domenica 1 settembre 2019

#PilloledAutore - "A sangue freddo" di Truman Capote

A sangue freddo
di Truman Capote
Garzanti, 2005

Traduzione di M. Ricci-Dettore

pp. 391
€ 20 (cartaceo, cop. rilegata)

CLICCA QUI PER COMPRARE IL LIBRO

Un giorno di novembre del 1959 Truman Capote legge sul New York Times un articolo che parla dell'uccisione di un'intera famiglia di Holcomb, Kansas. Il caso di cronaca nera lo attira e lo interessa particolarmente: è un evento brutale, apparentemente senza movente, avvenuto in una tranquilla cittadina di provincia. È stata una rapina? Una vendetta?
Sembra che abbia tutto il potenziale per diventare una storia. È così che il caso dei Clutter - Herbert, la moglie Bonnie e i due figli Nancy e Kenyon - diventerà l'oggetto del suo romanzo, A sangue freddo, capolavoro letterario del XX secolo e primo esempio di non-fiction novel della letteratura americana. 

Ci vogliono sei anni prima che il romanzo venga completato, inizialmente pubblicato a puntate sul New Yorker, poi in volume, attraverso una stesura che vedrà l'autore per lunghi periodi in Kansas, nei luoghi del delitto, a studiare l'umanità di Holcomb e i suoi riti,  a contatto con la polizia e i detective. Ma soprattutto a contatto con gli assassini dei Clutter, Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock.

Capote è uno scrittore già apprezzato in America, nel periodo del caso di Holcomb i diritti del suo Colazione da Tiffany vengono ceduti per diventare un film (1961) che diventerà un cult. 

Ma a renderlo immortale sarà A sangue freddo, quella storia di provincia letta per caso nel trafiletto di giornale che lui ha raccontato con il rigore dell'inchiesta giornalistica, la prosa vivida del romanziere, la passione cupa del detective e una profondità di indagine psicologica mai raggiunta prima.

Tutto il materiale del libro, che ha segnato definitivamente gli sviluppi del genere true crime in età contemporanea, derivano dall'osservazione diretta, dalle registrazioni ufficiali o dai colloqui che l'autore ha condotto con tutti i coinvolti nel caso.
A sangue freddo decompone l'omicidio Clutter in maniera atomica, isolandone le singole componenti e ricreando così magistralmente quel complesso di forze che hanno condotto a quelle prime ore della mattina di novembre, agli estranei rumori di spari che hanno di fatto posto fine a sei vite umane, quelle dei Clutter e dei loro assassini. 
Dopo il preambolo iniziale che annuncia al lettore il dramma delle morti, il flusso della narrazione conosce più tempi; prima la preparazione (i giorni del concepimento da parte di Perry e Richard, il trascorrere ignaro delle vite dei Clutter),  l'accadimento, la reazione della comunità di Holcomb, le indagini della polizia, la detenzione dei due assassini fino al climax emotivo della fine del libro.
Capote intreccia i tempi esteriori della meccanica dell'uccisione a quelli tutti interiori dell'analisi dei caratteri dei personaggi, sapientemente scavati e ritratti nelle loro debolezze, nelle manie, nei punti di grazia e di patimento.
La critica ha ampiamente esaltato la sapienza dell'autore nello studio dei colpevoli, ma nulla da invidiare hanno le scene di casa Clutter, lo zoom sui luoghi, gli oggetti e i dettagli che tanto raccontano di loro: il diario di Nancy, la camera di Bonnie, gli alberi di Helbert, gli occhiali di Kenyon.
Capote non l'ha mai conosciuta quella famiglia, ma sembra quasi abbia sempre vissuto con loro. 
Nel dipingere gli assassini l'autore dà forma e nome al dolore, indagando le ragioni che possono spingere due ragazzi a un gesto come questo. Ecco che i dialoghi con loro, specialmente con Perry, lo aiutano a raccontare il contesto in cui sono cresciuti, i traumi della loro infanzia, i rapporti malati con gli altri e con se stessi che li hanno spinti a uccidere i Clutter a sangue freddo. 
Accanto a tutto questo c'è la provincia silenziosa in cui risuonano gli isterismi dei coyote, i fischi delle locomotive che sembrano capitate lì per caso e i mormorii della gente. 
Il Kansas occidentale desolato che chiede la pioggia, che Capote rende con una poesia asciutta, dall'anima profondamente americana.

A sangue freddo non è un capolavoro letterario semplicemente per i generi e i libri a cui ha spianato la strada (uno tra tutti L'Avversario di Emmanuel Carrère), lo è alla luce della sua riflessione sull'essenza del dolore e sui luoghi in cui alberga.
L'uccisione di un'intera famiglia senza motivo apparente rappresenta la parabola del male per il male, l'irrazionale lucidità dell'assassino che ha covato la sofferenza per anni e la riversa nel mondo, in una spirale senza fine. Emblema di questo cortocircuito è la pena di morte, "risoluzione" in cui nessuno è vincitore. È proprio di fronte all'impiccagione, momento brutalmente concepito per dire "giustizia è fatta", che ci sentiamo sopraffatti dal male avvenuto.
Non ci resta che chiedere perdono per le vittime e domandarci "chi è il vero colpevole?"

