domenica 7 agosto 2011

Pillole d'autore. Richard Millet: Il disincanto della letteratura

Richard Millet:
Il disincanto della letteratura

Richard Millet è un autore francese, nato a Viam nel 1953. Ha trascorso parte della sua vta in Libano e attualmente vive a Parigi, dove esercita, oltretutto, la professione di editor presso la Gallimard.
Le sue indagini speculative ruotano attorno al sentimento del tempo, della morte e dell'utilzzo delle varie determinazioni lngustche nell'evolversi storico e politico delle società odierne.
Nel 1994 ha vinto il Premio Saggio dell'Académie Françase per “Il sentimento della lingua”.
Nel 2007 ha pubblicato “Il disncanto della letteratura”, in cui denuncia l'inanità della critica contemporanea francese e la perdita del sentimento religioso nell'Occdente, tutto, generando comprensibilmente uno sciame di polemiche.




I

Il silenzio minaccia le nostre bocche come l'inverno i visi e le dita. Siamo entrati in uno strano inverno: quello della lingua.
Poiché il leggibile oggi è solo una dimensione della visibilità mediatica che è divenuta una misura del tempo umano, lo scrittore sarebbe dunque colui che prova ripugnanza a parlare al di fuori dei suoi scritti – i quali sono il luogo del fallimento ed esorcismo della parola comune e il solo corpo che possa rivendicare, benché sia l'unica apparenza sotto la quale i morti che saremo presto continueranno a dialogare con coloro i quali lo sono già come con i vivi che ci ricorderanno. E ancora, quest'apparenza ha il fremito dlel'indicibile.

2.

De-programmazione, piuttosto che censura o divieto: questa potrebbe essere un'altra definizione della letteratura, definizione negativa, sua ordalia misteriosa, e indissociabile dal senso di ingombro di sé che la notorietà può dare allo scrittore. Meglio del silenzio e del ritiro: ben lontano dalla moltitudine strillante degli autori, lo scrittore sarebbe colui che, prevenendo instancabilmente le condanne emesse dal nuovo ordine morale, annulla se stesso, si vota al fallimento come a una forma di salvezza.

3.

In questo disincanto, nella mancanza di cultura, nell'oblio del passato, nel rifiuto di ereditare tipico di tutte le barbarie e la cui vertigine così prodotta possiede non solo la dimensione di una tragedia storica (una barbarie inaspettata, completamente nuova, seducente poiché si dichiara «decisamente moderna»), ma anche il movimento infinito della caduta di Satana nel proprio abisso, la democrazia, che ha sostituito il popolo con le masse, gioca un ruolo considerevole, rivoltandosi «contro se stesso», come direbbe Marcel Gauchet, per proliferazione rassegnante quanto per la sua condizione ideologica adesso unica. E' anche legittimo chiedersi se, abolendo ogni idea di grandezza, di gerarchia, di giudizio, di critica, di gusto, la democrazia non uccida la letteratura, dato ch enon è più il veicolo della sua rappresentazione né della sua continuazione.

4.


Erriamo per una terra devastata, dove mormoriamo appena, estranei al nostro stesso paese, in preda al dubbio, esposti all'odio di coloro i quali sono entrati nella barbarie del rifiuto o dell'impossibilità di ereditare. Scrivere, dobbiamo ricordarlo, è anzitutto ereditare una lingua.

5.

Fluttuiamo in una lingua da tardo impero, la cui arrogante oralità ha reso in pochi anni obsoleti secoli di retorica e reso oscuri i monumenti linguistici; camminiamo tra le rovine di una grande civiltà di cui diveniamo i Greci e i Latini; facciamo già appello alle generazioni a venire senza essere certi che la nostra Antichità sarà in qualche modo rappresentativa, né un bilanciere storico ci assicura che queste generazioni ci leggeranno: quello che ricompare nell'eterno ritorno e nostra unica speranza, è la novità della problematica. La distruzione di una lingua è un crimine non solo contro lo spirito ma anche contro l'uomo. Essere scrittore significa rischiare l'etica contro il diritto, l'arte contro la legge, l'individuo contro la maggioranza, il reietto contro il cittadino.

6.

Rarefazione, appiattimento, perdita del senso; altre definizioni del disincanto, della terribile riduzione del mondo ad opera della tecnica, dell'oggetto, dell'immagine, della comunicazione, della pubblicità, della menzogna mediatica, dell'illusione televisiva, della clonazione umana, dell'eugenetica già in atto. La cultura finisce paradossalmente nel momento in cui ogni uomo, a casa sua, grazie ad un computer, può disporre pressappoco della totalità dei saperi umani e non vuole o non può farne niente, nemmeno come svago. La letteratura non pesa più nulla, né economicamente né simbolicamente.

7.

Ancor più delle arti visive, che subiscono il sacrificio oneroso dell'Arte contemporanea o del cinema formattato o della musica colta, minacciata dalle regressioni neoaccademiche, la letteratura testimonia l'eccesso del male, del male come eccesso e dell'eccesso in quanto condizione di una possibilità: quella di sfuggire alla pesantezza morale e colpevolizzatrice del sociale.