venerdì 28 settembre 2018

#IlSalotto - I ragazzi hanno bisogno di storie che non insegnino ad essere più scaltri e furbi degli altri, ma a riconoscere la furbizia e la disonestà degli altri. E a sconfiggerle.

Foto di © Americo Salvatori
Cosa vedete quando guardate le nuvole? Quali figure si delineano tra cumuli e nembi? A questo gioco antichissimo, Matteo Cellini potrebbe rispondere: bambini. Bambini che aspettano di venire al mondo: è questa l'idea che anima il suo I segreti delle nuvole, uscito da pochi giorni per Bollati Boringhieri. L'io-narrante, ancora inconsistente, puro "concetto" di bambino in potenza, guarda dall'alto il mondo sottostante, parteggia per i suoi genitori, segue il loro primo incontro, la nascita dell'amore e gli scontri, i riavvicinamenti, la possibilità che la storia si concretizzi in qualcosa di più, in un matrimonio e nella nascita di un bambino. O forse più di uno. 
Troviamo grande dolcezza, ma anche scioccante consapevolezza nell'ottica del protagonista, che osserva tutto con lo stupore del bambino, però percepisce sfumature tutt'altro che scontate e ingenue. Ad esempio, vede tanti suoi simili che svaniscono, perché la coppia dei loro genitori potenziali si è lasciata, o perché il tanto agognato incontro non avverrà mai. C'è pieno di bambini sulle nuvole di Cellini: ma quanti riusciranno ad arrivare tra le braccia di mamma e papà e a cominciare il loro percorso terreno? Sì, perché il percorso interiore, invece, questi bambini lo stanno già facendo da un pezzo: anche le nuvole sono un posto dove formarsi, dove disegnare tratti del proprio carattere, anche grazie all'incontro con altri simili, uguali e diversi insieme. 
Tra favola e romanzo fantastico, Matteo Cellini sceglie grande chiarezza stilistica per far luce su uno dei più grandi misteri: il miracolo della nascita. Ma sentiamo dalle sue stesse parole come mai ha compiuto certe scelte... 

La tua idea di orde di bambini “in potenza” sulle nuvole, in attesa di venire al mondo, che dall’alto vegliano sui loro genitori, tifano per gli incontri e fantasticano su possibili concepimenti è decisamente originale. Da dove è nata? 
Credo sia un’idea troppo bella perché possa dirla mia; io l’ho scoperta soltanto. L’ho scoperta quando mi occorreva trovare - in un’altra storia scritta in prima persona - l’espediente narrativo che mi permettesse di raccontare la vita dei genitori del protagonista prima della sua nascita. Ho pensato che prima di nascere li guardasse già dalle nuvole, che fosse già lì; così mi sono disteso lassù assieme a lui e poi, ma non subito subito, mi sono guardato intorno: e c’erano tutti questi bambini che mi guardavano. 

Nel romanzo più volte il matrimonio è visto come momento fondativo della famiglia per eccellenza e ci sono altri riferimenti che riflettono un’ottica cristiano-cattolica. È corretto? Ci vuoi raccontare la tua visione di famiglia? 
Il romanzo è uscito da nemmeno una settimana e già altri si sono soffermati su questo punto; ed io non me lo aspettavo, non me lo aspettavo minimamente. Non ho mai pensato - sempre che si pensi, mentre si scrive - di scrivere un romanzo cattolico o di individuare nella famiglia tradizionale la famiglia per eccellenza. Io ho scritto la storia di Tommaso e della sua famiglia, non la storia di un bambino e di una famiglia tradizionale. In fondo lassù tra le nuvole ci sono anche i bambini che verranno (o non verranno) al mondo per desiderio di famiglie non tradizionali, e anche loro, come tutti gli altri, vogliono nascere e chiedono di essere accolti, protetti, amati. È l’amore che fa una famiglia. 

