mercoledì 19 settembre 2018

Uccidere giganti, diventare grandi: una nuova edizione per "I Kill Giants"

I Kill Giants. Titan edition
di Joe Kelly e JM Ken Niimura
Bao Publishing, 2018

pp. 248 
€ 19,00


Occhiali rotondi, che riflettono la luce e tengono lontano il mondo; qualche singhiozzo silenzioso, all'interno di un'armatura di supponenza; sarcasmo e sfacciataggine per nascondere la fragilità. Questa è Barbara Thorson, quinta elementare, in grado di tenere testa a motivatori, maestre e presidi. Nulla di cui stupirsi visto che la sua vera missione è ben più gravosa: 
Trovo i giganti. Do la caccia ai giganti. Uccido i giganti.
Le persone che circondano Barbara non vedono quello che lei vede, il mondo fantastico e animatissimo in cui cerca riparo. Non immaginano la sua lotta quotidiana, che non è semplicemente quella contro i prepotenti come la greve, grossolana Taylor: 
"È una bulla. Tutti i bulli sono uguali."
"Picchiano allo stesso modo. Ti calpestano allo stesso modo."
"No. Appena gli tieni testa, si accartocciano. Proprio come i giganti."
Ma cosa rappresentano davvero i giganti? L'aspetto più interessante del graphic novel è che, nonostante tematizzi una battaglia metaforica, non è per niente astratto, ma anzi finisca per risultare molto concreto. Le vignette sono taglienti e incisive, i dialoghi rapidissimi. Il martello di Barbara ha un nome altisonante, Coveleski, che deriva però dalla figura di Harry Coveleski, piccolo giocatore di baseball che è riuscito a sconfiggere i Giants ed è passato alla storia come "the Giant Killer". I giganti per Barbara sono soprattutto le paure che porta con sé, quelle per cui tiene lontane le persone ("Non affezionarti troppo a me, Sophia... chi mi sta vicino muore."). Il martello – l'arma di difesa – è custodito in un borsello a forma di cuore che non può essere aperto, neanche per inserirci il bigliettino di una prima, vera amica. Il significato simbolico è evidente. Eppure un po' alla volta nell'armatura che la bambina si porta addosso si apre qualche breccia: la delicata Sophia, la psicologa della scuola, la consapevolezza che c'è un dolore (segnalato all'inizio con autocensure e parole sbarrate in nero) con cui prima o dopo si dovranno fare i conti. Ma aprirsi agli altri è pericoloso, ci rende deboli, e non ci si può permettere di essere deboli se una grande battaglia si sta avvicinando, se i giganti stanno per arrivare...
"Un gigante arriva in un posto e distrugge tutto quello che trova. Ancora peggio… Non è come uno stupido uragano. Un gigante è odio. Non può sopportare niente di buono. Quindi distruggere non gli basta. Un gigante arriva in un posto e si prende tutto ciò che hai… E quando ha finito… È come se… Le cose belle della tua vita non ci fossero mai state. Per questo devono morire."
La lotta però è impari e non basta farsi carico della battaglia, trovare finalmente le parole per gridare la verità del proprio dolore. Poco tempo fa parlavo de L'innocente di Marco Franzoso (qui), di come, pur assumendo il punto di vista del protagonista, l’autore non avesse il coraggio di guardarlo fino in fondo, di sondarne davvero le emozioni. I Kill Giants questo coraggio lo ha e ogni pagina ti graffia, ti ferisce, ti prende allo stomaco. Al contrario di quanto potrebbe sembrare inizialmente, questo graphic novel non racconta solo di come la fantasia possa costituire una fuga – o una protezione – rispetto alla realtà, ma di come la realtà possa travolgere e portar via con sé l'innocenza. E di come questo non sia necessariamente un male: perché a volte il modo migliore per sconfiggere i giganti non è necessariamente quello di combatterli; a volte si deve semplicemente ascoltarli, lasciar loro lo spazio di cui hanno bisogno nella nostra vita.

La nuova edizione Bao di questo romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta in Italia nel 2014 offre, grazie all’aggiunta di numerosi contenuti inediti, un quadro più ricco sul processo creativo che ha accompagnato la realizzazione dell’opera. In particolare è interessante l’intervista agli autori, e il ritratto che viene offerto del team creativo e dell’efficace lavoro sinergico portato avanti da Kelly e Kimura. Per esempio viene spiegato dal disegnatore il curioso dettaglio delle orecchie da coniglio della protagonista: 
Volevo assolutamente che Barbara avesse un look unico con un qualcosa che, a una rapida occhiata, facesse capire che Barbara è totalmente alienata rispetto agli altri personaggi. Le orecchie da animale erano perfette: […] gli altri personaggi le trovavano completamente normali. Questa è proprio la cosa che mi piace di più, avere questo elemento bizzarro e in qualche modo superficiale in una storia drammatica.
Osservazioni come questa ci ricordano che ogni dettaglio, anche il più minuto, è stato studiato, discusso, elaborato nella realizzazione grafica dell’opera. Il tutto a partire da un’idea che Joe Kelly, autore della parte testuale e della sceneggiatura, ha sentito come immediatamente sua, immediatamente viva:
Sono sempre in grado di capire quando una storia è viva in me, perché si fa strada con gli artigli tra le viscere e il cervello, consumando qualsiasi altro pensiero fino a che non la lascio liberarsi in una furiosa esplosione. 
 Questo elemento di vitalità è del resto ciò che più avvince il lettore: il modo in cui Barbara affronta i suoi mostri, gli ambienti in cui si muove, i coprotagonisti, riescono a essere sempre in bilico tra l’estremo realismo e la trasfigurazione fantastica. Un esito, questo, che non poteva derivare se non da un rapporto dialettico intenso e continuo tra chi ha immaginato la trama (semplice, eppure dettagliatissima dal punto di vista della caratterizzazione psicologica dei personaggi) e chi l’ha meravigliosamente trasposta in immagini. 

   Carolina Pernigo