domenica 19 giugno 2011

La profezia di (Ales)sandro Veronesi: mettersi a nudo in un "futuro remoto"

Profezia
di Sandro Veronesi
Inediti d'autore del Corriere della Sera, giugno 2011

pp. 59
€ 1 in aggiunta al prezzo del quotidiano

E ti renderai conto che tutto ciò che tuo padre desiderava per il proprio corpo, mentre tu ti affannavi a governarlo, era la morte [...] (p. 44)
Un racconto intenso, quello che Veronesi ha incluso tra gli "inediti d'autore" del Corriere della Sera di questo mese. Non si tratta di un racconto reciclato dal faldone delle tante prove d'autore, né di un pezzo incastrato ah hoc entro il numero di battute concesse. Per la sua straordinaria incisività e per l'afflato stilistico, per l'inaspettata tematica trattata e per la maestria tecnica, ho deciso di rompere le abitudini di CriticaLetteraria (ovvero la tendenza a non recensire singoli racconti). 

Ma faccio subito ordine dopo quest'apertura insolitamente piena di giudizi di valore, e mi sforzo di recuperare oggettività. Il racconto è una crudele e, al tempo stesso, disarmante profezia su quanto il protagonista (un Alessandro Veronesi, non si sa se semplicemente omonimo o perfetto clone dell'autore) farà per accompagnare il padre alla morte. Il narratore di prima persona, anonimo ma forse voce interiore o coscienza o ("Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l'animo tuo, e ti dico che...": questo è l'incipit, ex abrupto), pronostica al "tu" protagonista la parabola discendente delle cure al padre. Il tutto al futuro (e quanto è difficile mantenere per un intero racconto il tempo futuro? Non serve leggere Weinrich per intuirlo), o meglio in una sorta di "futuro remoto": un futuro già scritto, che non ammette infrazioni, né alternative. 
A sottolineare l'inevitabilità di quanto predetto, la formula martellante "io so e ti dico che", che ritma d'ineludibilità quest'unico enorme periodo sintattico che è il racconto. Ma non è un racconto d'ampio respiro, né lo è la sintassi: il ritmo è piuttosto franto, di frasi giustapposte, colme di azioni che denunciano la vuotezza di ogni tentativo per alleviare le pene del padre e, di riflesso, la sofferenza del figlio. E' un respiro sintattico sincopato, a tratti rapidissimo, altrove disteso, in accordo con il respiro dell'ammalato. 
Si tratta anche di un racconto realistico, così impregnato di farmaci, effetti della malattia, nomi di medici e di terapie possibili. Non c'è il ristoro della fede, né l'utopia della guarigione. Il padre, persona brillante nonostante i sintomi violenti della malattia, lascia parole di grande effetto:
[...] allorché lo sorprenderai verso le undici di mattina a guardare un programma televisivo su Rete 4, di quelli che egli non ha mai guardato in vita sua, e gli chiederai "perché guardi questo programma che non ti piace, padre? Perché non approfitti di questo momento di pace per [...] fare una delle tante altre cose che ti piace fare?", e la sua risposta sarà memorabile, Alessandro, preparati a ricordarla per darne testimonianza agli altri, poiché io so e ti dico che egli ti fisserà con quel suo sguardo reso ancor più sottile dalla malattia, e ti dirà "figliolo, io guardo questi programmi di merda per illudermi che la vita sia davvero così misera; che essa non sia amore, e bellezza, e ingegno, e sfide, e conquiste, e natura, e mare e vento e barche a vela, ma una squallida faccenda di rancori, pettegolezzi, paura e puzza di chiuso, come la riducono qua. Così, capisci, mi viene più naturale lasciarla", e si rimetterà a guardare Rete 4, e quelle sue parole ti trafiggeranno (pp. 38-40)
E anche il lettore resta trafitto per la lucida e rassegnata disperazione di quest'uomo. E resta ancor più turbato se la  vicenda narrata gli è tristemente familiare, e non può che rispecchiarsi nell'umana disumanità di un addio feroce, tra gli ossimori continui che accompagnano la cura di un malato grave. Poco importa la portata autobiografica del racconto, benché a volte la discesa negli inferi della malattia, così implacabilmente descritta, illuda di una "profezia scritta a posteriori", come sfogo sincero a dirotto. Per questo e per le ragioni suddette mi importa poco sottolineare la critica ai mass media presente in tanto Veronesi, né intendo soffermarmi su riferimenti intertestuali. La violenza del racconto riuscito basti per invogliarvi a ricercare questa breve ma sfolgorante presa di coscienza sull'addio estremo. 

Gloria M. Ghioni