Matteo Cellini
I segreti delle nuvole
con disegni di Valerio Berruti
Bollati Boringhieri, 2018

pp. 144
€ 14 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)
Il piccolo protagonista, ancora bambino in potenza ma non in atto, a un certo punto del romanzo intraprende un viaggio per il mondo, passando di nuvola in nuvola con il fratellino. A tuo parere, il desiderio del viaggio è congenito, nell’uomo? 
Credo lo sia, ma non è un desiderio comodo: occorre equipaggiarsi della volontà di mettersi in gioco e dentro i panni dell’altro, spaccare a metà i pregiudizi e le proprie convinzioni. Da un viaggio per forza si torna diversi. E si può viaggiare in tanti modi, anche da fermi: attraverso la lettura, ad esempio. 
La situazione in cui viviamo in questi difficili giorni dimostra quanto poco siamo disposti a comprendere ciò che è diverso da noi, quanto ci riesca naturale ringhiare e respingere. Tommaso e suo fratello non sono gli stessi di ritorno dal loro viaggio, le loro facce, come minuscole lavagne, sono segnate dai gessetti tenuti in mano dai bambini antartidei, africani, americani ecc; hanno conosciuto l’altrui sofferenza, l’hanno toccata e l’hanno compresa. 
Considerando che nessun bambino nasce razzista, credo che sulle nuvole si viaggi tantissimo. 

Durante questo percorso, i futuri bambini occidentali hanno modo di confrontarsi loro simili di diverse origini: non tutti sono altrettanto desiderosi di venire al mondo, come scopriranno con sorpresa, parlando con i bambini africani. In questo presente è importante che i bambini imparino fin da piccolissimi a conoscere la diversità e la realtà più cruda? 
Questo libro può finire nelle mani di un bambino attraverso le mani di un adulto, ed io immagino che insieme vi si avventurino: ecco allora che l’essenzialità primordiale di questi bambini nudi, spogli di tutto, che elencano sulla punta delle dita ciò che ritengono importante, ciò che vorrebbero e ciò che non avranno, ciò che danno per scontato e ciò che scontato non è, possa iniziare i piccoli lettori terrestri alle diversità e alle ingiustizie che esistono al mondo, perché possano crescendo provare ad aggiustarle e anche comprendere quanto, a volte, è solo questione di geografia. 

Il libro a tratti sembra rivolgersi a lettori adulti, altrove lascia pensare a una favola sulla nascita che si può raccontare/leggere anche ai propri figli. Chi sono i lettori ideali del romanzo? 
Credo sia una storia che possa parlare a tutti, riempire domande più capienti e meno capienti. Parla ai bambini - perché è una storia di bambini che hanno un desiderio da realizzare; e parla agli adulti, fortissimo: a coloro che sono genitori, a coloro che lo saranno e anche a coloro che non lo saranno mai. 

Passiamo a riflettere sul tuo lavoro di insegnante alla scuola media. I tempi sono certamente cambiati: non ci sono più bambini nati sotto i cavoli o portati da cicogne; fin dai primi anni di vita, si punta a raccontare la realtà del concepimento, sebbene in forma edulcorata e semplificata. Pensi che i ragazzi di oggi abbiano ancora bisogno di favole? 
I ragazzi hanno bisogno di storie diverse da quelle che il mondo propone loro quotidianamente. Hanno bisogno di storie in cui l’onestà e il coraggio e la delicatezza e il rispetto e l’intelligenza e la bontà e la timidezza vengano premiate; storie che non insegnino ad essere più scaltri e furbi degli altri, ma a riconoscere la furbizia e la disonestà degli altri. E a sconfiggerle. Chesterton ce lo disse chiaramente: le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono; raccontano che i draghi possono essere sconfitti. Più difficile è insegnare loro che il lieto fine non per forza coinciderà con la felicità, quanto piuttosto con l’avere una coscienza linda, solida, pulita, di cui essere orgogliosi. Per riuscirci dobbiamo mostrare loro la nostra, per questo quello dell’insegnante è il lavoro più difficile - e più esaltante - al mondo. 

Intervista a cura di Gloria M. Ghioni