lunedì 17 dicembre 2018

Lettera morta. "Dizionario inesistente" di Stefano Massini


Dizionario inesistente
di Stefano Massini
Mondadori, 2018 (prima ed.)

pp. 211
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (epub)



Due testi di inedita edizione giacciono impilati su un frammento di scrivania. Sotto, occultato dall’altro che gli si è arrampicato sul dorso – pratica a cui, ammetto, ho contribuito – la nuova edizione di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, mescolamento in suadente plurilinguismo del chiacchiericcio di provincia, univoca espressione di un’Italia fabbricata per accumulo di monadi. Sopra, adagiata, l’opera di Stefano Massini, autore della celebrata Lehman Trilogy, ultima regia teatrale di Luca Ronconi. Il proposito segnala la composizione di un Dizionario Inesistente.  
Il teorico Roland Barthes azzarda, tra le pagine de Il grado zero della scrittura, una sorta di regime delle cose che innerverebbe il romanzo ottocentesco. Descritte sin nei particolari più minuti e infine meschini, ammirate, contemplate per pagine intere, le cose (saccheggiando la categoria al romanzo di George Perec, Le cose. Una storia degli anni Settanta, Einaudi, tr. L. P. Caruso) colonializzano il racconto. Le figure che vi sciamano intorno, le tastano e le scrutano, sono molteplici, scambievoli: un Goriot padre vale una Bovary consorte. Alla proposta interpretativa sottende un rovescio: le cose non sono parole. Si può nominarle, certo; non si fa altro. Chi leggendo I miserabili di Hugo non è annientato e sublimato a un tempo dalle architetture che di volta in volta invadono l’epica minuscola di Valjean e Napoleone? Il buon Charles Bovary affonda il dolore nelle lettere dell’amata, le trova materiche nello «scompartimento segreto di uno scrittoio di palissandro», annota Flaubert tra le pagine conclusive della Bovary.

Ovunque tiranneggi una cultura dominante, una contro-cultura è in agguato: si nutre di risentimento sino a presentarsi nell’abito dell’avanguardia. Alfred Jarry, il surrealismo, il movimento Dada – infine, l’Ulisse di James Joyce. La letteratura diviene riflessione del e sul linguaggio. Il secondo dopoguerra osserva una bizzarra contesa-intesa: Alberto Moravia intesse dentro la presunta aridità stilistica l’imperscrutabile abisso cui è costretta l’esistenza; Pier Paolo Pasolini innerva di dialetto episodi di borgata. Il Gruppo 63 – Nanni Balestrini, Alberto Arbasino, Elio Pagliarani, Tati Sanguineti, più marginalmente Giorgio Manganelli, alcune delle figure – strappa e sutura letteratura macchinica. Il circuito del linguaggio ritrova nelle proprie controcondotte, nella dissidenza di chi persegue l’invenzione, un tentativo di descrizione dell’inesplorato.

«La lingua», scrive Massini in prefazione al suo Dizionario, «è materia lavica, in continuo movimento. Noi ci esprimiamo in quanto creature vive, noi parliamo con lo specifico fine di migliorarci l’esistenza» (p. 13). Tralasciati i miglioramenti dell’esistenza, qualunque siano, degno d’interesse che proprio un testo dedicato alla relazione tra le parole e alcuni orientamenti dell’epoca contemporanea si serva della più in-significante retorica da elzeviro di quotidiano generalista. Quest’ultima ha molti pregi – su tutti, un quasi unanime consenso; l’ombra dell’innocenza, etc. – ma un solo, imponente difetto: l’assoluta tautologia entro cui agisce. La retorica non parla che a se stessa. Le voci del dizionario rimandano singolarmente al racconto che ne ha permesso generazione. “Nazinarsi”, ad esempio, «verbo intransitivo. Derivato dal massacro di Nazino […] azione di chi si abbandona gratuitamente al proprio peggiore istinto» - dai chiari ed encomiabili intenti politici – esibisce come in prefazione la propria genealogia, l’affare di Nazino, presentata tra il pedagogico e il pedestre. Una voce tra tante, pescata nel gioco di uno spalancamento casuale e subitaneo.

Null’altro, segue; se non ancora una favola, un lemma, sino alla zeta di “Zeissiano” – al lettore, l’audacia di esplorarne l’eponimo. La narrazione è interrotta. “Dalla vita”, affermerebbe Massini, territorio entro cui la lingua «si crea, si cambia, si riscatta, si adatta, si modella, si tradisce, si amplia, si bestemmia e», chissà come, «si riabbraccia». Ma le parole del Dizionario si radicano nel suolo della genealogia; vi si ancorano in una sterile erudizione professorale. Sino a sclerotizzarsi in lettera morta.

Antonio Iannone