lunedì 23 luglio 2018

Oggetto di chiacchiere, soggetto di emarginazione

Gli occhiali d'oro 
di Giorgio Bassani
Universale Economica Feltrinelli, 2013

1^ edizione: 1958

pp. 96
€ 7,50 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

«Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d'altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell'uomo c'è molto della bestia, eppure può, l'uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»
Scoppia in una gran risata.
«Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?».
Mi guardò umiliato. (p. 79)
In tanti ci chiediamo quali libri suggerire ai ragazzi per comprendere a fondo l'emarginazione sociale e il potere distruttore che possono avere le parole, quando si trasformano in maldicenze, sorrisi maligni, cattiverie appena trattenute ma ampiamente alluse. Tra i titoli da non dimenticare nella lista dei classici che ancora oggi parlano e aiutano a diventare più umani e attenti alle conseguenze di tanti apparenti pettegolezzi da poco, c'è il bellissimo Gli occhiali d'oro. Neanche cento pagine, eppure vi appare con delicatezza il ritratto di una decadenza e l'amicizia di due solitudini, sullo sfondo della Ferrara a un passo dalle leggi razziali. 

L'io narrante, ai tempi del racconto era un adolescente, timido ma accorto nell'osservare il mondo attorno a lui. Tutta la sua attenzione si focalizza sul vero e proprio protagonista, il dottor Fadigati, un otorinolaringoiatra che all'inizio del romanzo risulta rispettato, amato e scelto da gran parte dei ferraresi per la sua bravura, ma anche per la gentilezza, l'eleganza del suo studio accogliente, la grande disponibilità. Un uomo irreprensibile, amante delle lettere e delle arti, in particolar modo del cinema, dove era solito intrattenersi ogni sera, in platea: per quanto fosse strano distinguere nelle ultime file il suo abbigliamento elegante fuori misura, per lungo tempo i cittadini non hanno fatto caso al resto. Poi, hanno iniziato a bisbigliare qualcosa circa l'assenza di una signora Fadigati e poi l'etichetta di “uno di quelli”, “fatto così” è stata sempre più utilizzata per relegare il dottore in una ben determinata categoria. Lo scandalo, tuttavia, non c'era ancora: i gusti di Fadigati passavano inosservati finché tenuti nascosti e vissuti in relazioni occasionali con questo o quell'uomo di mezza età, considerato un rifiuto della società. 
Nessuno commentava l'abitudine di Fadigati di trascorrere l'ora di treno da Bologna a Ferrara in compagnia di tanti studenti (tra cui l'io narrante), di intrattenersi con poche parole, a costo di farsi prendere deliberatamente in giro dai più irriverenti o di lasciarsi sfruttare offrendo colazioni senza alcun ringraziamento. Un gioco al massacro? Soprattutto: perché sopportare gli insulti e le provocazioni di Deliliers, giovane dongiovanni, in un posto stretto di terza classe, in mezzo a studenti vocianti, quando Fadigati aveva un comodo posto in prima classe? Non pare interessante rispondere alla domanda; la verità è che la presenza del dottore è diventata presto una costante: 
Insomma diventiamo amici: se è vero in ogni caso che d'ora in avanti, cioè fin dall'aprile del '37, nei due o tre scompartimenti di terza classe dentro i quali usiamo asserragliarci [...], il martedì e il venerdì mattina ci sarà sempre un posto anche per il dottor Fadigati. (p. 28) 
Il manoscritto de Gli occhiali d'oro recentemente tornato
alla città di Ferrara (Leggi l'articolo su Estense.com)
«Si accontentava di niente, in fondo» (p. 33): Fadigati si lasciava maltrattare e nascondeva appena un sorriso, osservando i ripetuti battibecchi attraverso i suoi occhiali dorati: 
Aspettava. Come un padre dal cuore tenero, il quale abbia acconsentito a pagare il gelato a un branco di figli e nipotini turbolenti, e attenda in silenzio, un po' vergognoso, che i cari marmocchi abbiano finito di leccare e succhiare a loro piacere, per poi, più tardi, portarseli a casa... (p. 39)
Dalle lenti degli occhiali d'oro, Fadigati non vede altro che Deliliers e la verità verrà a galla scatenando lo scandalo in estate, quando il dottore e il ragazzo saranno avvistati sulla costiera adriatica, a sfrecciare su un'Alfa Romeo rombante, tra i lussi. Ma lo sfarzo ostentato di Deliliers è risultato di una palese compravendita d'attenzioni: il protagonista, in spiaggia con i genitori, osserva tutto pur senza prendervi parte e, sotto sotto, temendo per Fadigati, evidentemente coinvolto in una relazione distruttiva. D'altra parte, Deliliers non degna il ragazzo nemmeno di uno sguardo e solo quando la tristezza e l'angoscia compariranno sul volto rubicondo di Fadigati, l'io narrante e i suoi andranno a rivolgergli la parola e proveranno a farlo sentire a suo agio, a parlare come se non fosse palese l'ansia dell'amante ferito dall'“amico” sempre più sfuggente, a far scorribande per la riviera. Ma non tutti sono come la famiglia dell'io narrante: altri benpensanti liquidano il dottore con poche parole di circostanza e, soprattutto, con sguardi riprovevoli. 
Intanto, in spiaggia un'altra ombra si abbatte sui villeggianti: sui giornali si vocifera delle leggi razziali hitleriane, suggerendo che Mussolini le porterà presto anche in Italia. È questo un momento di grande preoccupazione per l'io narrante e per la sua famiglia: è il momento in cui lui, per la prima volta in vent'anni, inizia a sentirsi ebreo e dunque diverso dai compagni cattolici; e così sperimenta diffidenza e paura dell'emarginazione. 

La progressiva ansia per la grande Storia (che ancora non si è fatta rovinosa con la condanna definitiva degli ebrei) serpeggia mentre in autunno, al ritorno dalla riviera, Fatigati deve fronteggiare il suo studio sempre più vuoto, la gente sprezzante dopo lo scandalo estivo. Non per questo l'io narrante abbandona il dottore, con cui anzi ha interessanti scambi di vedute sulle reciproche situazioni. Ma quanto si può resistere davanti al disprezzo della comunità? Quanto si può vivere da soli, senza trovare una via di fuga qualsiasi dalla solitudine?

Se la tragedia è sottesa e inevitabile (tanto umanamente quanto letterariamente), la capacità di far partecipare il lettore alla tragedia in così poche pagine è rara, e certamente alimentata dalle esperienze precedenti di Bassani con i racconti brevi. La fama, triste mostro a tre teste di virgiliana memoria, si è sparsa con tutto il suo furor per la città e non lascia scampo: sono i dettagli - di Fadigati, degli altri, in nette eppure non scontate opposizioni - a creare simboli e cupi presagi. E il lettore non potrà restare che sconvolto dall'ingiustizia e commosso dalla discreta, elegante e indisturbata uscita di scena del dottor Fadigati. 

GMGhioni