mercoledì 9 maggio 2018

#PagineCritiche - Il risiko del sultano e la real politik del Mediterraneo

Otranto 1480
Il sultano, la strage, la conquista
di Vito Bianchi
Editori Laterza, 2018

pp. 301
€ 13 (cartaceo)



Quando si arriva alle ultime, bellissime, pagine di questo Otranto 1480. Il sultano, la strage, la conquista  di Vito Bianchi uscito recentemente per Editori Laterza, la prima domanda che ci si pone è: "Come è stato possibile" e poi, immediatamente dopo: "Perché a scuola nessuno mai mi ha raccontato questa storia?". Ora, non so voi, ma a meno di aver frequentato una scuola nelle vicinanze dei luoghi dei fatti qui raccontati, il famoso tacco dello stivale italico, difficilmente la vicenda di Otranto, e dei suoi "martiri tardivi", potrebbe essere a voi e a noi materia conosciuta. Eppure è stato, nonostante la piccolezza in sé dell'episodio, un fatto epocale che, non è illogico da sostenere, ha per davvero cambiato il modo di intendere la minaccia del Turco, qui rappresentata dall'enorme antagonista, per usare la terminologia cara alle fiabe, di Maometto II. Ma il bello, o il brutto, di Otranto 1480 è che, a differenza giust'appunto di una fiaba, ciò che qui viene raccontato è tutto vero.

A scuola, questo sì, siamo soliti studiare la caduta di Costantinopoli, avvenuta nella notte tra il 28 e il 29 maggio del 1453. Ad impadronirsi della "seconda Roma" furono gli eserciti guidati da Maometto II, figura molto particolare tra i sultani ottomani. Sicuramente un campione dell'islamismo ma anche un grande ammiratore delle mode e delle arti occidentali, con una predilezione, varrebbe quasi la pena dire scandalosa, per la pittura, addirittura un grande amore per i ritratti. Ed infatti è passato alla storia il ritratto che gli fece Bellini, oggi conservato al Victoria and Albert Museum di Londra.

Già, Bellini, e qui introduciamo un nuovo protagonista alla vicenda. Se infatti Maometto II è, senza dubbio, il grande antagonista, pedina fondamentale nello scacchiere dell'alto e del basso Adriatico è anche Venezia, da dove, appunto, proveniva Bellini. In questo libro, e bene lo tratteggia Vito Bianchi in una prosa ricca di pathos che però non tralascia mai il dato storico, sempre preciso, sempre puntuale, l'atteggiamento di Venezia, molto di più delle altre potenze della penisola italiana, è timido, anzi proprio refrattario a prendere le armi contro il Gran Turco. Già, perché Venezia, negli anni di Otranto, veniva fuori da un lungo e durissimo periodo di guerra contro l'Impero Ottomano: scontri sanguinosi e costosi per le ormai esangui casse veneziani. Tuttavia una buona parte del proprio impero, almeno al momento, era salvo e la recente stipula di un trattato di pace con Maometto II faceva spegnere sul nascere ogni mira revanchista in Venezia.

Ma perché avrebbero dovuto prendere le armi contro il Turco? Facile, eppure terribile al contempo: perché Maometto II, così appassionato alla cultura occidentale da sentirsi la reincarnazione di Alessandro Magno (l'Iskander della tradizione indiana), aveva ormai di fatto lanciato una grande campagna di conquista nell'Europa meridionale e centrale, oltre a quella greca e balcanica, e l'Italia, segnatamente quella del Sud, sarebbe stata la sua prossima mira. Ecco perché, con una sorta di blitzkrieg perfettamente organizzata, le armate turche presero la città e il porto di Otranto, non solo la città più levantina d'Italia ma anche quella più vicina alle coste albanesi, da poco assoggettate dagli stessi eserciti maomettani.

In una narrazione che mantiene in modo egregio il sentimento e la documentazione, Vito Bianchi introduce gli altri grandi protagonisti dell'affaire ovvero, naturalmente, il Re Ferdinando "Ferrante" d'Aragona, entro i cui domini rientrava la città e la contea di Otranto (nonostante i riottosi conti pugliesi), il Papa, naturalmente, desideroso di ritornare ai "bei tempi" delle crociate, e quindi  Genova e Pisa, le grandi potenze marittime del tempo e, in misura molto minore, il Granducato Mediceo di Toscana, Milano, Siena, Ferrara e, sullo sfondo, il Regno di Francia che, quasi subito, si toglie però dalla partita.

Una partita che vedeva in gioco non soltanto una città del levante italiano, ma anche il fatto di debellare o meno sul nascere la conquista di Roma da parte dell'Islam. E poi d'un tratto, e Vito Bianchi lo racconta bene, benissimo, in questo clima millenaristico di sciagura imminente, all'improvviso tutti i protagonisti, uno dopo l'altro, fanno un passo indietro. Prima i potentati italiani, poi lo stesso Ferrante e quindi anche Maometto, più interessato ormai alle conquiste in Persia e impegnato contro i vari khanati mongolici ad est del suo regno. A poco a poco così quella che sarebbe dovuta essere la grande battaglia, lo scontro degli scontri tra le religioni monoteiste del Mediterraneo diventa un luogo abbandonato dove, dopo la strage iniziale, gli occupati fanno amicizia e instaurano relazioni con i conquistatori, un luogo dove nascono amori, figli, insomma, dove rifiorisce la vita.

Eppure è la morte a decidere gli eventi, la morte di una persona sola, ma "che persona": il 3 maggio 1481, circa un anno dopo l'assedio di Otranto, muore, forse avvelenato, Maometto II. Ne nasce un furibondo scontro per il possesso della Sublime Porta. Per l'Impero Ottomano ora i problemi sono all'interno, tra grandi generali che cadono nella polvere e oscuri figuri, spesso cristiani islamizzati anche in tarda età, che prendono sempre più potere. Ecco che allora, quando tutti si scansano, Ferrante può riprendere Otranto. Senza squilli di trombe però, ma solo come un dato di fatto.

E da qui, con Vito Bianchi che si supera nelle pagine finali, nasce una nuova storia, ovvero quella dei martiri "riscoperti" di Otranto, ovvero le prime vittime dell'assedio. Sui resti di queste povere persone infatti nascono tantissimi progetti del Papato e dei vari Regnanti che, nel corso di quasi 600 anni, li faranno assurgere a grandi, grandissimi Martiri Cristiani (mentre invece, quando erano in vita, erano stati abbandonati da tutti).

La storia della conquista e della strage di Otranto, anche se avvenuta nel 1480 è ancora storia attuale perché ci presenta, con la forza dei fatti, come la politica, anzi meglio la lotta per il potere spesso e volentieri non tenga in alcun conto le vite umane ma persegua soltanto la prosecuzione della propria potenza. E permettetemi in chiusura di citare direttamente le parole di Vito Bianchi, anche per significare la loro squisita perizia letteraria:
Fra le vetrate del santuario è sigillata tutta la sacralità delle vittime ignare, delle persone escluse crudelmente dal mondo, nell'indifferenza per gli inermi, per gli innocenti, per il quotidiano della Terra, secondo un refrain ciclico che serpeggia imperterrito, cinicamente, e che ben poco c'entra con i conflitti religiosi, con gli scontri di civiltà. Ad Otranto, come altrove, come sempre.
Mattia Nesto


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