domenica 6 gennaio 2019

#CriticARTe - Marina Abramović e la poetica dei corpi

Marina Abramović – The Cleaner
Firenze, Palazzo Strozzi 
21 settembre 2018 – 20 gennaio 2019


Fino a metà gennaio, la prestigiosa sede fiorentina di palazzo Strozzi ospita la prima retrospettiva italiana dedicata a Marina Abramović, forse la più grande performance artist vivente. Quello appena concluso è stato un anno intenso in termini di visibilità sul territorio nazionale per la Abramović, di cui si è sentito parlare non solo per il meschino dibattito politico che ha accompagnato il manifesto di lancio della Barcolana (riproposto con orgoglio anche sulla facciata di Palazzo Strozzi), ma anche per alcune belle pubblicazioni a lei dedicate (noi abbiamo recensito qui l'autobiografia edita da Bompiani, e qui il meraviglioso albo illustrato di Hop!). 
Adesso, la mostra di Firenze è l'occasione per ripercorrere l'intera carriera dell'artista, dalla sua infanzia a Belgrado fino agli anni Zero, passando attraverso un'esplorazione delle sue opere più importanti.
Il percorso cronologico parte, in Strozzina, proprio con "The Cleaner", la lavatrice rudimentale fornita di rulli per strizzare i panni acquistata dalla famiglia di una Marina ancora giovanissima: attratta dal gioco dei rulli, la bambina aveva finito per schiacciarsi le dita e il braccio, facendo precocemente esperienza di quel dolore che, sempre in equilibrio tra fascino e repulsione, tra il desiderio di sondare i limiti del corpo e imparare l'ascesi attraverso la resistenza, sarebbe stato alla base della sua carriera artistica. È con la serie Rhythm che la performer inizia a esplorare le possibilità di un'arte nuova, fatta col corpo, nutrita della propria sofferenza e totalmente implicante, tanto per l'autore quanto per gli spettatori. Come affermato nel suo Manifesto, infatti, "L'artista dovrebbe soffrire. Dalla sofferenza scaturiscono i lavori migliori. La sofferenza porta trasformazioni. Attraverso la sofferenza l'artista trascende il proprio spirito".
Per permettere un'immersione completa del pubblico, a cui l'allestimento si rivolge con intento primariamente divulgativo, la mostra ripropone le scenografie delle principali opere, dal tavolo ricoperto di oggetti di varia natura (una rosa, piume, ma anche coltelli e una pistola) predisposto a Napoli per il definitivo, sconvolgente, Rhythm 0 – in cui l'artista si fa oggetto a sua volta, in balia di individui che scoprono progressivamente in sé una bestialità insospettata – fino al mucchio di ossa di Balkan Baroque, con cui la Abramović aveva vinto il Leone d'Oro a Venezia alla Biennale del 1997, o al tavolino e le sedie vuote utilizzate per The Artist is Present (MoMA 2010), su cui i presenti sono ora chiamati a sedersi a propria volta. Il percorso espositivo, basato principalmente su materiali fotografici o videoinstallazioni che ripropongono le performances originali, oltre a "oggetti di scena" e pannelli esplicativi che descrivono i contenuti e gli obiettivi delle singole esibizioni, continua al Piano Nobile di Palazzo Strozzi, dove trova spazio anche la maggior parte delle re-performances, elemento di grande interesse (e dibattito, non sempre positivo) all'interno della mostra. Pensata e strutturata infatti grazie a una partecipazione diretta della Abramović, la retrospettiva intende dare nuova vita alle opere principali attraverso la loro riproposizione da parte di giovani artisti preparati appositamente per l'occasione. In questo modo la performance non muore nel tempo necessariamente limitato delle sue prime realizzazioni, ma rivive tante volte quante viene rimessa in scena, diversa quanto possono essere diversi i performers, riacquisendo intensità e spessore nella dimensione corporea di chi si presta all'azione
Certo, gli artisti impiegati a Palazzo Strozzi non sono – non possono essere – Marina, né Ulay. La forza comunicativa delle prestazioni originali non può essere eguagliata. Neppure i video del resto riescono appieno, fornendo anch’essi un’immagine mediata e inevitabilmente distorta di quel che doveva essere l’impatto in praesentia. E, invece, nel coraggio di questi corpi, nella persistente determinazione con cui conducono a termine il loro compito, per quanto faticoso possa essere, si ritrova una scintilla dell'intento primario dell'opera e anche i profani possono essere introdotti alla realtà dell'arte performativa. Al pubblico viene sempre data una possibilità di scelta: in Imponderabilia si può decidere di non passare in mezzo ai due artisti che si fronteggiano nudi, e tanti effettivamente non lo fanno, costeggiando l'opera invece di attraversarla come richiesto e tradendo in questo senso parzialmente lo spirito della mostra. Eppure chi si mette in gioco e varca la soglia (che è in questo caso reale – all'ingresso della sezione principale della rassegna, dedicata alla maturità della Abramović –, ma anche metaforica), si porta dietro qualcosa, fosse solo il calore dei corpi, la sensazione della pelle altrui sul caldo del maglione, o la delicatezza richiesta al movimento per non far male a un altro, inerme.
