domenica 11 novembre 2018

Il vuoto e l'essenza: il design giapponese in 250 manufatti di ieri e di oggi

Wa.
L’essenza del design giapponese

di Rossella Menegazzo e Stefania Piotti

L’ippocampo, 2018
(prima edizione Phaidon Press Limited, 2014)

pp. 288
€ 39,90



Tatami, futon, bacchette e poggia bacchette, ciotole e posate in legno laccato, spade katana, coltelli da sashimi, ombrellini, ventagli, lanterne, nastro adesivo decorato, obi e kimono: se ci venisse chiesto di riconoscere e nominare correttamente ciascuno di questi oggetti appartenenti alla cultura materiale giapponese saremmo tutti in grado di svolgere correttamente il compito, con un minimo margine di errore. Non solo perché, per quanto riguarda l’Occidente, la fascinazione per il Sol Levante e il culto (anche collezionistico) dei suoi manufatti risalgono a quasi due secoli or sono, ma perché l’ammirazione nei confronti della cosiddetta “giapponesità” non è mai venuta meno, facendo sì che certi oggetti divenissero consueti e familiari al pari della filosofia di vita che ne è all’origine. Tendenze, queste, accelerate e intensificate anche da una globalizzazione sempre più irreversibile e da un malinteso culto passivo per tutto ciò che, giocoforza, diventa status symbol: se tutti abbiamo in dispensa la celebre ampollina per la salsa di soia Kikkoman (anche se poi non la usiamo mai), in pochi sanno che la sua forma e le materie prime con cui è realizzata (ovvero vetro e plastica) sono quelle d’eccellenza, una sorta di archetipo per tutti i contenitori/versatori del liquido noto per la sua sapidità. E non si tratta certo di un caso raro: tutto il design giapponese, dalla struttura portante alla più minuscola suppellettile, è accomunato da una sua precisa, irripetibile e immediatamente riconoscibile “essenza”, ed è proprio di questa che si occupa Wa, il volume pubblicato da Phaidon nel 2014 e appena ridato alle stampe, tradotto nella sua versione italiana, dalla casa editrice L’ippocampo.

Una dedizione di lungo corso nei confronti del Giappone accomuna le due autrici: Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale presso l’Università degli Studi di Milano, e Stefania Piotti, laureata in Lingue e Letterature orientali alla Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sui motivi decorativi dei kimono. Entrambe hanno curato in più occasioni il coordinamento scientifico di esposizioni e convegni sull’arte e la cultura asiatica e pubblicato saggi di vario argomento: ora su arte, fotografia e grafica giapponesi (Menegazzo), ora con particolare focus di ricerca sulle tendenze del design tessile contemporaneo (Piotti). Nel caso di Wa, le due studiose hanno unito le proprie competenze per spiegare in che cosa consista (per l'appunto e come da sottotitolo) “l’essenza del design giapponese”, e tutto parte, dunque, dalla comprensione di che cosa significhi con precisione il termine Wa, del quale è offerta un’efficace sintesi già in quarta di copertina:
«Wa in giapponese rimanda al concetto di armonia e pace, ma è anche sinonimo del Giappone e delle sua cultura. Per questo è stato scelto come chiave di lettura per riferirsi a quella “giapponesità” che l’Occidente identifica come paradigma di bellezza e che nel campo del design si traduce nella semplicità delle forme, nell’utilizzo di materiali naturali, ma anche in un’attitudine interiore nei confronti dell’artigianato, dell’arte e della vita in generale».
Lo stile giapponese al suo massimo e al suo meglio, insomma, al quale il volume rende omaggio tramite una scansione dei testi critici e delle immagini programmaticamente “materica”. Dopo i due saggi introduttivi di Rossella Menegazzo (Reinventare la tradizione: dall’artigianato al design) e di Kenya Hara (Le origini del design giapponese, che si sofferma efficacemente sull’importanza del concetto di “vuoto” e chiarisce in che cosa lo stile giapponese differisca dal “modernismo” occidentale), i duecentocinquanta manufatti in esame vengono presentati in gruppi ordinati secondo un ordine che rispetta le materie prime di realizzazione, isolate o in gruppi eterogenei: Legno, bambù, lacca; Metallo; Ceramica, pietra, vetro; Carta; Fibre, tessuti. In ogni sezione, le due curatrici ripercorrono la tradizione degli oggetti e la loro consuetudine d’uso, spiegando come forme e funzioni del passato siano sempre il riferimento base di quelle dei designer e dei creativi contemporanei, anche nelle occorrenze all’apparenza “contraddittorie”. In più, la sezione finale dedicata ai Nuovi materiali (quali silicone, plastica, poliestere, acciaio, poliuretano, acrilico, metacrilato, plexiglass, polipropilene, policarbonato, fibra ottica, fibra di vetro…) rende conto delle applicazioni più recenti, e lascia idealmente aperto il discorso sperimentale.

Stampato e rilegato in veste tradizionale giapponese, Wa è un volume che conferma l’amorevole cura di ogni dettaglio da parte della casa editrice L’ippocampo; una cura che, nel caso di questa specifica pubblicazione, è anche omaggio rispettoso nei confronti di una cultura materiale millenaria. Dal nastrino rosso sapientemente annodato nella costola del volume per tenere insieme i fogli, passando per la grana della carta delle pagine doppie e la bellezza dell’apparato iconografico, tutto concorre alla gioia dei polpastrelli e delle pupille del lettore. Sintesi riuscitissima di forma e contenuto, Wa è un libro che si apprezza al meglio facendo propria una certa attitudine meditativa. Ma attenzione: se si ha la tendenza a cadere preda di facili esotismi, si rischia di dare il via a una rivoluzione radicale dell’arredo domestico, dell'abbigliamento e della dieta alimentare. Peccato solo che questa grossolana  confusione tra “stile” e “moda” sarebbe il peggiore fraintendimento del lavoro delle due autrici, che non ci stanno affatto suggerendo tra le righe di trasformare le nostre dimore in set cinematografici o di alterare le nostre sembianze con maldestri travestimenti. Più che desiderio immediato di emulazione, la comprensione profonda di una cultura non dovrebbe suscitare altro che rispetto. Bando, dunque, agli scimmiottamenti e ai manierismi fini a se stessi. Molto meglio seguire con cautela quel «filo» che, come ben scrive Rossella Menegazzo,
«identifica l'essenza dello spirito giapponese oltre il tempo e oltre l'individualità del singolo designer, manifestandosi piuttosto nelle penombre, nei silenzi e negli spazi vuoti, nelle irregolarità e nelle asimmetrie, nella perfezione della più minuta materia, come se questa rappresentasse l'universo intero» (p. 9).

Cecilia Mariani




L'essenza di una cultura millenaria in 250 opere: basta la cura editoriale con cui L'ippocampo @ippocampoedizioni ha pubblicato la versione italiana di "Wa. L'essenza del design giapponese" per capire che niente è stato lasciato al caso, e che anche la rilegatura e la carta sono state concepite e scelte per la gioia di pupille e polpastrelli. Un volume che è filosofia di vita e di popolo, e che la nostra redattrice Cecilia Mariani recensirà presto sul sito. E voi? Vivete a vostra volta nel culto della "giapponesità"? Ditecelo nei commenti! 👘🍶🍤🍣🍱🍲🍥🗻🎋#libro #book #instalibro #instabook #leggere #reading #igreads #bookstagram #bookworm #booklover #bookaddict #bookaholic #libridaleggere #librichepassione #libricheamo #criticaletteraria #recensione #review #recensire #recensireèmegliochecurare #ippocampo #ippocampoeditore
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