venerdì 8 febbraio 2019

Fede, Speranza e Anarchia nel nuovo romanzo di Giulia Caminito


Un giorno verrà 
di Giulia Caminito 
Bompiani, 2019 

pp. 240 
€ 16 (cartaceo) 
€ 9,99 (ebook) 




Nel 1983 lo scrittore peruviano Manuel Scorza pubblicava il suo ultimo, indimenticabile, romanzo, La danza immobile, la storia di un bivio e di due uomini: uno, Santiago, sceglie l’amore, e l’altro, Nicolàs, sceglie la rivoluzione. L’epilogo è sconfortante, perché entrambe le scelte si rivelano perdenti. Ho istintivamente ripensato a quel libro e a quell’epilogo quando ho iniziato a leggere Un giorno verrà di Giulia Caminito, anche questo un libro sulle scelte, su due uomini, di cui uno si chiama Nicola. La sconfitta che chiudeva il libro di Scorza si è legata inaspettatamente a una speranza, che il titolo di Caminito mi sembrava nascondere: cosa verrà un giorno? 

L’autrice, al suo secondo romanzo, dopo l’Africa Orientale de La grande A ci porta ora a Serra de’ Conti, un paese in provincia di Ancona. La trama copre un arco temporale denso di eventi: dalla fine dell’Ottocento alla fine della prima guerra mondiale, e in mezzo le rivolte contadine, la febbre spagnola, le espropriazioni di una patria che “si fa padrona, possiede, colonizza, ruba”. I protagonisti sono i poveri, la sfortunata famiglia del fornaio del paese e due fratelli in particolare, Lupo e Nicola. Uno l’opposto dell’altro: il primo vitale, nato temerario, tutto corpo; il secondo delicatissimo, solitario, tutta mente. E poi un personaggio che ha davvero fatto la storia di Serra de’ Conti, una donna nata in Sudan, divenuta schiava e che poi ha trovato la libertà nella monacazione, e cioè Suor Clara (nella realtà Suor Maria Giuseppina Benvenuti), detta la Moretta.
Questi personaggi si muovono all’interno di un ordine sovvertito, in cui i genitori non proteggono i figli e la Stato manda a morte i suoi cittadini. Da questo mondo alla rovescia, in cui un uomo che si chiama Lupo prende come animale domestico un lupo che si chiama Cane, Caminito riesce con abilità a dare forza alla diversa prospettiva di ogni personaggio. Quello di Suor Clara, ad esempio, è il punto di vista di chi ha ricevuto violenza, e non si fida neanche degli uomini della sua stessa Chiesa “che sempre si sentivano in dovere di comandarle, redarguirle, metterle in riga”. 
Niente e nessuno si rivela nel romanzo per quello che è in apparenza. Allora, se anche l’ordine costituito – rappresentato dallo Stato e dalla Chiesa degli uomini – invece di proteggere, porta vigliaccamente scompiglio mortifero tra i suoi figli e le sue figlie, Lupo cercherà un altro ordine. 

Giulia Caminito
Errico Malatesta lo ha scritto con parole semplici e chiare: l’anarchia è erroneamente associata alla confusione, ma in realtà “vorrà dire per tutti: ordine naturale, armonia dei bisogni e degli interessi di tutti, libertà completa nella completa solidarietà”. “Vorrà dire”, scriveva Malatesta, perché l’anarchia sta sempre nel futuro, mai nel presente. Come la promessa della ricompensa eterna. 
Nel presente di Lupo e di Nicola c’è però la lotta necessaria a quel futuro: c’è Augusto Masetti, l’anarchico che spiegava che “alla guerra deve andare il re, non la gente”, c’è l’invasione della Libia contro cui protestare, c’è la Settimana rossa, i giorni in cui promisero che “come Dio aveva creato il mondo, loro lo avrebbero distrutto”. 

Anche questo romanzo, come La grande A, trae spunto da vicende legate alla famiglia dell’autrice, sapientemente rimestate con un accurato studio delle fonti, un lavoro di ricerca che trasuda da ogni pagina. Sta proprio qui parte della grande forza della scrittura di Caminito, che non ha perso in niente lo sperimentalismo del linguaggio di cui si è parlato per il suo primo romanzo, ma lo ha certamente affinato. L’impianto culturale di riferimento di Caminito è sempre più chiaro, e l’autrice sa giocarci sapientemente. Non basta una consonante di differenza per non riconoscere la scrittrice anarchica Virgilia D’Andrea in Virginia, la donna che incrocia Lupo e che gli dona le poesie di Ada Negri. Sono le stesse pagine in cui compare Armando Borghi, nella storia vera compagno di D’Andrea, le pagine degli anarchici che vanno oltreoceano – così fanno Borghi e D’Andrea, così vuole fare Lupo. Seppur minore, Virginia è un personaggio importante, autorevole nel suo infondere chiarezza in Lupo e nei lettori. Sono sue le parole che illuminano la fine del libro:
Me ne vado perché qui non posso scrivere e non posso parlare e ci sono parti del mondo dalle quali possiamo ancora farci sentire, luoghi in cui sono nate colonie, gruppi, comunità, e noi le dobbiamo legittimare, aiutare a crescere. 
Altrove c’è un mondo nuovo dove un giorno verrà il sole dell’anarchia, “per quelli che credono, per quelli che non vogliono vederlo ma lo aspettano per quelli che verranno”, dice Virginia. 
“Un giorno verrà il giudizio di Dio”, dice suor Clara. 
Alle due donne, una suora e una poetessa, è affidato il rigore di una giustizia certa, il messaggio di speranza. Che insieme alla fede e all’anarchia (che sostituisce la carità) forma la singolare triade di virtù che governa il nuovo ordine che, grazie alla resistenza di Lupo e Nicola, verrà.


Serena Alessi 
@serealessi