sabato 18 maggio 2019

#CriticARTe - Fotografia Europea. Sotto la pioggia, stringendo Legami

Fotografia Europea 2019
LEGAMI. Intimità, relazioni, nuovi mondi

Reggio Emilia, 12 aprile – 9 giugno
biglietto intero  15,00; ridotto € 12,00.



Abbiamo scoperto Fotografia Europea, quasi per caso, nell'edizione dell'anno passato (qui il link alla recensione); ci torniamo oggi volontariamente in un clima da tregenda. Il tessuto urbano, che precedentemente rappresentava un elemento di raccordo tra le diverse esposizioni, parte integrante del percorso artistico, diventa oggi, sotto la pioggia battente, un ostacolo che si frappone tra momenti di bellezza segmentati. Si scopre dunque un modo diverso per fruire di questi festival della fotografia diffusi all’interno delle città che diventano – e felicemente – sempre più numerosi sul territorio nazionale, garantendo il più delle volte esposizioni di grande qualità (da noi amatissimo è anche il Photolux di Lucca, che a differenza di Fotografia Europea ha però cadenza biennale). 
Il filo conduttore scelto per Reggio Emilia (Legami. Intimità, Relazioni, Nuovi mondi) è molto ampio, tanto da offrire possibilità pressoché infinite alla libera declinazione da parte degli artisti, ma anche da rischiare di diventare dispersivo. Non tutte le mostre risultano quindi ugualmente pertinenti e il nesso appare in taluni casi un po' forzato, pur senza inficiare mai l’interesse dell’esposizione stessa. Al tempo stesso, però, la varietà dei temi e degli spunti diventa ricchezza per chi si prende il tempo di esplorare quanto offre la rassegna assecondando i richiami interni e gli agganci che raccordano le esibizioni le une alle altre secondo direttrici non scontate, che mutano e si rinnovano di volta in volta, sulla base delle diverse sensibilità dei singoli fruitori. 

I Chiostri di San Pietro
(ph. di Carolina Pernigo) 
Lo scenario in cui vengono inserite le foto è spesso suggestivo, pensato appositamente per dialogare con i materiali esposti. Con le pareti affrescate dei Chiostri di San Pietro interagiscono ad esempio le videoinstallazioni di Justine Emard, che indagano con delicatezza inusuale i rapporti e le connessioni tra intelligenza umana e artificiale. Come in uno specchio l'uomo e il robot replicano i rispettivi movimenti, introducendo una progressiva umanizzazione della macchina che va di pari passo con una meccanizzazione dell'umano. La "notte dei tempi", da cui prende il titolo l'esibizione, nell'ottica dell'artista è collocata nel futuro più che nel passato e viene descritta come punto d'arrivo di un percorso inevitabile, insieme mistico e concreto.
La Storia, in tutte le sue declinazioni e nel suo sviluppo attraverso il tempo, è il filo conduttore di molte delle esposizioni raccolte in questa sede, in cui non è stato purtroppo possibile accedere a una delle sezioni più interessanti, quella dedicata al paese ospite, il Giappone, inagibile a causa del maltempo. Il paese del Sol Levante è comunque protagonista del viaggio artistico ed emotivo di Vittorio Mortarotti, che lo descrive nel suo fronteggiare, o evitare, i traumi: un Giappone rialzatosi, seppur a fatica, dopo le tragedie dell'atomica su Hiroshima, sganciata nel "First Day of Good Weather", come decretava il messaggio del presidente Truman e ricorda ora il titolo della mostra, o dallo Tsunami del 2013, ed esplorato dall’autore seguendo le tracce di una tragedia personale, la scomparsa di un fratello amato. Anche la Libia, complicata e divisa, violenta e lacerata ci invita a riflettere, attraverso le immagini e le parole di Samuel Gratacap. Il giovane fotografo si interessa del tema delle migrazioni, vuole riflettere sulla sorte di chi vive Fifty-Fifty, a metà tra la vita e la morte, partecipando in parti eguali dell’una e dell’altra.
A Zuara incontro Yousef, 26 anni […] mi fa una domanda allo stesso tempo sconvolgente e pertinente: “Sei qui per i migranti o per la guerra?” […] Rispondo che sono qui per i migranti, ma che mi sarà difficile ignorare la guerra perché proprio mentre parliamo la sua città viene colpita.
L’opera di Gratacap colpisce in faccia il visitatore con la durezza dei primi piani, le incursioni nelle città distrutte, o riconquistate, i campi di prigionia, i morti sulle spiagge. C’è l’occhio dell’artista nelle immagini proposte, ma anche la precisione del fotoreporter, e i due elementi si coniugano nel desiderio di mostrare le persone reali dietro alle notizie dei telegiornali. Un’analoga istanza di realtà si ritrova in Crack di Jacopo Benassi, che mira alla ricostruzione di un canone dei corpi, attraverso un'estetica del frammento, della scomposizione, che riduce gli arti, le membra, a pure forme astratte, creando associazioni incongrue e che pure funzionano tra figure e sculture, carne e marmo. A un'idea classica di bellezza come equilibrio e proporzione tra le parti si sostituisce un nuovo modello più relativo, in cui la dis-armonia diventa nuova armonia. Anche l'arte antica, del resto, appare qui abbandonata e trascurata, segnata ineluttabilmente dalla polvere, dalle crepe, dai segni del tempo passato. 

