domenica 20 marzo 2011

Bartleby, the Scrivener: A Story of Wall-street.


Bartleby lo scrivano 
di Herman Melville 
Universale Economica Feltrinelli, I Classici, 2003 

Traduzione e cura di Gianni Celati
1^ edizione originale: 1853




La rinuncia al dovere di fare è una possibilità dell’uomo che potrebbe dirsi matto, ma lo è solo nella consapevolezza dell’assurdo essere. La rinuncia è un abnegazione , un rifiuto condizionato, ma è anche un sacrificio volontario nel senso di privazione del desiderio.
Perché Bartleby lo scrivano smette di scrivere?
La potenza della scrittura sta nella rinuncia al dovere di scrivere.

In risposta ad un’inserzione, compare un mattino nello studio dell’avvocato-narratore, una figura scialba nella sua dignità,pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta. Era Bartleby.
Lo scrivano, così particolarmente decoroso e quieto, passava le giornate a copiare senza interruzioni con un’eccessiva scarsità di parole e una categorica sconfitta di ogni azione pleonastica. Barteleby copia e basta, e nella meccanicità dell’atto diviene congegno muto e grigio , statua pallida e disabitata; un giorno accadde che l’avvocato chiese al copista di aiutarlo ad esaminare delle copie “Bartleby!Presto sto aspettando!(…)Le copie,le copie,dobbiamo esaminarle. Ecco …” .Egli rispose con austero riserbo
“I would prefer not to”.

Ora, questo ritornello unico e frequente non è ne un semplice No, né una ipotesi di un Si, è “Avrei preferenza di no”. Il romanzo è intensificato dalla continua iterazione dell’espressione conferita da Bartleby con atteggiamento privo di qualsiasi turbamento, con ripetitività e insolenza che spesso infastidiscono il lettore. Bartleby non vuole più scrivere e rimane stagnante a fissare un muro bianco rinchiuso in quella inerzia che lui chiama preferenza ; la preferenza è condizione in cui a un’attività se ne preferisce un’altra: Bartleby riesce a farci pensare che l’ozio e l’immobilità nel suo silenzio siano attività dignitose al pari del fare;immobilizza il lettore con la fermezza di volontà che sembra non avere e rifiuta qualsivoglia duello .
"Nulla esaspera le persone di serio intelletto quanto una passiva resistenza”
dice Melville, e dunque lo scrivano diviene Presenza discreta priva di ogni collocazione nel mondo.
L’esistenzialismo in Melville ci pone nella situazione di domandarci : Che razza di personaggio è Bartleby?
Prevale la solitudine e l’assurdo dell’esistere pur nell’universalità di questa figura che entra negli animi con straordinaria pacatezza e li avvolge in quesiti che ammettono la precarietà e il fallimento dell’io.
Da dove proviene Bartleby?
L’autore una vera risposta non la dà, ma nell’ultima pagina dice che Bartleby fu un impiegato in un ufficio di lettere smarrite. Ecco ,allora ,che lo scrivano ci appare in vita come una lettera perduta, e dopo la morte , diviene l’immagine dell’erba spuntata tra le pietre della prigione di Manhattan;un uomo senza destino nell’aridità che il destino è.
Io non credo in un Bartleby-Cristo redentore della terra, sostengo invece che il romanzo sia conseguenza di un pensiero filosofico molto forte in Herman Melville e che trova ampio spazio nella letteratura. L’esistenzialismo è la risposta in questo romanzo che risposte non vuole, e prende la forma del Limite: il limite della prigione , dell’uomo che vive soltanto di biscottini allo zenzero, il limite delle parole che si ripetono nella loro semplicità e monotonia, della società in cui c’è chi non ha una collocazione e chi non ha una comprensione .
Bartleby è il romanzo sulla Resistenza Passiva ai limiti dell’umanità .

Ah,Barleby! ah,umanità!

Isabella Corrado