lunedì 23 luglio 2018

"Rinnega tuo padre": contro le mafie, una lotta nuova

Rinnega tuo padre
di Giovanni Tizian
Laterza, 2018

pp. 206
€ 16,00


Con Rinnega tuo padre, il giornalista calabrese Giovanni Tizian affronta un tema di grande interesse: come funzionino i meccanismi di trasmissione di potere nella ’ndrangheta e come sia possibile cercare di minarli dall’interno, incrinando l’omertà di un sistema quasi esclusivamente famigliare, basato sul plagio dei figli fin dalla più tenera età.
Si entra nella ’ndrina perché si è figli, nipoti, cugini, mariti, mogli, generi o nuore. Sangue del proprio sangue. La famiglia mafiosa, la ’ndrina appunto, è intesa in senso stretto come familiari, e non come in Campania e in Sicilia, dove per famiglia mafiosa si intende un gruppo del quale possono entrare a far parte anche giovanotti impavidi, che hanno dimostrato quanto valgono. […] Ecco perché i figli sono un tesoro inestimabile per gli ’ndranghetisti. Per questo li considerano loro proprietà. Sono la certezza del futuro. Togliergli i figli vuol dire dissanguarli. (p. 60)
Le conoscenze, le regole, il codice d’onore si tramandano di padre in figlio (i figli maschi, perché le donne sono conniventi silenziose, “le immagini pubbliche della cosca”, p. 41, che si fanno carico degli affari quando i loro uomini sono in carcere, e per il resto del tempo tacciono e subiscono).
La lealtà è assoluta, inscalfibile, perché passa attraverso il più forte dei legami, quello sancito dal sangue, e affonda le radici in un sistema culturale ed educativo che è stato consolidato nei decenni e che si sostituisce a quello esterno alla famiglia, proposto dalle istituzioni. Queste, dal canto loro, non sono in grado di offrire modelli forti, o valide alternative a una vita che i ragazzini conducono nel culto del potere e della violenza, venerati e ossequiati dalla comunità in quanto “figli di”, abituati al lusso e alla facilità. Osserva bene, a tal proposito, Tizian:
La mafia propone un’offerta chiara, concreta, identitaria, forte. Noi cosa mettiamo sul piatto? […] Lasciando da parte la retorica e il politicamente corretto per cui stare dalla parte della giustizia è una scelta obbligata, dovremmo porci una domanda semplice: perché il figlio di un mafioso, abituato a un certo tipo di regole e di ambiente, dovrebbe scegliere di vivere secondo le nostre regole? […] Lo Stato […] deve mostrarsi convincente. Chi lo rappresenta dovrebbe capire che con l’antimafia delle manette e dei blitz, se pur necessaria, non si interrompe il flusso umano che assicura eternità a un potere criminale. (p. 28) 
Proprio per questo può essere determinante l’operato del giudice Roberto Di Bella, attualmente a capo del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria e fermamente convinto che la vera lotta contro la mafia debba partire dall’interruzione del condizionamento dei bambini interno alle ’ndrine. Dal 2012, rendendo sistematico un tentativo messo in atto per la prima volta nel 2008, Di Bella sottrae i minori considerati “in pericolo” alle famiglie mafiose, equiparando di fatto la pressione morale e intellettuale esercitata sui ragazzi dai loro tutori a una violenza vera e propria. 
La ’ndrangheta uccide persino l’immaginazione. Sterilizza la fantasia. L’educazione criminale forgia le menti e arma il braccio dei giovani rampolli. È lo strumento che il potere mafioso utilizza per mantenersi nei secoli. Il processo non è dissimile da quello messo in pratica nelle scuole coraniche dell’Isis. L’addestramento dei bambini come fattore di continuità generazionale. (p. 12)
Allontanando i bambini da un contesto ambientale negativo, infarcito di valori deviati, si offre loro un’opportunità di ricominciare, di scoprire che esistono altre strade rispetto a quelle delineate dai padri che, Tizian lo ribadisce spesso, conducono quasi sempre in cella o al cimitero. 
