venerdì 8 giugno 2018

#PagineCritiche - Luca Pantarotto, "Holden & Company"

Holden & Company.
peripezie di letteratura americana
da J.D. Salinger a Kent Haruf
di Luca Pantarotto
Aguaplano, 2018

pp. 115
€ 15 (cartaceo)



Philipp Meyer è uno scrittore che non mi piace gran che, lo trovo banale e sopravvalutato; in particolare, Il Figlio mi dà l’idea di un polpettone predigerito e scontato, pur riconoscendo qualche nota positiva, come una certa dinamicità nel narrato o l’assenza di cali di tensione.
Un’opinione come un’altra, che di sicuro non turberà il sonno a nessuno ma che, curiosamente, ha provocato qualche alzata di sopracciglio e manifestazioni di evidente incredulità in alcune persone con cui negli ultimi anni mi è capitato di parlare di questo autore. Persone, fra l’altro, competenti e con una notevole conoscenza della materia in generale e, in particolare, del settore; in altre parole, gente che sulla letteratura americana (quella degli Stati Uniti, per capirci) potrebbe darmi lezioni per un ragguardevole numero di ore.

La mia avversione per Philipp Meyer è in realtà la causa che mi ha portato, un pomeriggio di qualche anno fa in cui navigavo in rete in preda allo sconforto per la mia incapacità di riconoscere e comprendere cotanto valore letterario, a scoprire casualmente l’esistenza di un blog il cui autore, in un post che avrei volentieri stampato e incorniciato, decostruiva in modo scientifico e argomentato i due principali romanzi di Meyer ed esprimeva perplessità e una malcelata (non è vero, era proprio esplicita) insofferenza per l’uso di strategie narrative ormai esauste e la sovrabbondanza di luoghi comuni. Conseguenza naturale di questa epifania fu un'attenzione particolare, da parte mia, alle vicissitudini di questo blog che mi aveva guarito da un pericolosissimo calo di autostima.

Holden & Company era un blog che trattava di letteratura americana e che ebbe vita - breve, purtroppo – tra il 2013 e il 2015. Oggi in rete non c’è più traccia degli articoli pubblicati, tranne una minima parte trasferita su una diversa piattaforma, probabile inizio di un lavoro di trasloco dell’intero blocco mai portato a termine.
Quello che per me rendeva interessante Holden & Company era il trovare post su autori non sempre famosi, comunque non solo su quelli conosciuti dal grande pubblico; sì, c’erano Foster Wallace, De Lillo e Franzen – e Salinger, naturalmente – ma attraverso H&Co ho scoperto, ad esempio, Don Carpenter e Wendell Berry, e soprattutto ne ho avuto una “presentazione” di prim’ordine.
Ma al di là delle scelte sugli autori da trattare, la cifra caratteristica di questo blog era lo stile dei post: ironico, diretto, mai pedante o professorale nonostante vi si trovassero giudizi di merito – argomentatissimi – su scrittori, scritti e scrittura.

Orbene, se siete arrivati fin qui avrete capito che lo scopo di questa mappazza è l'endorsement entusiasta (ecco, adesso il Pantarotto si monterà la testa) di questo libro che racchiude alcuni dei post più significativi apparsi sul blog, tra cui - hear, hear - i due articoli in cui il Nostro analizza i romanzi di Philipp Meyer e ne fornisce una lettura ben diversa da quella mainstream che li pone incautamente sullo scaffale degli esempi di Grande Romanzo Americano, quella lettura critica nella quale mi ero ritrovato pienamente e con notevole sollievo.

Intendiamoci, Holden & Company non è un libro di stroncature, come non lo era il blog. È un viaggio attraverso la lettura di tanti autori, più o meno conosciuti, nel quale Pantarotto presenta la letteratura americana (ma non solo, in realtà), ne descrive le caratteristiche e le ragioni della grandezza dell’una e degli altri. Un esempio su tutti, se proprio volete: la collocazione di Stephen King fra i più grandi romanzieri contemporanei, elevandolo dal rango di “autore di passaggio”. Potrebbe essere solo una questione di opinioni, invece Pantarotto riflette e analizza in modo impeccabile e onesto, mettendo anche in chiaro come la sua sterminata produzione non sia tutta allo stesso livello, separando ciò che ha le caratteristiche del capolavoro da ciò che ne è lontano anni luce.

Un libro davvero interessante, elegante nell'aspetto e prezioso nei contenuti, che rivelano una profonda conoscenza della materia e una grande capacità di analisi attraverso la comparazione di autori, testi e stili diversi in modo approfondito ed esaustivo. L'unica pecca sta proprio nel numero limitato di articoli pubblicati, tanto che si potrebbe pensare a uno o più sequel fino alla riproposizione dell'intero corpus di post apparsi sul blog. Anzi, penso proprio che lo proporrò all'autore quando ci troveremo per una serata a base di vin brulé che abbiamo in sospeso. Anche se non abbiamo ancora deciso chi paga.

Stefano Crivelli