sabato 1 settembre 2018

#CritiComics - Resistere dall'interno: "Persepolis" di Marjane Satrapi

Persepolis
di Marjane Satrapi
Lizard edizioni, 2008

pp. 352 
€ 22,50

Traduzione di Cristina Sparagana - Gianluigi Gasparini - Agnés Nobecourt


Fin dalle prime strisce di Persepolis è possibile intuire i caratteri principali della narrazione: la forte componente autobiografica, chiaramente rivista in chiave funzionale allo storytelling; l’ironia nella rappresentazione delle scene di vita quotidiana, in perenne e voluto contrasto con il dramma della situazione sociale; lo spirito caustico, spesso “politicamente scorretto”, con cui l’autrice  affronta la storia dell’Iran, a partire dal colpo di stato che nel 1979 ha portato alla caduta dello scià, per attraversare gli anni del regime di Khomeyni e degli ayatollah, della guerra con l’Iraq e della guerra del Golfo, arrivando infine al 1994, quando la protagonista lascia il suo Paese per trasferirsi definitivamente in Europa.

Le vicende narrate coinvolgono il percorso di crescita della stessa Marjane, dai suoi dieci anni fino all’età adulta. Si avverte nitido il rifiuto dell’autrice di idealizzarsi in quanto personaggio: non a caso si ritrae in più vignette come una bambina sentenziosa e supponente, spesso impegnata a pontificare, ripresa frontalmente col ditino alzato in segno di ammonimento; o ancora come un’adolescente goffa e bruttina, mai pienamente a suo agio con le trasformazioni in atto nel suo corpo. Oggetto principale di rappresentazione nel graphic novel è il pensiero in evoluzione della protagonista, che si muove sempre su un doppio binario: alla rivoluzione esterna si affianca quella personale della protagonista contro le regole scolastiche o famigliari, percepite come stringenti (ed ecco allora la descrizione della prima fuga da scuola, o della prima sigaretta fumata di nascosto).
Nel descrivere se stessa e le prime compagne di classe, l’autrice rileva e giustifica un certo gusto condiviso per la manifestazione del pensiero dissacrante: “credo che fossimo così ribelli perché la nostra generazione aveva conosciuto la scuola laica” (p. 105). Questo tuttavia pone immediatamente la questione di come possa andare per le generazioni successive, non abituate all’esercizio del libero pensiero: il fumetto descrive puntualmente tutte le tappe di affermazione del fanatismo, che paiono al lettore occidentale grottesche e inquietanti, ma anche tristemente familiari
Le bambine vengono costrette a dei rituali collettivi di commemorazione dei “martiri” per la libertà: “A scuola ci mettevano in fila due volte al giorno per piangere le vittime della guerra. La direzione diffondeva delle musiche macabre e noi ci battevamo sul petto” (p. 102). Ai bambini viene data una chiave di plastica dorata che rappresenta la chiave del Paradiso, a cui saranno ammessi se muoiono in battaglia. La morte viene fatta sembrare accattivante: “gli hanno raccontato che in paradiso c’è cibo in abbondanza, donne, palazzi d’oro e di diamanti…” (p. 107); i fondamentalisti pescano tra le classi più deboli e quindi più facilmente condizionabili: 
“Vengono dalle classi più umili, è chiaro… Dopo aver promesso loro mari e monti nell’aldilà, li fanno cantare in coro per eccitarli… È una follia! Li rendono fanatici per portarli al massacro. È una carneficina…”. (p. 108)
Satrapi si rende conto che non si può dar spazio al lirismo in un racconto che voglia denunciare una verità durissima, quindi cala sul lettore parole che pensano come accette, accostate efficacemente a uno stile figurativo basato sui contrasti e sull’espressività e la nettezza dei tratti:
la chiave del paradiso era per i disgraziati. Credendo ciecamente in una vita migliore, migliaia di ragazzi, con la loro chiave al collo, saltarono in aria sui campi minati. (p. 109).
 Difendere e rivendicare la cultura come un diritto, in questo contesto, è un pericolo, ma è anche l’unica possibilità per la sopravvivenza del pensiero al plagio degli imam. La famiglia di Marjane, di mentalità aperta e liberale, sa che in gioco c’è qualcosa di tanto importante da valere il rischio:
Quando la gente di Téhéran non ebbe più protezioni, ci fu un vero esodo. La città era deserta. Noi, invece, restammo: non solo per fatalismo. Per i miei genitori l’avvenire, se di avvenire si poteva parlare, passava per la mia educazione francese, e questa non poteva realizzarsi che a Téhéran. (p. 144)
A Téhéran sopravvive infatti la resistenza. Sopravvivono le feste, gli scacchi, le danze, il vino, al di là di tutti i divieti possibili. Grazie a un cervello ben oliato, è possibile anche trovare astuti espedienti per sfuggire al controllo delle Guardiane della rivoluzione (come dire che una spilletta di Michael Jackson rappresenta in realtà Malcom X, “il capo dei neri americani musulmani”, p. 140). Anche se il cervello non basta per sfuggire ai lutti e ai soprusi che i cittadini, soprattutto quelli che non aderiscono totalmente e acriticamente al regime, sono costretti a subire.
L’incisività e la drammaticità di alcuni episodi commuovono e tolgono il fiato. Per descrivere i suoi sentimenti, Marjane utilizza parole precise, in una climax di intensità: “rabbia”, “frustrazione”, “dolore”, “collera”, che deflagrano in una vignetta completamente nera. Il carattere ribelle e l’educazione ricevuta rendono pericoloso per la ragazzina restare in città, così i genitori si decidono a mandarla in Europa, nella speranza che trovi una realtà in cui crescere ed esprimersi al meglio. È il 1984. Marjane ha quattordici anni. 

