venerdì 8 luglio 2011

"Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes


Frammenti di un discorso amoroso
di Roland Barthes
Einaudi, Torino 2005
1^ edizione: 1979

pp. 258
€ 11.50


Cercare di definire un libro come questo di Barthes, in termini di mera catalogazione è un compito piuttosto arduo, ma soprattutto sarebbe colpevole di banalizzare un’opera tanto complessa ed originale che sfugge ad ogni tentativo di definizione.
Tradotto per la prima volta in italiano nel 1979, due anni dopo l’edizione originale francese, è un testo che ancora oggi a distanza di più di un trentennio stupisce per la sua attualità ed originalità strutturale. E’ quindi da considerarsi un classico, poiché classico ci rimanda ad un testo capace di superare la prova del tempo, grazie ad un’intuizione, una ricerca puntuale di stile e di tema che difficilmente possono essere dimenticati. Saggio articolato e provocatorio, il testo di Barthes resta innanzitutto un’opera sull’amore o per meglio dire sul discorso amoroso, topica amorosa aperta perché mai del tutto conclusa, frammentaria, risolta.
Autore prolifero e talento precoce, Barthes inizia il suo percorso intellettuale nell’ambito dello Strutturalismo francese, dove la passione per la lettura e una profonda conoscenza letteraria gli aprono la strada verso la critica. Tuttavia, la curiosità e l’apertura verso discipline diverse, conferiranno all’autore quel tratto caratteristico proprio della sua analisi letteraria, spingendolo a fornire un’interpretazione sempre più semiologica della cultura e ponendo le basi per la produzione più originale e complessa che forse proprio nei “Frammenti” ha il suo esito più riuscito.
L’originalità dell’opera è già nella sua struttura: il discorso amoroso ossia l’innamorato che attraversa le diverse fasi dell’amore, è l’oggetto che Barthes organizza in frammenti, figure, intesi come elementi del mito dell’amore, ordinati alfabeticamente per garantire una certa casualità cronologica ed essere letti indipendentemente da una sequenza precisa. Ognuna delle figure presentate ha un titolo, che anticipa in un certo senso il messaggio del frammento in questione, una definizione quasi da vocabolario, e un certo numero di paragrafi in cui vengono descritti una situazione, un sentimento, uno stato d’animo, spesso citazione di autori o testi profondamente cari all’autore. Fonti che non sono mai considerate come citazioni colte, bensì quali prestiti d’amicizia al pari di un rapporto intimo con tali opere e parte integrante quindi del discorso. Barthes accoglie così riferimenti da autori della tradizione letteraria e filosofica quali Goethe (il cui Werther con l’universalità della sua passione è una della citazioni più presenti), Platone, Freud, ma anche letture occasionali e semplici chiacchiere tra amici, in una commistione di stile tra personale ed impersonale (l’io dell’opera, ossia il soggetto analizzato non corrisponde necessariamente con l’autore), contemporaneo e classico che si avvicina sempre più a quel grado zero della scrittura che per l’autore rappresenta il massimo livello della comunicazione a cui il testo deve in buona misura l’immediatezza del messaggio e la validità nel tempo.
Scorrendo le figure ci riconosciamo in esse, perché se non tutte forse almeno un paio ci sono familiari, le abbiamo provate sulla nostra pelle.
L’attesa “tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimo ritardi”, sorta di delirio che identifica inequivocabilmente l’innamorato in colui che aspetta, crescente angoscia e senso di abbandono per un ritardo, che si trasforma in riconoscenza  quando l’altro varca quella porta.
Ma anche l’assenza, “che non può essere espressa che da chi resta”  e che inevitabilmente viene vissuta come un abbandono, uno stato che accresce il desiderio e lo struggimento di chi resta fedele in attesa.
E ancora l’esilio con cui l’innamorato decide di”rinunziare allo stato amoroso, il soggetto si vede con tristezza esiliato dal proprio immaginario”  che è l’atro, l’immagine ideale, perfetta che se ne è costruita, bastevole a suscitare gli spasimi dell’animo con il solo ricordo. Un esilio tuttavia necessario, poiché “il prezzo da pagare è: la morte dell’Immaginario contro la mia propria vita”.
E innumerevoli altri frammenti, che Barthes ci restituisce puntuali ed appassionati, nella ricostruzione di un discorso che è di noi tutti e che, mutevole e personale, porta nel tempo lo stesso universale sentimento.    

Debora Lambruschini