In Cleaning the mirror, il giovane che strofina ostinatamente e senza esito lo scheletro, proiezione di sé attraverso il tempo, maneggiandolo con la cura con cui si tratta qualcosa di fragile ci restituisce un'immagine dell'ambivalenza dell'opera che non si può sospettare leggendo semplicemente la sua descrizione sui pannelli informativi. È forse però in Luminosity che si intuisce maggiormente il senso delle re-performances, che possono essere in parte, ma sicuramente non sono esclusivamente operazione commerciale. Di fronte all'artista nuda, esposta allo sguardo impietoso del pubblico, abbagliata e sospesa come l'uomo vitruviano, nella tensione del suo corpo vibrante, nella concentrazione dolorosa dello sguardo, si comprende – se mai ci fosse stato il dubbio – che la performance non ha nulla a che fare con l'improvvisazione, ma è frutto di una rigorosa disciplina, esito di un processo che conta quanto, se non più del risultato (come dice a più riprese la stessa Abramović in un'osservazione che diventa quasi Leitmotiv dell'esposizione). Luminosity è "un lavoro sulla solitudine, sul dolore, sull'elevazione spirituale. Sulla luminosità e sulla qualità trascendentale dell'essere umano in generale", e in quanto tale incarna i principali poli di interesse della ricerca della Abramović. 
Forse per consentirgli di testare personalmente la ritualità e l'energia che conducono alla performance e dalla performance scaturiscono, anche lo spettatore è chiamato continuamente in causa durante il percorso espositivo, prima attraverso l'interazione con gli "oggetti transitori", che proprio grazie alla presenza attiva del soggetto dovrebbero creare dei flussi energetici in ingresso e in uscita, e poi attraverso una pratica spesso utilizzata nei workshop formativi tenuti dalla Abramović: il conteggio del riso, che attraverso la concentrazione, il silenzio e la ripetitività del gesto fornisce l'occasione per riflettere e trovare un nuovo contatto con se stessi. Sicuramente per riuscire in un intento così ambizioso non basta il tempo trascorso all'interno della mostra, e anche questo, del resto, è sempre insufficiente: sarebbe infatti necessario crearsi l'occasione, ritagliarsi lo spazio, per concentrarsi su ogni singolo filmato, su ogni singola proposta, sulle reazioni che suscitano, sui sentimenti che fanno risuonare, mentre si finisce per scorrere rapidamente da una sala all'altra, trascinati da un'utenza comunque numerosa, nonostante i tentativi di scaglionamento. Eppure si esce comunque più che appagati dalla rassegna, con tanta voglia di discutere di quanto visto o sperimentato: dimostrazione questa che l'arte performativa continua a essere vitale, oggetto di innumerevoli tentativi di rielaborazione e comprensione da parte di un pubblico eterogeneo, ma ugualmente ansioso di partecipare del processo creativo, secondo quello che pare essere l'esplicito desiderio di Marina
All'organizzazione di una mostra molto ben congegnata si potrebbe fare solo un duplice appunto: innanzitutto il fatto che, logisticamente, non risulta chiarissimo il senso di marcia (non vincolante, ma certamente preferibile e suggerito dall'allestimento); il flusso che conduce dalla biglietteria al guardaroba porta inevitabilmente a cominciare la visita dal piano nobile, infrangendo il più razionale e sensato ordine cronologico. Inoltre sarebbe stato forse preferibile introdurre un limite di età minimo per l'accesso: non tanto perché l'arte debba (o possa) essere censurata, ma per garantire una piena consapevolezza nella fruizione di contenuti a tratti molto forti, o comunque per rendere consapevoli le molte famiglie presenti – non si sa se del tutto informate di cosa si sarebbero trovate di fronte – circa i contenuti specifici dell'arte della Abramović. Superati questi aspetti pratici, facilmente rimettibili all'attenzione e allo spirito critico dei singoli, quella a The Cleaner rimane una visita intensa – e intensiva – che permette di avvicinarsi alla carriera e al vissuto di un’artista che si rivela, a ogni performance, in grado di toccare i punti nevralgici della sensibilità contemporanea.

Carolina Pernigo