Al momento attuale i molti interventi effettuati in tal senso – in parte descritti dall’autore – hanno avuto effetti vari e disparati, che consentono di ammettere una speranza, ma non di riconoscere una linea di tendenza univocamente positiva, o di tracciare pronostici sicuri: è passato ancora troppo poco tempo da quando il progetto è stato avviato e, al compimento dei diciotto anni, tutti i minorenni coinvolti saranno liberi di scegliere se restare lontani o ritornare in grembo alle loro famiglie. Molti torneranno. Eppure forse, come sottolinea l’autore, la vera novità del piano di Di Bella, prima che nel risultato effettivo, si deve vedere in questa libertà di scelta.
Nell’opera si percepisce forte – e viene a tratti proclamato a gran voce – il movente personale della denuncia di Tizian:
La Calabria l’ho vista morire lentamente. La Locride è ridotta a brandelli. Da bestie affamate di sangue, profitto e potere. Spesso braccia di poteri all’apparenza più rispettabili, ma altrettanto criminali. La mia terra è la rappresentazione di un Paese intero, che sta sprofondando in un buco nero senza vie di fuga. (p. 34)
Il coinvolgimento dell’autore è la matrice del suo schierarsi appassionato, dell’intensità del suo appello. Il rischio, in cui spesso il volume inciampa, è però quello dell’eccesso di enfasi e di retorica, che entra in conflitto aperto ed evidente con il desiderio di scrivere un saggio che presenti in primo luogo dati e fatti comprovati:
La ragazza si raggomitolò in silenzio, piena di paura. Venne portata in campagna: lì ad aspettarli c’era il branco. Abusarono di Anna Maria ripetutamente. Perse così la verginità. Stuprata e minacciata. In quel momento, in quelle ore della vigilia di Pasqua, mentre nella chiesa del paese tutti erano in attesa della resurrezione di Gesù Cristo, Anna Maria ha smesso di essere bambina. Costretta da quella notte a fare i conti con una realtà violenta e brutale, autorizzata e resa più forte dal silenzio degli altri, quelli che non fanno nulla. […]
“Spero che Dio mi ascolti e si ricordi di quello che ho passato quando deciderà di fare un miracolo”. E speriamo che quel Dio che prega Anna Maria risorga in una notte migliore di quella vigilia di Pasqua, durante la quale un paese meschino e un parroco vigliacco erano impegnati nella sua adorazione, mentre in una casa di campagna si consumava un’offesa insopportabile per qualsiasi essere umano. (pp. 125-126, 130)
C’è da chiedersi quanto possa giovare una descrizione tanto marcata emotivamente a una riflessione critica che sia oggettiva e non “di pancia”, per quanto aberrante e riprovevole possa essere ciò che viene rappresentato. 
In generale, nella lettura del volume di Tizian, è necessario distinguere il piano dei contenuti - in particolare della tesi portante, forte e valida - da quello più strettamente formale: lo stile espositivo è infatti colloquiale e aneddotico, quindi sostanzialmente scorrevole, ma appare in più tratti ripetitivo e gravato da appesantimenti sintattici; inoltre l’esposizione delle vicende non è sempre lineare e la successione logica degli eventi può risultare confusa più che avvincente. Anche la necessità, assolutamente legittima, di tutelare le identità dei giovani e delle madri che hanno scelto di allontanarsi dalla cosca (e come tali sono considerati “infami” e in pericolo di vita) impedisce alla trattazione di scendere nei dettagli e di essere realmente precisa nell’informazione. Il testo mostra pertanto il suo valore indiscutibile di testimonianza, di smascheramento di una situazione ancora poco nota al grande pubblico, ma non può e non deve essere ricercato esclusivamente per il suo valore letterario. 

Carolina Pernigo



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