Inizia così la seconda metà dell’opera, che rappresenta la protagonista lontana dal suo paese d’origine, a fare l’esperienza dello sradicamento e dell’estraneità, ma anche dell’amicizia, e di una famiglia acquisita un po’ sconclusionata. Scopre anche che “in tutte le religioni ci sono gli estremisti” (p. 186). Sperimenta l’isolamento, l’emarginazione, la discriminazione. Vive sulla sua pelle la condizione di tanti esuli, la scissione interna di chi non sa come inserirsi in un nuovo ambiente senza perdere se stesso, la difficoltà di trovare un equilibrio: “più facevo sforzi per integrarmi e più avevo l’impressione di allontanarmi dalla mia cultura, di tradire i miei genitori, di lasciarmi prendere da un gioco che non era il mio” (p. 201). L’accettazione di sé è fondamentale per qualsiasi integrazione, ma Marjane non riesce ad accettarsi: si sente perennemente inadeguata, fuori luogo, e questa sensazione non passa con il ritorno a casa: “ero un’occidentale in Iran, un’iraniana in Occidente. Non possedevo alcuna identità. Non sapevo neppure per cosa vivere” (p. 283). 
È arduo il percorso di definizione dell’identità in un paese in cui l’identità, soprattutto se femminile, è continuamente negata, sotto un regime che fa dell’annientamento del pensiero individuale il proprio diktat principale. Il fumetto di Satrapi impone al lettore, con una forza e una chiarezza superiori a quelle di tanti saggi di sociologia politica, poche lampanti verità:
Il regime aveva capito che una persona che usciva di casa domandandosi: “Avrò i pantaloni abbastanza lunghi? Sarà a posto il foulard? Si noterà che sono un po’ truccata? Mi frusteranno?” non si chiedeva più: “Dov’è andata a finire la mia libertà di pensiero? Potrò mai esprimermi liberamente? Cosa fanno ai prigionieri politici? Vale la pena continuare a vivere?”. (p. 313)
Per fortuna, oltre la paura, tra le pareti delle case, dietro alle mura dell’università, c’è ancora chi continua a porsi le domande giuste. Marjane lo capisce con il sopraggiungere della maturità: 
Andavo a poco a poco acquisendo coscienza del contrasto esistente tra l’ufficialità del mio paese e la vita reale della gente, quella che si svolgeva dentro le mura di casa. La nostra condotta pubblica e la nostra condotta privata erano agli antipodi. (pp. 315-316)
È proprio il desiderio di far percepire al lettore questa molteplicità di letture possibili sull’Iran, al di là di quella mainstream, che spinge l’autrice, alcuni anni dopo il suo trasferimento in Europa, a rielaborare in forma grafica e narrativa la propria storia. Quindi Persepolis è molto di più che un semplice fumetto: è un grande romanzo di formazione; una rilettura storico-sociale dei mutamenti avvenuti in un Paese negli ultimi trent’anni; una fondamentale testimonianza della condizione della donna sotto un regime ultra-conservatore; soprattutto, però, è una grande dichiarazione circa la capacità di resistenza interna (e interiore) di un popolo oppresso.

Carolina Pernigo



È grazie ad opere come questa se i graphic novel sono entrati di slancio a far parte della bella letteratura. #persepolis è un testo difficile da definire, tante sono le chiavi di lettura, gli spunti, le linee tematiche: è un romanzo di formazione, una storia degli ultimi trent'anni dell'Iran, una riflessione sulla condizione della donna sotto il regime, una celebrazione della resistenza interna (e interiore) di un popolo oppresso. Anche a distanza di anni dalla sua pubblicazione, il volume continua a essere un valido consiglio di lettura per giovani e meno giovani. Voi lo conoscete già? Avete visto il film che ne è stato tratto, con la sceneggiatura della stessa #marjanesatrapi? Cosa ne pensate? Conoscete altri fumetti di tematica storico-sociale che vi hanno colpito? #lizardedizioni #fumetto #graphicnovel #iran #donna #womenresist #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #bildungsroman #romanzodiformazione #consiglidilettura
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