martedì 13 agosto 2019

«La Sicilia è un distillato dell’Italia»: intervista a Stefania Auci


L’Ottocento è stato il secolo della Rivoluzione Industriale, della cieca fede nel progresso, del positivismo. Il mondo cambiò nel giro di pochi decenni in tutta Europa e in gran parte dell’America; vennero poste le fondamenta della modernità e del mondo che conosciamo oggi, da tutti i punti di vista: la politica, l’economia, l’organizzazione della società. Questa rivoluzione è stata possibile grazie a uomini e donne che hanno saputo interpretare lo spirito del loro tempo, che del loro tempo erano figli. Che fosse nella nebbiosa Londra o nella soleggiata Palermo, poco importava. Laddove c'era qualcuno con la giusta determinazione il seme della Rivoluzione Industriale attecchiva e dava i suoi frutti.
A Palermo l’Ottocento industriale porta il nome di una famiglia, i Florio. Emigrati dalla Calabria nel capoluogo siciliano alla fine del XVIII secolo, costruirono un impero da una semplice drogheria. Dal commercio di spezie allargarono la loro attività nei settori più svariati: dal rinomato Marsala fino alla cantieristica navale e la siderurgia. Furono portatori d’innovazione (inventarono la conservazione del tonno sott’olio), occupazione e benessere; furono, forse, i primi interpreti in Sicilia di un nuovo modo di stare al mondo, quello della modernità. La loro saga si allunga per tutto l’Ottocento e una parte del Novecento, generazione dopo generazione, ogni epoca ha visto un membro della famiglia Florio essere tra i protagonisti.
Quella dei Florio è una storia affascinante ed emblematica, per il periodo storico, per la Sicilia, per Palermo e per l’Italia intera. Finora nessuno si era azzardato a metterla nero su bianco nella forma che forse più di altre può darne l’esatta misura, la narrativa. Ci ha pensato Stefania Auci con I leoni di Sicilia (Editrice Nord), il primo volume di una saga che sta incontrando un enorme successo di pubblico e buona accoglienza critica. Oggi, su Critica Letteraria, l’abbiamo incontrata per voi.


Questo è un libro su una famiglia, ma è soprattutto un libro che parla di una città: Palermo. Perché hai scelto i Florio per parlare di Palermo e quanto i Florio sono rappresentativi di una città come Palermo?
I Florio sono molto rappresentativi di Palermo: nel bene e nel male danno un’idea della parte migliore della società cittadina e siciliana in generale. Lo sono nel bene e nel male perché, con il tempo, hanno assunto i difetti tipici della nobiltà palermitana. Ma io ho sempre mantenuto un’estrema stima nei loro confronti, li considero prima delle persone e solo dopo dei personaggi.
Inoltre, riguardo al libro, io vengo dal romanzo storico e parlare di loro utilizzando questo mezzo è stata una scelta obbligata, familiare, e in un certo senso l’approccio più semplice. Quindi ho deciso di mediare tra l’aspetto storico e quello della finzione.

Ci parli della ricerca storica (archivi, documenti, biblioteche) che hai condotto e di come hai intrecciato la Storia con le storie?
Il metodo utilizzato è quello delle tesi di laurea, quindi ad albero, partendo da un testo principale e poi ramificando fino a passare ad un’altra fonte. In totale, il lavoro di ricerca è durato un anno.

Hai consultato anche fonti storiografiche originali?
Sì, qualcosa di storiografia, ma solo a livello di atti pubblici. Della vita della famiglia è rimasto molto poco e soprattutto inerente l’ultima generazione, quindi un periodo successivo rispetto a quello trattato in questo libro. Qualcosa, poi, è arrivato per vie traverse, o per caso, come spesso accade.

