lunedì 7 ottobre 2019

Dopo oltre duemila anni un omaggio (?) alle Eroidi ovidiane

Le nuove Eroidi
di Ilaria Bernardini, Caterina Bonvicini, Teresa Ciabatti, Antonella Lattanzi, Michela Murgia, Valeria Parrella, Veronica Raimo, Chiara Valerio
HarperCollins, 2019

pp. 202
€ 17,50 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Avete presente quanto poco basti ruotare un magnete perché, anziché attrarre, respinga? Ecco, con Le nuove Eroidi mi è successo qualcosa di simile: il "magnete" del mio senso critico si è spesso allertato e altrove addolcito, a seconda dei racconti. Ogni volta che sento parlare di omaggi al passato, di riscritture, di ispirazioni tratte dai classici provo al tempo stesso molta curiosità e il timore che le aspettative restino deluse. Perché è chiaro, quando si mette sul piatto un'opera celeberrima come quella di Ovidio, non si può sbagliare. Basta un minimo scricchiolio perché da "omaggio" si passi a "operazione" editoriale. Alla fine della lettura di alcuni racconti, il dubbio è rimasto. Ed è un peccato, perché in copertina risplendono i nomi di otto scrittrici italiane affermate, che ho anche apprezzato in altra sede. 

Partiamo da Ovidio: nelle sue Eroidi (la cui data di composizione è tuttora oggetto di discussione) lo scrittore latino dà la parola a eroine che sono state abbandonate o tradite da amanti ingrati (nella prima parte) o che sono state separate da loro per via della sorte (nella seconda parte). Quasi tutte attinte dalla mitologia (tranne Saffo), le sue protagoniste prendono voce in lettere struggenti, in cui i sentimenti si assiepano senza sosta, lasciando spesso il lettore senza fiato. Certo, secondo alcuni critici le lettere riproducono uno schema piuttosto ripetitivo, ma è la forza emotiva ad avere la meglio, nonché l'originale adozione del punto di vista femminile. Troviamo nella seconda parte dell'opera alcuni scambi epistolari in cui anche gli amanti hanno parola, ma questa variante non cambia la straordinaria novità di dare voce al dolore delle donne, in prima persona. 

