domenica 2 gennaio 2011

Yirmi Pinkus: Il folle cabaret del professor Fabrikant

Il folle cabaret del professor Fabrikant
di Yirmi Pinkus
Cargo Edizioni

354 pp.


Questo singolare romanzo d'esordio è un incredibile pasticcio (nel miglior senso del termine [...]) di fantasia, invenzione e ricostruzione storica). 
Questo ciò che si legge nella descrizione del libro, riportata all'interno della bandella. Effettivamente, si tratta di un pasticcio, anche piuttosto godibile (il romanzo ha vinto addirittura il premio Sapir come opera prima), e la narrazione dello scrittore di Tel Aviv procede briosa, esuberante e con tutta la forza espressiva e il coinvolgimento che esercita il caotico teatro itinerante di cui racconta.

Eppure, alla lunga il romanzo diventa noioso, troppo confusionario, le storie si intrecciano in maniera disordinata fra loro, talvolta non si capisce se i romanzi siano ordinati anche temporalmente, o se in qualcuno si raccontino eventi precedenti, o futuri, rispetto agli altri. L'uso della lingua yiddish a volte è ridondante, lasciando soltanto alcuni periodi che talvolta sono tradotti, come nel caso delle formule più lunghe, mentre altre volte, nel caso di singole affermazioni, spesso non vengono tradotte.

Il romanzo racconta le peripezie del Cabaret del professor Markus Fabrikant, il quale, una volta defunto, lascia il suo teatro, insieme al suo prezioso tesoro di gemme, a suo nipote Herman e al resto della compagnia, guidata da Mimi Landau, una delle attrici presa dal professor Fabrikant, in quanto orfana, nella compagnia. Col passare del tempo, le attrici invecchiano, il pubblico è in declino, e il teatro itinerante si da da fare per recuperare la fama, sullo sfondo degli anni '30, che torreggiano nefasti sull'Europa.

Nonostante le vicende dei teatranti ebrei, in rapporto al cupo sfondo dei regimi nazifascisti che si affacciano sull'Europa, siano ben descritte, il resto della trama è, purtroppo, davvero troppo confuso. La scrittura, dal piglio favolistico, scorre agevolmente, e con un po' più di calviniana leggerezza, si sarebbe, senza dubbio, riusciti a realizzare un romanzo più semplice da "approcciare".

Giuseppe