I Florio erano proiettati ostinatamente verso il futuro, com’era nello spirito della loro epoca, positivista e legata alla Rivoluzione Industriale. Per esempio hanno portato i telai a vapore in Sicilia e hanno inventato la conservazione del tonno sott’olio. Ma cosa è rimasto di loro? Quale la loro eredità? 
Domanda dolorosa. A prima vista non sembra essere rimasto altro che una memoria sognata dei tempi passati, di una Palermo felix, che, però, aveva una serie di aspetti negativi. Per esempio, quando i Florio chiudono le fabbriche, la disoccupazione a Palermo ha un’impennata. Oppure, dal punto di vista immobiliare: il loro patrimonio è stato mal gestito, per esempio in una loro sala da ballo ora c’è una farmacia. Anche la tonnara dell’Arenella è usata per i banchetti, è molto triste.
Purtroppo bisogna capire che Palermo non è stata capace di mantenere quel tipo di ricchezza anche in termini ideologici. È tutto legato. Le difficoltà che a Palermo ci sono per fare impresa e rete sono evidenti, anche guardando al resto dell’Italia dove qualcosa si riesce a fare, viene da chiedersi perché in Sicilia no, perché non si riesce a fare.

Dal tuo libro si ha l’impressione che il più grande ostacolo dei Florio, per un lungo periodo, sia stata l’invidia. È un sentimento diffuso, tristemente, tra gli italiani (Sciascia diceva che la Sicilia è esemplare dell’Italia, nel bene e nel male). Pensi che degli ipotetici Florio del XXI secolo si troverebbero di fronte lo stesso muro di diffidenza (a Palermo come nel resto del Paese)?
La Sicilia, forse, è addirittura un distillato dell’Italia. Un concentrato.
Dei Florio del XXI secolo avrebbero grandi difficoltà nella Palermo contemporanea, anzi forse ancora maggiori di quelle dei Florio del XIX. Lo stesso muro di diffidenza, avversione sociale e, non ultimo, il discorso dell’immigrazione: non dimentichiamoci che non erano palermitani, ma calabresi che fuggivano da un territorio martoriato, alla fine del XVIII secolo, dai terremoti.
L’invidia, infine, si declina come malevolenza, del tipo “se io non lo posso fare, tu neanche devi poterlo fare”. E questo impedisce di fare rete, che la storia ha dimostrato essere fondamentale per poter fare impresa.

I leoni di Sicilia
di Stefania Auci
Editrice Nord, 2019

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Possiamo definire i Florio come una delle prime, vere, famiglie borghesi non solo di Palermo, ma dell’intera penisola italiana. La nobiltà italiana si è borghesizzata grazie ai Florio, o al contrario i Florio hanno assunto i caratteri della nobiltà?
Sono più i Florio ad aver preso i difetti dei nobili che non il contrario. Anche per una serie di matrimoni che li hanno portati a unirsi con la nobiltà più alta di Palermo. Per esempio, il matrimonio di Giulia, la figlia di Ignazio, con Lanza di Trabia fa capire il salto che avevano fatto, vedendo quasi in maniera negativa le loro origini. Negando le loro origini e cambiando il loro approccio commerciale, quasi è stata una involuzione. Hanno acquisito i codici comportamentali della nobiltà: questo è il passaggio che segna il loro essere differenti rispetto alle loro origini.

Spesso si dice che Palermo dà le spalle al mare; che sia una città di giardini, di agrumi. In I leoni di Sicilia, invece, il mare è protagonista. Ed è il Grande Mare di Abulafia, il Mediterraneo che mette in comunicazione posti e popoli lontani. Quando Palermo ha perso il mare?
Io mi sono data una spiegazione: l’ha perso nel momento in cui la famiglia Florio si è allontanata da Palermo. Il fatto di aver perduto le concessioni della navigazione, aver venduto i cantieri navali e la fonderia che li alimentava, significa davvero sganciarsi da Palermo e Palermo perde forza nelle rotte di navigazione. In un certo senso sparisce dalle rotte commerciali navali. Perché a Palermo non c’era nessuno in grado di prendere il loro posto. Quindi, la stessa città finisce per cercare altrove il suo benessere, verso l’interno, ad esempio con il commercio degli agrumi, ed è tra l’altro questo uno degli elementi che facilita il radicamento della mafia a Palermo: perché la mafia si fa grande, ricca e potente, a Palermo, anche grazie al commercio di agrumi con l’America. A cavallo tra XIX e XX secolo la mafia era presente in città, ma aveva una funzione di controllo sociale e delle proprietà. Tutelava le proprietà e i beni delle famiglie nobili. Funzione illegale, sì, ma che rientra in quello che possiamo chiamare il fenomeno dei contractor. A un certo punto, in questo momento storico, si aprono i grandi commerci con l’America, in cui gli agrumi sono molto importanti: la mafia di campagna coltiva gli agrumi e la mafia di città la commercia con il resto del mondo. In questo modo, si approfittano di una parte dello spazio lasciato dai Florio. 

