giovedì 8 settembre 2011

Il respiro del fiume

Il respiro del fiume
di Patrizia Poli

libro pubblicato dall’autrice, 2010


Urmilla Zarullah è una bambina di 11 anni rimasta sola al mondo: l’adorata madre è appena morta e lo sconosciuto padre è in qualche altrettanto sconosciuta prigione dell’immensa India, a scontare una pena per un delitto non commesso. È una bambina coraggiosa, intraprendente e intelligente, figlia di una indù e di un musulmano (un paria, un intoccabile), è stata allevata secondo i dettami della spiritualità indù e, crescendo, ne sarà sempre una convinta seguace. Prima di essere affidata alla missione cristiana di Rangapore, retta da Padre Franz, un giovane prete tedesco, e suor Chandra, indiana, riesce a far visita al nonno, bramino di un tempio indù dei paraggi, che però, nonostante il ritrovato affetto, non può tenerla con sé perché “impura”, intoccabile. Qualche anno più tardi la stessa Urmilla è una bella fanciulla indiana che durante le abluzioni rituali nel Gange viene inquadrata dall’obbiettivo fotografico di un giornalista italiano, Marco Ferrari, che se ne innamora. Nel frattempo Urmilla è diventata un’attiva animatrice della missione cristiana e si occupa dell’istruzione dei bambini che ospita, e a sua volta studia con grande profitto da medico. Marco Ferrari le promette di ritrovare il padre e parte alla sua ricerca. Ma la missione è colpita da un’epidemia di colera che uccide tutti i bambini tranne il sordomuto Kabir, mettendo a dura prova la fede cristiana del prete e scuotendo dal profondo la serenità di Urmilla. Dal baratro del più profondo sconforto, Padre Franz e Urmilla confessano a se stessi di amarsi non solo d’amore fraterno e si abbandonano ad una notte d’amore. Le conseguenze sono drammatiche: Padre Franz è sconvolto e sembra far pesare alla ragazza le devastazioni psicologiche del suo rimorso; Urmilla scopre di essere incinta, abbandona il nonno, il prete, Kabir, la missione, gli studi, abortisce e si trasferisce nella lontana Agra, dove lavora, disfatta e sconsolata, come guida turistica.

Altre rinascite e altre tragedie si succederanno nella vita di Urmilla e in quella degli altri personaggi, secondo un ciclo che appare eterno come il “respiro del fiume”, che dà il titolo al romanzo. E altre rinascite e altre tragedie si possono ragionevolmente immaginare anche dopo il finale iscritto sotto il segno della conciliazione religiosa e della pacificazione personale. I dissidi religiosi, la millenaria mentalità delle caste (che, si ricorderà, sono state il cruccio degli ultimi anni di vita di Gandhi e il movente del suo assassinio) e la disperata povertà continueranno a rodere dall’interno le vite degli individui.

Con il suo romanzo Patrizia Poli offre al lettore una conoscenza di prima mano (i dettagli e il contesto in cui sono inseriti non credo possano ingannare) di un mondo e di una tradizione spirituale spesso altezzosamente avvicinati solo per sentito dire, per luoghi comuni e per approssimazioni o, viceversa, entusiasticamente accolti come la panacea di tutti i mali occidentali. Sul piano dell’espressione, dello stile, della composizione, delle figure, il romanzo non offre particolari originalità: si tratta di una narrazione corale, di stampo tradizionale, dove ogni personaggio ha diritto al suo punto di vista, determinando la varietà del racconto e delle prospettive, e dove la terza persona onnisciente non impone un suo peculiare modo di vedere le cose. Insomma dallo stile non traspare la figura storica, biografica e temperamentale dell’autrice (senza però nessuna rivendicazione di poetiche neorealiste o fenomenologiche). La quale, evidentemente, punta sulla forza della materia narrata, sulle implicazioni ideologiche, religiose e sociali che essa suscita. Vengono messe a confronto la religione (e i temperamenti) del Dio del fare (Padre Franz, Marco Ferreri), di coloro che agiscono qui e adesso per intervenire sulla realtà, per migliorarla e renderla più vicina al modello precostituito in cui si riconoscono e la spiritualità (e i temperamenti) del Dio del lasciar fare, di coloro che si sentono parte di una realtà, di un mondo e di un’energia vitale che non può e non dev’essere ostacolata nel suo fluire (il bramino, il mussulmano). Occorrerà avvertire che questa seconda opzione, che nella vulgata occidentale è rubricata sotto la miserevole insegna del fatalismo, nasce invece da una profonda esigenza filosofica che spinge l’individualità a ritrovare in sé le ragioni dell’essere. E occorrerà altresì avvertire che il pensiero e la pratica filosofica cui fa riferimento hanno poco o punto a che vedere con la corrente di pensiero occidentale che va sotto il nome di fenomenologia esistenzialista, che si sofferma invece a indagare la relazione tra l’individuo e il mondo come fenomeno.

Per la mentalità occidentale è un delitto rassegnarsi indolentemente alla povertà, alla prostituzione minorile, all’ingiustizia sociale, ma non si può nemmeno negare che l’intervento, l’aggressione al Male ha spesso conseguenze peggiori del male che si è voluto combattere. D’altro lato, la placida accettazione del ciclo eterno di morte e rinascita non può nascondere che il mondo ogni volta rigenerato dal sole continua a essere corroso e insozzato dalla malattia e dalla morte. Le creature – innocenti – continuano ad abitare una creazione che, in quanto tale, è l’origine stessa del Male, secondo una concezione che è specularmente opposta a quella cristiana, dove la creazione innocente e perfetta è abitata da creature colpevoli. Forse è nella figura di Urmilla che l’autrice ha inteso additare una possibile conciliazione tra le due pratiche religiose e filosofiche e una possibilità di evoluzione per l’India futura (il romanzo è ambientato nel decennio che va dal 1980 al 1990), che, invece, a tutt’oggi sembra aver imboccato la strada della frenetica imitazione del modello economicista proveniente dall’occidente.
Paolo Mantioni