venerdì 30 marzo 2018

#CriticaNera - Sangue sul terreno: la nuova indagine di Louise Rick

La foresta assassina
di Sara Blædel
Fazi, 2018

pp. 301
€ 15,00 (cartaceo)

Titolo originale: Dødesporet
Traduzione di Alessandro Storti 

Con La foresta assassina, appena edito nella collana “Darkside” di Fazi, ritorna in scena la detective Louise Rick, già protagonista del riuscito thriller Le bambine dimenticate (qui la recensione). In questo nuovo episodio di una serie che si spera vada avanti ancora a lungo, si narra il seguito della storia interrotta nel volume precedente. Sono trascorsi alcuni mesi e Louise deve fare i conti con il trauma di un'aggressione subita, ma soprattutto con quello di un sospetto che riapre le porte a un dolore che riteneva definitivamente sepolto. A vent'anni dal presunto suicidio del fidanzato Klaus, infatti, si fa strada nella sua coscienza la possibilità che le cose non siano andate come ha sempre creduto, che ci sia un mistero ancora insoluto da risolvere. La necessità di scavare nel proprio passato e forse fare giustizia sembra però incompatibile con il tempo presente: con il figlio adottivo Jonas, con il collega Eik, "buio e luce al tempo stesso" (201), a cui la lega un'attrazione difficile da dominare, e infine con la necessità di tornare a concentrarsi sul lavoro, di riappropriarsi della propria vita. A forzarle la mano, riportandola nei luoghi dove tutto è cominciato, è il nuovo caso di cui si deve occupare il Servizio Investigativo Speciale: la scomparsa di un quindicenne in seguito a un inquietante rito di iniziazione.
Il romanzo di Sara Blædel ci porta ancora una volta nelle foreste intorno a Hvalsø, che nascondono cadaveri e segreti, ma anche antiche tradizioni da riscoprire e luoghi di culto sacri alle antiche divinità norrene:
"Oh, santo cielo! Ma in che diamine di posto sono venuta ad abitare? Pirati della strada, vichinghi, fantasmi, tombe a strati come le lasagne… Tanto valeva che Frederik si trasferisse da me, in città." (141)
può osservare Camilla, amica d'infanzia di Louise che si è trasferita col marito proprio al centro di quest'area boschiva. È qui, tra le sue fronde, che la notte si consumano misteriosi rituali che fanno capo a religioni neopagane, formalmente riconosciute dallo Stato. La maggior parte di queste celebrazioni hanno natura pacifica, di riconciliazione con la natura e di ringraziamento per i doni ricevuti, ma è grande il pericolo delle derive e - nei gruppi regolari - si vocifera che da qualche anno sia "tornato il Male" (98). È con questo male, derivato da una costola rinnegata ed estremista del movimento, cementato e consacrato da un legame di sangue tra adepti che obbliga alla totale connivenza e al sostegno reciproco indiscusso, che si devono confrontare Louise e i suoi, in un'indagine che si scontra continuamente con menzogne ed omertà. E presto i piani temporali si sfalsano e il presente inizia a dialogare con il passato: perché i personaggi coinvolti, primo fra tutti l'orribile Thomsen, detto il Bue, sono gli stessi che affollavano l'adolescenza di Louise e che erano un po' troppo legati al suo Klaus. Così due linee di ricerca si intrecciano e diventano una, mentre per la detective si fa sempre più difficile mantenersi lucida e oggettiva, ricordare la differenza tra i due casi:
Si rese conto che non era una questione di dolore e sentimenti calpestati, ma di rancore. Quella che si stava condensando in lei era una rabbia nera che non poteva essere imbrigliata, ma solo sfogata. Per un po' rimase seduta a terra con la borsetta in grembo, poi prese la sua decisione. Avrebbe trovato il figlio di Jane, ma se qualcuno era responsabile della morte di Klaus, lei l'avrebbe scovato. (83) 
La ricerca non è facile e porta con sé conseguenze imprevedibili e potenzialmente letali. Nel giro di poco tempo, la protagonista si trova a confrontarsi con la natura più ambigua e terribile della violenza, quella che vorrebbe spacciarsi per relazione affettiva e chiede in cambio prezzi sempre troppo alti:
"Quello non è un 'circolo di amici'. [...] E tu per prima dovresti essertene resa conto. Quello è un girone infernale, e non se ne esce" (215). 
Nel suo secondo thriller edito in Italia, l'autrice non tradisce le aspettative, allestendo una trama che riesce a essere avvincente e tesa fino all'ultima pagina senza eccedere e diventare inverosimile. Lo stile piano e tagliente, la complessità dei personaggi (mai granitici nelle loro caratteristiche, quindi profondamente umani) conferma l'impressione avuta alla prima lettura, nonché il desiderio di continuare a seguire le avventure di Louise, a cui è impossibile non affezionarsi. La detective infatti – non giovane, non bellissima, non sempre politicamente corretta, priva di intuizioni geniali, ma grande lavoratrice – colpisce in fondo per la sua "normalità", che ci avvicina a un tipo di poliziesco in cui buona parte del lavoro si consuma tra le scartoffie o al telefono, in cui non sempre gli interrogatori sono portatori di grandi rivelazioni e non tutte le piste sono fruttuose o portano da qualche parte. Usciamo convinti dal romanzo grazie alla intelligente scelta dell'autrice di non strafare, ma di accompagnare il suo pubblico in un percorso che, proprio perché progressivo e non esaurito in se stesso, può prolungarsi nel tempo e diventare promessa di seguiti altrettanto efficaci. Che noi attendiamo con trepidazione.

Carolina Pernigo




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