mercoledì 1 maggio 2019

"Facciamoci vivere più che possiamo": l'incontro con lo straniero che si è nel romanzo di Marina Mander

L’età straniera
di Marina Mander
Marsilio, 2019


pp. 206 
€ 16,00 (cartaceo)


Leo è un adolescente dinoccolato e indolente, fuma qualche canna e trascina in giro il suo metro e ottanta come "un soprammobile un po' ingombrante" (p. 12); nessuno, guardandolo, potrebbe indovinare che è "nato con l'aoristo in bocca" (p. 13), che è uno studente brillante e soprattutto un lucido interprete della realtà che lo circonda. Perché Leo vive mascherato e nasconde accuratamente il dolore provocato dal suicidio del padre, "un uomo rimasto bambino [...], incapace di scendere a patti con il buonsenso" (p. 42), anche se ogni notte nei suoi incubi si trova in un'aula di tribunale, inchiodato alla sbarra degli imputati dai suoi sensi di colpa e chiamato a risponderne. Con spirito caustico e un sarcasmo pungente che non risparmia nessuno, Leo analizza impietosamente le ipocrisie di una famiglia che si vanta di essere "di larghe vedute" al punto che, "a forza di guardare un po' più in là, è diventato sempre più difficile guardarsi negli occhi" (p. 15).
La madre, donna pratica e generosa ma non brillante, è "una di quelle persone a cui telefonare se non sai quali siano i mille usi del bicarbonato, ma alla quale non ha senso rivolgersi se ti stai domandando che forma avessero i girasoli prima di Van Gogh" (p. 40). È un’assistente sociale e, nel tentativo di riempire il vuoto lasciato dalla morte del marito, non paga di aver portato in casa il nuovo compagno, un tassista soprannominato dal narratore Tango-12, sta cercando di fare "un altro figlio, mille figli, [...] per metterci una pietra sopra una volta per tutte, una seconda lapide, più pesante e definitiva" (p. 27). Nel frattempo, vedendo tramontare le proprie speranze, "ha partorito anche l'idea del secolo" (p. 16), ovvero ospitare in camera di Leo un giovane rumeno senza casa, Florin, che si è trovato da un giorno all'altro privo di alloggio e assistenza e che lei vuole a tutti i costi togliere dalla strada dove si prostituisce per vivere. L'ostilità del narratore nei confronti dell'ospite non deve essere ricondotta a qualcosa di personale: si tratta piuttosto della certezza amara che a muovere la madre siano le ragioni sbagliate – una certa superbia da buon samaritano, il bisogno di sentirsi utile e nuovamente appagata, la tendenza a riversare all'esterno tutte le attenzioni senza curarsi dei problemi che ci sono tra le mura domestiche, l'ignoranza deliberata e ostinata del nodo irrisolto che paralizza lei quanto il figlio. Le domande con cui Leo la incalza – e incalza se stesso (ma solo nella sua mente, perché dei suoi pensieri reali nessuno – non durante il giorno, almeno – gli chiede di rendere conto) – sono destinate a restare senza risposta: 
quanta gente dovremo portarci in casa per colmare l'assenza? Quanti impegni dovremo mettere in agenda? Quanti passatempi dovremo inventare e quanti corsi dovremo frequentare? Quanti strumenti dovremo imparare a suonare e quanti attrezzi in palestra dovremo addomesticare? Quante lingue dovremo imparare a parlare e quanto dovremo continuare a tacere? [...] Quanti successi dovremo accumulare per non sentirci falliti ancor prima di cominciare? Quanti secoli saranno necessari per diventare persone nuove, sgombre di tutto? (p. 38)
Florin capita nel momento sbagliato nella vita del narratore, già fragile, che si sente espropriato dei propri spazi: "lo sfigato arriva giusto giusto con la sua infanzia difficile, la sua adolescenza stuprata, a disturbare il quieto vivere faticosamente conquistato" (p. 33). Eppure c’è qualcosa nel ragazzo, esile e sgraziato, che tocca in lui delle corde nascoste e lo porta a provare un malcelato senso di invidia per uno stato di libertà dai condizionamenti sociali, di ingenuità primigenia, che a lui è negato:
E tu, Iwazaru, riesci a capire quanto mimetizzarsi sia vantaggioso? […] Confezionati bene anche se hai l’inferno dentro, impara un altro modo di spaccarti in due, ma senza mai darlo troppo a vedere, mi raccomando, è questo l’essenziale. E se dentro di te ci fosse davvero il nulla, rivestilo di diamanti. (p. 67)
Al tempo stesso, il senso di rifiuto che Leo prova per l'altro non è che un riflesso di quello che prova per se stesso. Entrambi sono connessi a filo doppio a famigliari che in modi diversi sono stati mancanti e che non possono o riescono a rinnegare (la sensibilità acutissima di Leo, anzi, si concretizza nel testo in ritratti commoventi del padre, taglienti della madre e della sua superficialità ottimista). I due protagonisti, che di primo acchito sembrerebbero non poter essere più dissimili e che avrebbero potuto non incontrarsi mai, non comunicare mai, hanno invece almeno una cosa in comune: l'essere entrambi "stranieri", prigionieri di un'adolescenza che li ha visti crescere troppo in fretta e che per questo li trova al tempo stesso complici e rivali