È incredibile il deserto e il vuoto lasciato dai Florio.
Altre famiglie c’erano, ma non avevano lo stesso peso economico e la stessa capacità commerciale, imprenditoriale e la stessa capacità di mettere a frutto le relazioni familiari, istituzionali e politiche che avevano creato la rete dei Florio. L’incapacità di fare rete non permette di avere gli stessi risultati che ebbero i Florio.

In un certo sento I leoni di Sicilia racconta l’altra faccia della medaglia del Gattopardo. Tomasi di Lampedusa diceva, a proposito della nobiltà siciliana: "Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra". Visto come sono andate le cose, non è che aveva ragione?
Anche il mio editore francese ha fatto un commento simile!
Allora, innanzitutto chiarisco che il titolo si deve al fatto che il simbolo della famiglia è un leone. Ora se siano leoni o gattopardi possiamo parlarne, e forse sì che nell’ultima generazione sono più gattopardi che leoni. Vivono in un mondo dorato in cui si negano di vedere i cambiamenti che avvengono, ma non solo in Sicilia, in tutta Italia e mi riferisco ai primi del Novecento. Si fa finta di non vedere tutti i cambiamenti, anche a livello sociale, della classe lavoratrice; quei movimenti dal basso che spingono per spezzare la crosta di uno status quo che resiste fino alla fine e, quindi, non si comprendono. Per questa ragione, poi, non si sa come affrontarli e le cose sono andate come sono andate.

Un'ultima domanda, da un lettore siciliano. Tu sei di Trapani, qual è la differenza tra la tua città natale e Palermo?
L’ambiente palermitano è un po’ più peculiare di quello di Trapani perché è più carico di invidia: i trapanesi sì che sparlano dietro, ma poi la quota di invidia cade. Probabilmente è anche perché Palermo è più grande, alla fine sono realtà abbastanza simili.
La differenze fondamentale, invece, è che i trapanesi sono meno inventivi dei palermitani. I primi si sbracciano, i secondi si spaventano. Però i palermitani quando fanno una cosa si aprono la bocca e devono farla vedere al mondo.

Intervista a cura di Alessio Piras









«”Gli altri sono gli altri e fanno quello che vogliono. Noi siamo i Florio”. È così che inizia tutto». . Tutto cosa? Il destino familiare, sociale e imprenditoriale di una delle dinastie che hanno scritto la storia dell’industria italiana. La famiglia Florio, il cui nome s’identifica con il Marsala, questo vino liquoroso prodotto da vitigni siciliani che meriterebbe ben altro destino che una scaloppina. (E ve lo dico da sommelier ☺️). Una storia che inizia con un terremoto, la decisione di lasciare la propria terra, la Calabria, e aprire una “putía” di spezie e aromi a Palermo. Sono bastate poche pagine a Sabrina, @book_the_travel, per immergersi a capofitto in questa saga familiare, che ha la capacità di trascinare immediatamente il lettore nella Sicilia dei primi anni dell’Ottocento, facendo muovere i personaggi sullo sfondo di una Storia che sta cambiando. Vi ha incuriosito? Stay tuned, ne parleremo sul sito di #Criticaletteraria. #booklover #florio #marsala #editricenord #sagafamiliare #inlettura #recensione #sulcomodino #ticonsigliounlibro #librichepassione #bookworm #bookalicious #bookstagram #instabook #ilovereading #ilovebooks
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