mercoledì 1 maggio 2019

Il mondo di una viaggiatrice degli anni Quaranta: Annemarie Schwarzenbach


I miei occhi sul mondo - scritti di viaggio
di Annemarie Schwarzenbach
a cura di Tina D'Agostini
Il Saggiatore, 2019

pp. 276 
€ 22,00 (cartaceo)

Donna di straordinaria curiosità, Annemarie Schwarzenbach, nata a Zurigo nel 1908 e vissuta appena 34 anni, ci racconta, attraverso i suoi articoli  e i suoi scritti di viaggio, un’Europa amatissima e il lungo peregrinare in giro per il mondo. La sua figura così intensa e affascinante merita una rivalutazione, e leggendone gli spunti e le riflessioni non si può non esserne incredibilmente affascinati.
Il Saggiatore ha già pubblicato diverse opere di questa giornalista giovane ed audace, con l’ansia della viaggiatrice e la capacità narrativa della grande scrittrice. In quest’ultimo volume, che completa la serie dei libri pubblicati (Dalla parte dell’ombra, Oltre New York e Tutte le strade sono aperte), si trovano anche degli articoli inediti, grazie alla ricerca della curatrice Tina D’Agostini, nel fondo Schwarzenbach, custodito nell’archivio storico a Berna.
Emerge una figura di donna complessa e molto colta, con la passione per la storia e l’archeologia, con giudizi politici arguti e occhio lungimirante sulle sorti dei paesi visitati, con grande competenza sulla politica americana, ma più di tutti un’amore viscerale per l’Europa, funestata in quegli anni dalla guerra, e sempre in bilico, tra rinascita e distruzione.
Fino a pochi anni fa, fino al punto più basso della grande crisi, nel 1932, la mentalità degli americani era dominata da ciò che in maniera calzante è stato definito il “sogno americano”. Era un sogno ad occhi aperti e la convinzione ottimistica, spesso compiaciuta, che qui, nel nuovo continente, questo ideale fosse già stato raggiunto e ampiamente realizzato. (p.85)
Le sezioni di questo libro si snodano in ordine cronologico e non tematico, così come ha voluto la curatrice, Tina D'Agostini, per permetterci di cogliere le evoluzioni della scrittura di Annemarie, e del suo stile; e se negli articoli iniziali troviamo l’influenza degli amici Erika e Klaus Mann, con lunghe descrizioni di partenze e arrivi, verso la fine lo stile risente della gioia della scoperta, della fortuna del viaggiare anche in tempi così difficili e delle partenze vissute a volte come esilio, soprattutto in quella sezione di scritti meno conosciuti, come quelli dal Portogallo e dall’Africa.
Ci sono luoghi e periodi in cui non ha alcuna importanza sapere dove ci troviamo. Nella traversata dall’Europa all’America non è così, la bandierina avanza lungo il suo tracciato, l’orologio viene regolato tutti i giorni e lo scopo del viaggio consiste soltanto nel coprire nel modo più rapido e comodo possibile la distanza tra due continenti separati casualmente da un oceano. Qualunque cosa si possa dire in merito alla profonda differenza tra il nuovo e il vecchio mondo, quello nuovo ormai non è altro che un aspetto diverso della nostra antica cultura occidentale perché non è più la terra degli indiani. (p.198)
Personalmente trovo affascinante la parte sull’Oriente, dove si ravvisa una modernità di giudizio unica, su popolazioni così lontane, come quelle che abitano l’Afghanistan e il Turkestan, per non parlare del modo incredibile in cui la Schwarzenbach raggiunse questi luoghi, in compagnia dell’amata Ella Maillart, a bordo di una Ford, su cui guidarono attraverso la Turchia, la Persia fino a raggiungere il paese afghano. Questi scritti rivelano una lucidità, un’organizzazione e un coraggio, da cui dovrebbero prendere ispirazione i moderni fotoreporter.
Mentre ci riposavamo sotto i grandi alberi del giardino distese su materassi coperti di seta, le giovani donne ci chiesero se potevamo inviare loro riviste di moda e ci portarono un pezzo di seta per farci tagliare un vestito. Pensai che non avevano mai visto il mondo esterno se non attraverso la griglia del cado, quel velo così deturpante che sono costrette a portare le donne afghane [...] Certo un giorno una forma di vita familiare armoniosa sparirà insieme alle mura dell'harem e al cado e l'"emancipazione della donna" provocherà problemi che l'afghana di oggi non può minimamente immaginare. (p. 131)
 Certo in quel tempo non era difficilissimo, come oggi, raggiungere determinati confini, oggi funestati da guerre, regimi e terroristi, ma dobbiamo comunque ricordare che si tratta di due giovani donne, su strade deserte, quando possiamo chiamarle strade, di giorno e di notte, in un mondo popolato da tradizioni tribali e pericoli di ogni sorta. Ho avuto la fortuna di trovarmi in Afghanistan qualche anno fa,  e sentire la descrizioni di quei luoghi che ho tanto amato, da una giornalista che li ha visitati negli anni Quaranta, mi ha molto emozionato. Così come il racconto dell’arte e dalla religione oltraggiati nel volto del Grande Buddha, che infine, nel 2001, i Talebani fecero saltare in aria  
Ma noi siamo arrivati troppo tardi. Più di mille anni fagli arabi, armati di torce e frecce devastarono, uccisero, sterminarono e ridussero in cenere ponendo fine all’innocente vita di Bamiyan. (p. 118)
In oltre 250 pagine questo libro ci racconta il mondo di una bohémien impegnata contro il nazionalsocialismo, di un'anima inquieta e vagabonda, di un'avventuriera che amava viaggiare
Perché viaggiare è partire senza meta: con uno sguardo fugace si abbraccia un villaggio, una valle, e ciò che si ama di più lo si ama già con il dolore dell'addio.

Samantha Viva



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