Florin, per il suo mutismo ostinato, è paragonato continuamente a Iwazaru, quella delle tre scimmiette che non parla, eppure la condizione espressa da questo riferimento, quella del non (voler) vedere, sentire, parlare del male, è chiaramente la stessa in cui si trova il narratore, che soltanto nel suo tribunale onirico ha il coraggio di far emergere una verità di cui non vuole parlare, la memoria traumatica di un'occasione in cui non ha voluto o saputo vedere e sentire. Al contempo, però, il messaggio trasmesso dalle tre scimmie è anche una violenta denuncia rivolta a chi gli sta attorno e si accontenta di notare solo la patina opaca delle cose, senza guardare a cosa si nasconde in profondità ("Perché vi ostinate a non capire, a non voler vedere, a non voler sentire? Perché non esiste un grammo di universo da iniettargli in vena sciolto in una fiala di oceano?", p. 99). Leo esorcizza il lutto attraverso quella parola che a Florin manca, anche se la sua voce interiore lo accusa di aver scritto "solo pagine bianche, vuote: l'autobiografia del nulla", di essere addirittura "un assassino dei sogni del mondo" (p. 73). E allora nell'incontro con l'altro, nel suo modo differente di comunicare, a gesti, sorrisi, o tramite la litania della sua armonica, si spalancano a tratti opzioni diverse, piccoli squarci su una pace possibile
Chissà, se imparassi a suonare una Fender Jay-Stang, tutte le parole che si accavallano e sgomitano dentro di me, quelle orrende, quelle belle, quelle impronunciabili, quelle imbarazzanti e quelle inutilmente seducenti tipo "libellula", "parallelepipedo" e “laterizio” forse si acquieterebbero. Imparerebbero ad ascoltare anche questa nenia nostalgica e a stare zitte, rapite da uno struggimento di non so che cosa, di libellule sul lungolago, di aironi sul calcestruzzo, di un gocciolino di assenzio presente. Di un'idea di mondo che combacia con il mondo. (p. 91-92)
È in questa idea di apertura e accettazione (di qualcuno, con le sue miserie, da parte di un io con le proprie, le stesse miserie) che si nasconde il messaggio più profondo della narrazione – trattato senza mai un cedimento al sentimentale o al retorico, ma con qualche spiraglio di tenerezza (si veda ad esempio l'incontro tra il pensionato Angelo e un povero "diavolo" a cui Leo assiste durante un vagabondaggio notturno sulla linea 90). 
Nonostante la violenza, il degrado, il turpiloquio del mondo circostante, tra i due ragazzini nasce qualcosa di fragile e pulito, difficile da definire e profondamente commovente. Una fratellanza tra disperati, che riescono a fare di questo una fonte di forza, ma tutta interiore, non contro al mondo.
Con una lingua carica di immagini e in grado al contempo di andare al cuore delle cose, Marina Mander ci racconta una storia che è anche una fulminante metafora sul presente. Ci obbliga a ridefinire il concetto di estraneità, perché straniero non è soltanto o necessariamente chi viene da un altrove, ma chi non si sente parte di una realtà in cui è inserito. Si tratta quindi di una condizione esistenziale che ognuno di noi può sperimentare nel quotidiano: "nella città dove sono nato e cresciuto esistono oasi di niente, anfratti dove è possibile acquattarsi, dove sei tu l'emarginato, l'immigrato clandestino" (p. 141). Quindi Florin, creatura del mondo, può muoversi ovunque come se si sentisse a casa, sorridendo sicuro di sé, mentre Leo appare il vero emarginato, il solo disadattato. È l’ospite, il diverso, così inadeguato ferito impacciato, a farsi portatore del miracolo, per chi accetta di accoglierlo: “Florin è così: una parola in una lingua incomprensibile, nessuno sa tradurlo. È una bestemmia. O viceversa. Una preghiera al cuore dei sordi” (p. 121). L’incontro tra due individualità molto lontane, ma irrimediabilmente affini, genererà un cambiamento profondo in entrambi i giovani. E porterà imprevedibilmente Leo a riappacificarsi non con il sé del passato, ma con quello del futuro, con la persona che diventerà

Carolina Pernigo








Un romanzo di formazione che racconta un difficile confronto con la diversità; due personaggi che paiono agli antipodi: il narratore, Leo, che è intelligente e un po' insicuro, un ragazzino che vive nascosto dietro una maschera di indolenza, ma sa analizzare impietosamente le incongruenze di una famiglia che si vanta di essere "di larghe vedute" (talmente tanto che, "a forza di guardare un po' più in là, è diventato sempre più difficile guardarsi negli occhi"); e poi Florin, che "di mestiere batte", e ha fatto breccia nel cuore di un'assistente sociale chiedendo una merendina. Due personaggi che potrebbero non incontrarsi mai, non comunicare mai, e invece hanno almeno una cosa in comune: l'essere entrambi "stranieri", prigionieri di un'adolescenza che li ha visti crescere troppo in fretta e che per questo si trovano al tempo stesso complici e rivali. Una storia, quella di Marina Mander, che è anche una fulminante metafora sul presente e le sue contraddizioni, e che è stata selezionata tra i dodici finalisti del #premiostrega2019. @quinquilia la sta leggendo proprio ora e presto la recensirà per #criticaletteraria. Voi l'avete già terminato? Cosa ne pensate? #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #premiostrega @premiostrega @marsilioeditori
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