Edizione di riferimento: Truman Capote, A sangue freddo (traduzione di Mariapaola Ricci Dettore), Garzanti, 1966. 

                                                                                                  ***


Fino a una mattina di metà novembre nel 1959, pochi americani, anzi, pochi kansasiani avevano mai sentito parlare di Holcomb. Come le acque del fiume, come gli automobilisti sull'autostrada e come i treni gialli che serpeggiano lungo le rotaie della Santa Fe, il dramma sotto forma di avvenimento eccezionale, non si era mai fermato laggiù. Gli abitanti del villaggio, che ammontano a duecentosettanta, erano soddisfatti che le cose stessero così e contenti di vivere entro i binari di un'esistenza normale: lavorare, andare a caccia, guardare la televisione, partecipare alle feste della scuola, alle prove del coro, ai raduni del Club 4-H. 

Il lunedì seguente, durante la deposizione, prima di sottoporsi a una prova con la macchina della verità, il giovane Bobby Rupp descrisse la sua ultima visita a casa Clutter [...] Nancy mi ha accompagnato fuori. Abbiamo chiacchierato un po', mettendoci d'accordo per andare al cinema la domenica sera, c'era un film che tutte le ragazze morivano dalla voglia di vedere, Blue Denim. Poi è rientrata in casa di corsa e io mi sono allontanato. Era chiaro come di giorno, tanto era brillante la luna, faceva freddo e c'era un po' di vento; con fasci di amaranti che rotolavano via. Ma non ho visto altro. Solo, ora che ci ripenso, credo che qualcuno dovesse essere nascosto da quelle parti. Magari giù tra gli alberi. Qualcuno che aspettava solo che me ne andassi. 

Dopo la conferenza stampa Dewey si ritirò nel suo ufficio, un locale che lo sceriffo gli aveva provvisoriamente assegnato. Vi si trovavano una scrivania e due sedie. La scrivania era ingombra di quelli che Dewey sperava un giorno costituissero reperti da presentare in tribunale: il nastro adesivo e i metri di fune tolti dai cadaveri delle vittime e ora chiusi in sacchetti di plastica sigillati [...] e le fotografie scattate sulla scena del delitto dal fotografo della polizia: venti ingrandimenti su carta lucida: il cranio sfacellato di Nancy, gli occhi ancora sbarrati, vitrei nella morte, di sua madre, e così via. Nei giorni seguenti Dewey avrebbe trascorso parecchie ore a esaminare quelle foto, nella speranza di poter "scorgere improvvisamente un qualcosa", un particolare denso di significato, "come in certi rompicapo. Quelli in cui si chiede: quanti animali riuscite a individuare in questo disegno?"

Al giovane dell'Oklahoma il discorso di Green era parso "fanatico e brutale".
"Ha detto la verità", ribattè Parr. "La verità può essere brutale. Tanto per essere retorici".
"Ma non era necessario metterla giù così dura. È disonesto."
"Cosa è disonesto?"
"Tutto il processo. Quei ragazzi non hanno la minima speranza."
"Una bella speranza hanno dato a Nancy Clutter."
"Perry Smith. Mio Dio. Ha avuto una vita così spaventosa..."
Parr rimbeccò: "Ce ne sono tanti che possono raccontare storie lacrimevoli che fanno il paio con quella del piccolo bastardo. Me compreso. Forse io bevo un po' troppo, ma sicuro come l'oro che non ho mai ammazzato quattro persone a sangue freddo."
"Già, e cosa mi dite dell'impiccarlo, quel bastardo? Anche quella è una faccenda che si farà con una buona dose di sangue freddo".

Claudia Consoli 





“Al momento neppure un’anima di Holcomb, villaggio immerso nel sonno, li udì: quattro colpi di fucile che, a conti fatti, posero fine a sei vite umane. Ma in seguito gli abitanti della cittadina, fino a quel momento abbastanza fiduciosi da prendersi raramente la briga di sbarrare la porta di casa, indugiarono a ricrearli più e più volte - cupe detonazioni che facevamo divampare incendi di sfiducia al cui riverbero molti buoni vicini di un tempo si guardavano stranamente, e come estranei.” Il 25 agosto del 1984 moriva #TrumanCapote, che con il suo capolavoro #Asanguefreddo ha segnato gli sviluppi del genere #truecrime in età contemporanea. Un romanzo ispirato a un fatto di cronaca nera avvenuto in Kansas che non si limita allo straordinario racconto letterario di un avvenimento brutale, ma presente un’indagine della psicologia omicida dalla finezza raramente raggiunta prima. È con Capote che il true crime diventa letteratura, è con il suo romanzo che abbiamo imparato a guardare l’assassino cambiando punto di vista. @claconsoli lo ha letto in un’edizione @garzantilibri del 1966 e presto ne parlerà sul sito. #criticaletteraria #romanziamericani #daleggere #inlettura #instalibro #instabooks #bookstagram #domenicadaleggere #sundaybooks #classicicontemporanei #libridaleggere #bookishlife #bookstagramitalia #instabooks #garzantilibri
Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: