, storici o di impegno civile, dove l’andamento della scrittura è sempre letterario. 

Non si entusiasmava all’idea che qualcuno volesse fare un’edizione critica delle sue opere. Tanto è vero che, e anche se non fosse vero, lo sarebbe lo stesso, ironizza Nigro, che in punto di morte pare abbia detto alla moglie di far sparire il manoscritto di Una storia semplice; Nigro ha raccontato più di un aneddoto durante l’incontro e si è espresso sulla curatela di Squillacioti in termini entusiastici, definendolo bravissimo nell’aver saputo creare una filologia molto più vicina alla narrativa e per messo a nuovo tutta la produzione, correggendo tutti gli errori di stampa e rintracciando tutte le citazioni fatte dall’autore, stabilendo così un’interlocuzione critica con un autore o contesto letterario; ha avuto la possibilità di accedere alle sue carte ed è riuscito a ridarci il vero Sciascia: questo ci permette di «rileggere Sciascia secondo Sciascia». 

Il trentesimo anniversario della morte dell’autore coincide col cinquantesimo anno della casa editrice Sellerio; per l’occasione, dopo 16 anni, torna in libreria Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri in un’edizione arricchita, dove Nigro ha raccolto risvolti di copertina, autorisvolti, segnalibri, note editoriali e introduzioni. Per Sciascia l’editoria era importante a tal punto che, racconta Nigro, l’ultima sua lettera scritta il giorno prima della morte è stato un biglietto a Elvira Sellerio: Ricordati di pubblicare nella Memoria il testo di Tacito tradotto da Marinetti, che ancora oggi è presente nel catalogo della casa editrice. Sul letto di morte pensava a cosa pubblicare nella collana creata e curata da lui. Era molto più che un collaboratore, osserva Nigro, pronunciando la parola diarchia per descrivere il rapporto tra lui ed Elvira Sellerio per la gestione delle attività della casa editrice. 

La passione per l’attività editoriale era nata negli anni ’50, quando collaborava con la casa editrice di Salvatore Sciascia, suo omonimo. Nel 1956 lavorava all’editing del libro sulla mafia di un ufficiale dei Carabinieri, Renato Candida, che proporrà a Vito Laterza; l’editore notò l’importanza del testo da un punto di vista antropologico, ma anche il modo pessimo in cui era stato scritto. Sciascia si offrì di riscriverlo, ma l’idea non piacque a Laterza e il libro fu pubblicato con l’omonimo editore di Sciascia a Caltanissetta. Lo rivide ben tre volte, per tre edizioni. 

Perché era così importante il libro di Candida per Sciascia? Perché, racconta Nigro, stava scrivendo Il giorno della civetta e desiderava che si creasse una situazione storica e antropologica ben precisa attorno al suo libro, nel momento in cui la mafia non era ancora considerata un’associazione a delinquere, ma un fenomeno di folkore. Era il 1961. Attraverso i suoi libri, Sciascia conduceva delle battaglie politiche, dunque aveva bisogno che altri libri facessero da spalla, da cassa di risonanza. 

In casa editrice era tutto, commenta, e ricorda dei gialli di autori stranieri che faceva tradurre e che poi venivano commentati in redazione. Il giallo era per lui un genere letterario importante, “in quanto scrittura del discorso”: «A me piace girare libri», scrisse a Vito Laterza, come fossero film o documentari letterari su un fenomeno come quello mafioso. I redattori della Sellerio, che all’epoca non avevano avuto alcuna esperienza editoriale, hanno imparato il mestiere da Leonardo Sciascia e ancora oggi continuano nel segno del suo insegnamento. 

Cosa resta di Sciascia? Chiede infine Armando Besio di Repubblica, che ha moderato l’incontro. Sia Nigro che Squillacioti concordano: rimane la grande scrittura. E Nigro esorta la rilettura delle sue opere in questa nuova raccolta pubblicata da Adelphi, perché la rilettura è essenziale per un buon lettore: da che sono stati scritti i libri di Sciascia, sono passati decenni, siamo diversi, abbiamo conosciuto nuove cose e quindi questa distanza ci permette di cogliere nuovi spunti nelle sue opere. Le battaglie che ha condotto si sono chiuse o sono ancora un segreto di Stato, chiosa. Visse appieno la Sicilia, riconoscendo in quei luoghi il pirandellismo di natura, un andamento delle cose che Pirandello aveva già descritto e di fronte a questa consapevolezza si chiese cosa avrebbe potuto scrivere di nuovo, nelle sue riflessioni giovanili. In seguito l’attività di critica sulle opere di Pirandello e lo studio dell’Illuminismo lo aiutò a trovare un’altra prospettiva sulla questione. 

Di Sciascia non restano le polemiche, dice poi Squillacioti, ma il modo nel quale Sciascia le affrontava: in modo mai fazioso ricostruiva i fatti in modo rigoroso, con una scrittura dall’andamento letterario. La capacità di rendere racconto qualunque vicenda è una caratteristica di un grande narratore come Sciascia, aggiunge. 
Quindi Nigro conclude l’incontro con una riflessione: 
«Che lo si abbia letto o meno, bisogna rileggere Leonardo Sciascia».

Lorena Bruno