Justine Emard – La notte dei tempi – Co(AI)xistence. 2019 © Justine Emard – ADAGP
A Palazzo da Mosto, incontriamo uno dei punti forti della rassegna: Unbridled curiosity è una raccolta di fotografie di Larry Fink, appositamente selezionate dall’autore per rispondere all’appello di Fotografia Europea. Alla base dell'opera di Fink, l'idea che "ogni momento può suggerire un'eternità senza tempo", in grado di coinvolgere lo spettatore, metterlo davanti a uno specchio, chiamarlo all'empatia, stimolare la meraviglia. I bianchi e neri densi e drammatici di Fink immortalano frammenti di un'America in equilibrio tra pubblico e privato, che l'artista coglie da una prospettiva traversa, creando sempre l'impressione di una storia afferrata e interrotta sul vivo. Nella seconda sezione la prospettiva si allarga e lo sguardo si approfondisce, lasciando spazio a ritratti dalla forte carica emotiva, squarci sul mondo naturale (con mantidi religiose che diventano quasi figure totemiche) o su interni domestici ritratti in una dimensione intimista. Il potere fascinatorio delle immagini di Fink accompagna il visitatore fino al piano di sotto, dove riesce a creare un’interferenza suggestiva con l’Arabian Transfer di Michele Nastasi. Oggetto dei suoi scatti, sei città arabe viste come luogo di transizione tra passato e futuro, occidente e oriente, di interscambio umano e culturale. Il taglio delle immagini mira a restituire una dimensione non idealizzata, che ricerca il quotidiano e la vita comune lasciando gli aspetti più spettacolari ai margini della scena. I campi ampi e luminosi contrastano con la penombra dell'esposizione attigua, ma riescono a evidenziare un motivo affine: la relazione tra soggetti in un ambiente urbano e in perenne mutamento, tra individuo e metropoli.
Esposizione dedicata a Horst P. Horst (ph. di Carolina Pernigo)
Dopo una rapida sortita alla Sinagoga, dove si aprono gli squarci verdi di Vincenzo Castella (Urban Screens), e nei sotterranei del Teatro Valli per attraversare i 100 Hectares of Understanding del giovane Jaakko Kahilaniemi, a Palazzo Magnani il nostro giro si conclude con la retrospettiva dedicata a Horst P. Horst, a vent'anni dalla sua morte. Famoso per le sue foto di moda nell'America degli anni '30-'50, Horst aveva in realtà una formazione pienamente europea: nato in Germania e formatosi poi a Parigi nello studio di Le Corbusier era scappato dall'Europa nel '39 percependo il mutare del clima e il soffio inquietante della Seconda guerra mondiale in arrivo. Approdato negli USA, aveva anche cambiato il suo cognome originario, Bohrmann, per non essere associato all’omonimo gerarca nazista, e aveva di fatto iniziato una vita nuova, ma mantenendo una chiara linea di continuità all’interno della sua opera. Ciò che colpisce, nelle foto di Horst, è uno sguardo in grado di trasfigurare il reale, di creare delle nature morte che da quotidiane si fanno metafisiche, suggestive e poetiche al tempo stesso. Guanti, cappelli, tazzine, sedie da giardino, tutto diventa occasione artistica, elemento vibrante di un quadro complesso che in qualche modo riprende e innova la tradizione pittorica europea. Non c'è un singolo scatto in cui non domini un'eleganza statuaria, che riesce a essere patinata, ma mai algida, e che rende conto del successo che ebbero gli scatti di Horst sulle copertine di Vogue e Harper’s Bazaar. Di tutto questo si fa emblema Mainbocher Corset, ultimo scatto parigino e icona della mostra, in cui sensualità, bellezza ed equilibrio si bilanciano in un unicum perfetto.
Horst P. Horst, Mainbocher corset, 
Paris 1939, cm 40,5x50,5 cs. 
Courtesy Paci contemporary
 gallery (Brescia – Porto Cervo, IT)
Se si era assistito prima, con la mostra di Benassi, a una destrutturazione del canone, qui lo si trova invece celebrato appieno: Horst è un cultore della bellezza e tratta i corpi come fossero sculture, perfette, levigate e immortali. Il miracolo che l’artista realizza è quello di riuscire a inserire la voluttà in scenari geometrici e perfettamente studiati, in modo da disinnescare completamente il pericolo della volgarità o della malizia. Nei suoi scatti, le donne diventano dive, gli uomini avventurieri affascinanti alla James Bond, senza perdere mai però la loro caratterizzazione individuale: da Marlene Dietrich a Andy Warhol, da Coco Chanel a Roy Lichtenstein, Horst riesce a valorizzare il carattere dei singoli, il loro profilo d'artisti, in scatti sublimi che rendono questa esposizione quella in grado di giustificare anche da sola la visita alla rassegna. Horst non vuole scattare fotografie, ma "creare una testimonianza del [suo] tempo", e vi riesce tanto splendidamente che, una volta usciti, l’unica decisione possibile era quella di fermarsi così, in modo da non perdere neanche una delle immagini appena catturate. In una giornata consacrata all’arte (facilmente, poiché la pioggia non ha concesso tregua, né offerto distrazioni), Fotografia Europea mantiene le promesse, confermandosi come un festival in grado di conciliare con intelligenza numerose proposte valide e di connettere in modo sensato opere anche molto differenziate nelle forme espressive e nei soggetti selezionati, rendendo di fatto accessibili a un pubblico non necessariamente esperto contenuti di grande spessore.
Carolina Pernigo