Cosa resta delle Eroidi in questa raccolta edita da HarperCollins? In alcuni racconti è ben presente non tanto il modello stilistico ovidiano (né sarebbe stato auspicabile o minimamente replicabile, se non in uno scimmiottamento), ma l'intenzione.
Nella Fedra di Antonella Lattanzi, ad esempio, la vicenda si concentra su un fatto di cronaca, completamente ambientato ai giorni nostri, ma decisamente rispettoso dello spirito dell'opera. Il racconto è infatti strutturato come una lunga lettera ai figli Demofonte e Acamante, in cui una Fedra moderna ammette la sua colpa, uguale a quella del mito: essersi innamorata di Ippolito, il figlio di suo marito, che lei aveva cresciuto per anni amorevolmente. La colpa personale è sempre intrecciata alla responsabilità civile e penale, in un racconto che tiene e rende credibile l'intervento di Lattanzi. 
Valeria Parrella ha invece scelto di occuparsi la lettera di Didone a Enea (forse la più famosa tra quelle di Ovidio?) e di ambientarla ai giorni nostri: restano la rabbia e la delusione dell'amante ferita, che si concretano in rimandi più esplicitamente carnali. Enea, la cui pietas era già stata attaccata da Ovidio, risulta qui un inetto moderno, che si nasconde dietro alla ragion di stato per celare la sua debolezza. Sostanzialmente, nella versione di Parrella è Didone a decidere, esasperata, di separarsi da Enea: «Nessuno, Enea, ti ha mai detto: decidi. E infatti tu non decidi. Allora decido io» (p. 44). Qualche volta la provocazione stilistica e contenutistica è troppo alta e rischia di farsi pura caricatura di Ovidio e di Virgilio ancor prima, con un risultato non molto apprezzabile, quasi fastidioso («Anna, soror... abbi pazienza: che mica ti ricordi chi cazzo è sto pio Enea?», p. 40). 
Molto toccante e assolutamente un racconto ispirato - perché non gareggia col mito - è la trasposizione di Ero e Leandro ad opera di Ilaria Bernardini. Leandro, in questo caso, non è un uomo che ogni notte attraversa il mare per raggiungere la sua amata per una notte d'amore, ma un migrante, che prova con l'amante ad attraversare il Mediterraneo, in cerca di salvezza. I due viaggiano su gommoni diversi e drammaticamente anche il loro destino è differente: 
«Nulla però però poteva prepararmi a quello che ho visto. A quello che vedo ora, davanti a me, alla tua bocca piena di acqua, al mio cuore fatto di scuro. Al sapere crudo, che a nessuno importa se sopravviviamo» (p. 57). 
La scelta di Veronica Raimo per la sua Laodamia è forse la più provocatoria del testo: il suo Protesilao rientra in patria come salma e anche ai due amanti è concessa l'occasione di qualche ora da passare insieme, tra vita e morte. La soluzione di Raimo è quella di inscenare una chat notturna, che in poco si trasforma in uno scambio di messaggi eminentemente erotici, per cercare di scacciare le lacrime che Laodamia non riesce a versare. 
Chiara Valerio racconta Deianira e, spesso, nel testo si intervallano corsivi che riassumono parti del mito (effettivamente meno noto per molti lettori e parecchio complesso): la Deianira di Valerio non è del tutto indifferente alla possanza fisica del centauro Nesso, che prova a rapirla, mentre Ercole insegue i due con l'arco teso. Deianira è soprattutto una donna che rischia di essere lasciata dal marito sempre in viaggio, inquieto, e il racconto vira verso il timore dell'abbandono, superato però dall'amore di madre verso il figlioletto. Nell'insieme, tuttavia, l'alternanza tra mito e riscrittura lascia parecchi dubbi. 
Caterina Bonvicini immagina invece un ribaltamento: la sua Penelope moderna saluta Ulisse e parte, per una missione tutt'altro che semplice. Lei, cuoco stellato, decide di salire sulla Sar da un giorno all'altro e di aiutare come cuoca Open Arms. E nel racconto si avvertono tutti i suoi sentimenti davanti a un salvataggio di migranti e l'ansia che coglie chi è lì e non sa stare con le mani in mano, mentre sono in gioco tante vite. Ispirato a un fatto di cronaca (Lorenzo Leonetti ha fatto infatti questa stessa scelta, lasciando il suo ristorante Grandma di Roma per salire a bordo di Open Arms), il racconto è senza dubbio tra quelli di maggior impatto. 
Michela Murgia rimaneggia la bellezza di Elena senza portarla ai giorni nostri: la donna è un'abile manipolatrice, simula quando serve e compatisce Paride, simile a un bambino, anche nella notte prima della battaglia contro Menelao. Quella di Elena è una sorta di lettera silenziosa indirizzata al "tu" di Paride che le dorme affianco, eppure è già lontano, per via della sua morte probabile. Ed è anche un'occasione per ripercorrere i primi atti della loro storia e le tappe dell'amore, senza tradire il modello ovidiano né attualizzare la vicenda, che fluttua, sospesa in un passato mitico. Murgia scrive bene, e c'è poco da dire, ma al racconto manca qualcosa, forse un pizzico di fantasia in più. 
Al contrario, Medea è portata ai giorni nostri: è lei, infatti, a scrivere una lunga mail a Teresa Ciabatti, che si finge essere stata una sua ex compagna di classe. La cronaca nera, d'altra parte, ci racconta di numerose Medea, in effetti, in bilico tra legittima difesa e aggressione: in questa "lettera elettronica" Medea non fa nulla per riprendere l'antesignana, non prova neanche a emulare il mito. Medea è il pretesto, niente di più. 

È dunque chiaro che ogni scrittrice ha scelto autonomamente come misurarsi con Ovidio, se emularlo, riscriverlo provocatoriamente, prenderne le distanze o considerarlo solo come un'ispirazione iniziale. I risultati non sono tutti all'altezza, in alcuni casi Ovidio è stato un mero "spunto". Paradossalmente, i racconti più convincenti sono quelli che si sono allontanati di più dal noto predecessore, bagnando la vicenda di presente: Ilaria Bernardini, Antonella Lattanzi e Caterina Bonvicini hanno portato storie molto forti, pari nell'intensità a quelle di Ovidio. E chi non ha attualizzato forse ha perso un'occasione. Ma, si sa, l'attualizzazione è rischiosa, e il limite tra buono e cattivo gusto è sottilissimo: i classici possono rivivere e persino essere stuprati, ma la nuova creazione deve poter rivaleggiare col modello, o ne resta assolutamente schiacciata. Forse - chissà - dopo aver letto questa raccolta ai lettori verrà il desiderio di riaprire il capolavoro latino: in tal caso, ben vengano le Nuove Eroidi tra le opere più vendute di questo periodo. 

GMGhioni 






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