mercoledì 9 maggio 2018

Lo storico e le impronte nel labirinto

Il filo e le tracce. Vero, falso, finto.

di Carlo Ginzburg

Feltrinelli, 2006

pp. 340
€ 13,38 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


Scrivere di storia è possibile non limitandosi ai documenti d’archivio. Lo storico non è un eremita sommerso dalle carte, è un vivo narratore del verosimile. Come un romanziere. Solo che il romanziere, lungo il continuum del verosimile può permettersi di stare in fondo alla scala, lo storico deve avere la pretesa di salire il più in cima possibile. Altrimenti non è credibile. E per farlo deve prendere in considerazione una varietà di fonti, come ha ammonito Lucien Febvre (co-fondatore degli “Annales” insieme a Marc Bloch). Al limite accontentarsi di casualità e anomalie.

Quindici saggi più un appendice, ripropongono, attraverso argomenti complessi ed eterogenei, la forza intellettuale di Carlo Ginzburg, i suoi percorsi alternativi di ricerca. Narrazioni di finzione e narrazioni storiche si combattono senza che una delle due emerga come vincitrice, piuttosto la loro è una contesa per la rappresentazione della realtà. Nessuno pensa che sia inutile studiare false leggende, falsi eventi, falsi documenti: «ma una presa di posizione preliminare sulla loro falsità o autenticità è, ogni volta, indispensabile». Occorre dunque interrogare i testi, scavare dentro di essi per far emergere elementi incontrollati. La ricerca di tali elementi rappresenta il filo rosso che lega tra loro i capitoli del volume.
L’esempio migliore dopo questa premessa ce lo offre proprio Ginzburg quando si sofferma sul suo oramai noto lavoro sui benandanti nato per caso a Venezia, dove c’è un ricco fondo inquisitoriale conservato all’Archivio di Stato. Qui l’autore si imbatté del benandante Menichino da Latisana. L’inquisitore chiese a Menichino che cosa volesse dire benandante e Menichino replicò: siamo nati con la camicia, quattro volte all’anno ci rechiamo in spirito nel prato di Iosafat a lottare con le streghe per la fertilità. Tra un documento rinvenuto casualmente e le aspettative e le reazioni di chi stava svolgendo la ricerca nasceva così l’interazione decisiva in grado di condizionare il lavoro successivo.
Così, mentre legge i processi inquisitoriali, Ginzburg spia i giudici e le vittime: i loro gesti, i loro silenzi, le reazioni quasi impercettibili come un improvviso rossore e, ancora, la confusione che regna sovrana nell’immaginario, ad esempio, di due donne milanesi processate nel 1390. Le quali, nelle deposizioni, identificano il nome di Diana con quello di Herodiade o Madonna Horiente. A quel punto gli inquisitori cercano di portare le donne a confessare ciò che essi interpretano come varianti locali di un’unica dea femminile legata al mondo dei morti. Interpretazione che arriva a loro attraverso testi conformi alla cultura ecclesiastica acquisita e ovviamente sconosciuti alle due presunte streghe.
Gli inquisitori volevano capire: a scopi persecutori, particolarmente disdicevoli, ma, se vogliamo, antropologicamente moderni. Sulla base di queste suggestioni, e ricerche rigorose, Ginzburg ha finito per abbandonare, o meglio superare, la sua ipotesi iniziale dei processi di stregoneria come primordi embrionali della lotta di classe.
Setacciare le fonti, interrogarle, senza sottrarsi ai cammini più ardui e perfino labirintici. D’altronde, sempre seguendo Carlo Ginzburg e il suo saggio pubblicato da Adelphi nel 2015 dal titolo “Paura reverenza terrore”, qui recentemente commentato, i linguaggi e le immagini della politica, quindi in ultima analisi della storia, arrivano ai moderni sotto forma di menzogne. Tornando a Il filo e le tracce”, gli spunti sono innumerevoli: cito l’attenzione alla microstoria, un modo di osservare che utilizza strumenti artificiali in grado di potenziare lo sguardo e raggiungere snodi invisibili a prima vista. L’esperimento morfologico che conduce la storia a fare i conti con discipline che parrebbero distanti, come le ricerche iconografiche. L’attenzione ad autori come Flaubert, Tolstoj e Proust, maestri di “spazi bianchi”, di “tempi perduti e ritrovati”, che sono stimoli riempitivi che permettono di dischiudere nuovi spazi alla narrazione: sono porte di accesso, frammenti mancanti, spiragli non trascurabili. Oltre le fonti e la loro veridicità resta dunque un’impresa non facile, tuttavia indispensabile se vogliamo conoscere il destino del filo oltre che quello di Arianna, Teseo e il minotauro.

Marco Caneschi