lunedì 8 ottobre 2018

#IlSalotto - Il passato e il presente nella genesi del suo primo romanzo: Laura Fusconi si racconta

Giugno 2015. Di Volo di paglia non avevo che cinque pagine, un video montato male e una decina di foto. In un pitch di tre minuti alla scuola Holden ho provato a raccontare a grandi linee quello che avevo in mente e Leonardo Luccone di Oblique Studio, che era lì in terza fila, m’ha detto: “L’idea mi piace. Prova a scrivere quaranta pagine per settembre”.
A settembre ero pronta con le mie quaranta pagine, formattate male e piene di cose da tagliare, cambiare, dimenticare. Lui non mi sembrava convinto e allora sono andata a Roma e per quattro ore gli ho raccontato la storia dritta filata, dall’inizio alla fine.
“Scrivila” ha detto.
“Due mesi” ho pensato io. “In due mesi scrivo tutto il romanzo”.
Era novembre. Ad aprile non avevo ancora scritto una riga. Ho accettato lavori da freelance di grafica, partecipato a concorsi con sceneggiature che non vincevano neanche il premio di partecipazione. Ma il file
Volo di paglia era finito dritto nella cartella Lavori in corso, nell’angolo a sinistra del desktop, quello più nascosto alla coscienza e ai sensi colpa.

Poi una sera ero in treno, stavo andando o tornando da Torino, non ricordo, però era una giornata incredibile, di quelle con il cielo lustro perché aveva piovuto fino a dieci secondi prima, e fuori c’erano tutti questi campi e queste case sparse tra i canali e a me è venuto da pensare a Lidia, che l’avevo lasciata mentre correva per i campi di Verdeto cercando Luca. Ho tirato fuori un quadernino nero di Tiger e ho scritto per punti quello che sarebbe successo a lei, a Luca e a tutti quanti, una scaletta durata due ore di regionale veloce Milano-Torino.
Scrivere quella scaletta è stato fondamentale: il 31 luglio 2015 avevo finito la prima bozza del libro. Stavo in Messico, ad Akumal, un posto sul mare dove di notte le tartarughe vengono a deporre le uova sulla spiaggia e le tartarughine di altre nidiate saltano fuori e si trascinano disperate verso l’acqua. Me n’ero trovata una sullo zerbino, di quelle tartarughine: s’era persa. È un attimo perdersi. L’ho presa e ce l’ho accompagnata io al mare, che era mattina e i gabbiani erano già svegli.
  

Abbiamo conosciuto Laura Fusconi grazie al suo primo romanzo, Volo di paglia, letto e amato già dalle prime pagine. Prima di chiacchierare con lei su alcuni aspetti della storia, l'autrice ha buttato giù queste righe inedite sul processo di creazione del suo romanzo. Una confessione esclusiva per CriticaLetteraria che conferma la stessa sensibilità ravvisata durante la lettura e un profondo amore per una storia che permette a tutti di guardarsi dento con l'innocenza propria dei bambini e di conoscere un passato da non dimenticare.

Volo di paglia intreccia con grande maestria diversi piani temporali (tempo contemporaneo e anni della Seconda guerra mondiale), in un continuo viaggio tra presente e passato. Hai voluto comunicare il valore dei ricordi (e quindi del passato) per comprendere se stessi?
Sì, penso banalmente che le nostre esperienze ci costruiscano e facciano di noi ciò che siamo: riflettendo sul tuo passato capisci meglio chi sei diventato, e allo stesso tempo ciò che sei oggi ti consente di capire meglio il tuo passato e di dargli la giusta valenza.

La campagna piacentina, con i suoi paesini intervallati da ampie distese di campi coltivati, è protagonista di alcune delle più belle descrizioni di tutto il romanzo. I luoghi sembrano imprescindibili, necessari. Ti trovi d’accordo con questa affermazione?
Certo. Il paesaggio è ciò che collega il passato al presente: il male che negli anni Quaranta era stato compiuto a Verdeto sopravvive nella vallata. I luoghi diventano custodi e testimoni della storia. Sono tutti luoghi reali: ho passato ogni estate della mia infanzia correndo su e giù per la Stradina, scappando dai cani della Casa Vecchia, lanciandomi giù dai balloni nel fienile della Valle. La piazza di Agazzano, la torre di Montebolzone, il giardino del castello di Boffalora, le statue della Casa Bella: tutto fa parte della mia geografia di bambina.    

Tornando al passato, che emerge con forza nella storia. Come hai fatto a ricostruirlo con così grande lucidità e veridicità? Semplice ricerca storica o hanno contribuito i racconti di persone che hanno vissuto in prima persona quegli eventi?
Davanti alla chiesa di Verdeto c’è una scalinata di pietra che dà sulla valle. La sera, dopo cena, capitava spesso che alcuni anziani si trovassero là a chiacchierare del più e del meno. Mi ricordo il padre della perpetua, un vecchio un po’ gobbo che camminava col bastone e che portava sempre il cappello, anche se c’erano quaranta gradi. Quando ero piccola gli rubavo il bastone e lui fingeva di arrabbiarsi. Parlottavano di come un giovane di Sarturano fosse partito per cercare moglie al Meridione, del vecchio parroco picchiato dai fascisti, del famoso scultore che aveva comprato la Casa Bella. Sono cresciuta con tante storie, diverse ogni volta che venivano raccontate. E mi hanno sempre affascinato le foto d’epoca appese dietro la reception dell’albergo del Cervo ad Agazzano.
Foto di @la_effesenza

Ogni persona combatte i propri mostri (come Mara si è vista costretta a comprendere), così come ogni epoca ha i suoi accenti violenti (e il secondo conflitto mondiale ha segnato indelebilmente l’umanità con il suo orrore). Come sopravvivere al dolore e alla sofferenza?
Alla fine del romanzo il narratore, parlando di Tommaso, dice: “Qualcuno una volta gli aveva detto che per colmare un vuoto bisognava riempirlo con ciò che l’aveva causato”. È un po’ quello che penso io: è inutile cercare di dimenticare qualcosa che ci ha fatto soffrire e allo stesso modo averlo sempre davanti agli occhi ci impedisce di andare avanti. L’unica è cercare di conviverci, di farci quasi amicizia. Come Fabrizio con le parrucche della moglie.

Volo di paglia è il tuo primo romanzo. Quando hai deciso che saresti diventata una scrittrice?
Quando ho scoperto che la mia professoressa delle medie leggeva i miei racconti nelle classi dove le capitava di avere supplenza. “Quando suona la campanella sbuffano e mi dicono di andare avanti” mi diceva.

Qual è stato il momento più emozionante nel processo di scrittura della storia?
Quando ho scritto per intero la scaletta del romanzo su quel treno Milano-Torino.

Hai già in mente un nuovo progetto? Se no, qual è la storia che ti piacerebbe raccontare o che hai sempre sognato di scrivere?
Sto già lavorando al secondo libro. Il protagonista si chiama Matteo, ha dieci anni e una sorellina ossessionata da La sirenetta.

Intervista a cura di Federica Privitera