giovedì 12 settembre 2019

Festivaletteratura 2019: tre buoni motivi per scriverne (e mille per ritornare)

Foto di Claudia Consoli
Quando arrivo a Mantova, ogni anno a settembre, ho il mio piccolo rito: percorro il Corso Umberto I fino ad arrivare all'angolo con Piazza Felice Cavallotti.
Sulla sinistra, dietro una cancellata, mi affaccio un po' per vedere una parte del Rio mantovano, il canale che taglia in due la città, stretta nell'abbraccio del Mincio. È il mio modo di salutare il Festivaletteratura.
Ho sempre scritto del festival per un particolare legame emotivo che sento con i suoi luoghi, gli ospiti e le tradizioni.
Come nei rapporti con le persone, non è sempre necessario spiegare perché ci si senta più vicini a una cosa anziché a un'altra. Con il Festivaletteratura, tra tutti i festival, per me è così.
Ne ho scritto nel 2013 intrecciando i temi del nostro #SpecialeScuola con l'incontro con Eraldo Affinati, nel 2015, l'anno in cui mi sono ufficialmente innamorata di Susan Sontag, nel 2016, tra reading, dialoghi sul femminismo e prospettive sul mondo di internet e nel 2018, stregata da un documentario sul senso della traduzione e sull'opera di Murakami

Il 2019 è scandito da tre incontri che corrispondono a tre buoni motivi per raccontarvi il Festival e per tornarci l'anno prossimo:

1. Non importa quanto tu sappia di un autore o di un tema, la rassegna Pagine Nascoste ti svelerà sempre qualcosa di nuovo. 

Curata da CineAgenzia, Pagine Nascoste è la rassegna di documentari su libri, scrittori e scritture a Festivaletteratura. Caschi il mondo, ogni anno, almeno un film cerco di inserirlo nel mio programma.
Questa volta la scelta è ricaduta su The Invented Biography di Nicolás Lasnibat, 2018.
Il documentario si muove alla ricerca di Roberto Arturo Belano, il personaggio alter ego del romanziere e poeta cileno Roberto Bolaño, autore, tra gli altri, di I detective selvaggi e 2666
In un gioco di continue proiezioni, il regista segue le tracce di Belano in un cammino che attraversa Messico, Cile, Spagna e Francia, ma soprattutto un territorio dove i confini sono più difficili da individuare: la letteratura.
Di Belano/Bolaño si sono perse le notizie a Città del Messico nel 1999. Le voci di chi l'ha conosciuto ce lo raccontano come uno degli esponenti della corrente poetica dell'Infrarealismo, nata in Messico nel 1974 con Bolaño stesso, Mario Santiago, Bruno Montaner, Márgara Rosa e Darío Galicia. Di tutti era il più schivo, il più sfuggente. Avanguardisti di strada, al chiuso dei circoli preferivano il fragore delle strade e il chiasso dei bar. Artefici di un realismo sognante, si sono opposti all'apparato politico reazionario e alla cultura da rivista ufficiale rappresentata da Octavio Paz. 
Nicolás Lasnibat regala 95' di inquadrature potenti in cui tutto è giocato sull'assenza.
Pur senza vederne nessuna immagine, sentiamo le grida del Massacro di Tlatelolco (Città del Messico, 1968) e il frastuono dei bombardamenti dell'11 settembre 1973 con il colpo di Stato di Pinochet. Belano prende forma proprio nella sua mancanza, richiamando alla memoria tutti i desaparecidos che sono scomparsi dalle pagine della storia e della letteratura. 


2. Gli incontri più "critici" fanno sorgere domande sulla nostra visione delle cose.

La critica e la ricerca letteraria, quando scelte come bussola per capire il mondo, possono anche sovvertirlo.

Nell'incontro La mappa delle meraviglie il critico letterario John Freeman e la scrittrice Valeria Luiselli hanno parlato di mappe reali e metaforiche. Partendo dall'esperienza del primo sulla rivista Freeman's, vera e propria mappa dell'idea che Freeman ha della letteratura, e andando poi ai libri di Luiselli, da Sidewalks a La storia dei miei denti, a Dimmi come va a finireabbiamo superato il concetto unidimensionale di mappa quale freddo strumento di rappresentazione di un territorio di cui fissiamo arbitrari confini, per costruirne uno nuovo, dominato dai sensi e più capace di restituire il reale.

Freeman e Luiselli l'hanno fatto insieme attraverso gli esperimenti letterari su Freeman's: lei raccontando l'America delle disuguaglianze sociali con i suoi soundscapes (descrizioni uditive della realtà), lui disegnando con gli autori un'idea di rivista che accoglie le diverse voci dell'America contemporanea non come fossili in una teca, ma come elementi di una viva polifonia. È così che la discussione sulle mappe è diventata anche un discorso sulle lingue, sull'immigrazione, sul rapporto tra culture che colonizzano e altre che sono state colonizzate

Foto del Festivaletteratura

3. Ci sono grandi autori che hai sempre immaginato e a un certo punto, non sembra quasi vero, li incontri.

Foto di Elena Sassi
Come Abraham Yehoshua, tra le più importanti voci della letteratura ebraica contemporanea, quest'anno nuovamente al Festivaletteratura per raccontare il suo ultimo romanzo Il tunnel, la sua produzione e la sua ispirazione. L'incontro inizia in ebraico: l'autore legge le prime due pagine del nuovo romanzo per farci assaporare la musicalità della sua lingua madre, per provare a sentirla come la sente lui.
Il tunnel racconta la storia di una coppia che affronta il declino mentale di lui nella forma di una progressiva demenza senile. Un ingegnere che per tutta la vita ha guidato i lavori di costruzioni di autostrade e ponti adesso deve fare i conti con un corpo e una mente che cambiano, che vanno tenuti svegli, con un nuovo equilibrio da costruire, con un nuovo sé da capire.
Se, come lui dichiara, "nelle prime pagine di ogni mio romanzo c'è tutto il DNA del mio libro", in questo ritroviamo una summa di tutta la maturità di Yehoshua, la sua riflessione sulla famiglia e il matrimonio, la malattia, la morte e anche il conflitto arabo-israeliano. Una riflessione delicata e potente, fragile e dominante insieme.
Nonostante il dolore, è una storia di speranza, la stessa contenuta nella metafora del tunnel che serve a unire punti apparentemente incomunicabili, il simbolo perfetto per rappresentare il superamento delle politiche identitarie che fanno rinchiudere stati e persone entro i confini rigidi del non dialogo. 
Per me dobbiamo creare tunnel tra le montagne e le colline delle nostre identità. Non distruggere quelle che non sembrano comunicare, ma mantenerle come sono e collegarle, le une con le altre.
Con voce ferma, Abraham Yehoshua ci ha ricordato quanto è importante a volte riuscire a dimenticare, lui che viene da un paese fondato sul senso della memoria. Le storie che si stratificano nel romanzo sono tutte accomunate dal desiderio di abbandonare i fantasmi di ieri e, per una volta, alleggerire il peso del passato. Per il protagonista Zvi Luria significa andare più a Sud, nel deserto, lasciarsi per la prima volta guidare; per gli uomini e le donne che ogni giorno vivono il dramma di un conflitto secolare significa trovare una via possibile attraverso il disegno di uno stato comune. "Non sarà una pace, ma può essere una soluzione", conclude Yehoshua.
È la prima pietra di un tunnel e dei tunnel gli uomini hanno sempre paura. Chissà cosa li aspetta alla fine.


Claudia Consoli