venerdì 14 gennaio 2011

«Le pesche non s’innestano sull’olivo». Invito alla lettura del Mastro-don Gesualdo

Mastro-don Gesualdo
di Giovanni Verga

a cura di Giancarlo Mazzacurati
Einaudi, 2005

pp. 630, 11 euro


È il 1881. Nella Prefazione a I Malavoglia, Giovanni Verga illustra il progetto del famoso – e destinato a restare incompiuto – “ciclo dei vinti” e in poche righe, marcate da un efficace lessico pittorico, dichiara quali saranno le forze alla base del suo successivo romanzo, il Mastro-don Gesualdo:
«Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro-don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato».
Passeranno sette anni prima che il lavoro esca a puntate sulla Nuova Antologia e poi, nel 1889, in volume per l’editore Treves. Nel frattempo Verga ha proseguito con la produzione novellistica (le Novelle rusticane e Vagabondaggio sono rispettivamente del 1883 e del 1887); ha riflettuto, in particolare, sulla struttura formale con cui realizzare il quadro che ha ben chiaro in mente. Il risultato è un’opera eterogenea, che offre originali spunti di riflessione.

A differenza del romanzo precedente, il cui titolo originario (Padron ‘Ntoni) era stato modificato in I Malavoglia per stigmatizzarne la prospettiva collettivizzante, Mastro-don Gesualdo resta fedele al suo progetto: focalizzare la propria attenzione sull’individuo. Il titolo non coincide soltanto col nome del protagonista, come accade specialmente nell’Inghilterra moderna (Robinson Crusoe, Pamela, Moll Flanders, Emma, Tom Jones) e nella Francia naturalista (Madame Bovary, Père Goriot): qui, come accadrà nel pirandelliano Il fu Mattia Pascal, l’anomalia propria del protagonista è individuata in modo lampante nella sua qualificazione sociale. O, per meglio dire, nella sua inqualificabilità sociale. Se Mattia soffrirà l’assurdo di una doppia morte, mastro-don Gesualdo vive l’eterna, insanabile conflittualità del suo status.

Chi è Gesualdo Motta? Più che un parvenu, è un self-made man. Egli non possiede la boria arrogante dei nuovi arricchiti, né l’avidità insaziabile del guadagno. Nulla di diabolico in lui, se non un’intelligenza pratica e guardinga. È, in fondo, un buon uomo: offre instancabilmente aiuto economico ai suoi parenti, nonostante questi continuino a rinfacciargli la sua ricchezza; le sue mani «mangiate di calcina» si trovano a disagio nella buona società che lo rigetta come un corpo estraneo: e di quelle ruvide mani si scusa con la moglie, Bianca Trao, debole spettro di una nobiltà in declino. Ha dei limiti, certo; ma a conti fatti, è un personaggio animato da valori positivi.
È un ritratto un po’ diverso da quello che ci si trova nelle storie letterarie, non è vero? In effetti, la vulgata su Gesualdo parla di un uomo arricchito e consacrato alla dea Roba, da confrontare con un altro gran sacerdote verghiano: Mazzarò, protagonista della novella La roba. Il paragone è d’obbligo, ma non è scontato come si crede. Il progetto di rappresentare «l’avidità di ricchezze», infatti, si complica. La roba è una vera parabola del possesso. Mazzarò assume connotazioni mostruose: la sua tragedia è la lotta contro la morte e l’impossibilità di “avere per sempre”, il fallimento di fronte alla biblica, proverbiale affermazione che tutto è vanità. Ma è facile creare eroi, quand’anche siano eroi neri: molto più difficile è dare compiutezza a un incompiuto, all’uomo che si crede eroe e, non essendolo, diventa triste pagliaccio.

Il grande tema sviluppato è quello della solitudine, dovuta non all’avidità, ma all’incomunicabilità. Verga è un narratore abile e accorto: e sa benissimo che il suo romanzo non racconta la rovina di un avido, ma il fallimento di un uomo, il progressivo rimpicciolimento dell’eroe mancato. L’intero romanzo è il racconto della frizione tra codici diversi. Mastro-don Gesualdo ama, per esempio, sua figlia Isabella: ma lei è «una vera Trao», appartiene a un mondo al quale non può accedere se non coprendosi di ridicolo e disprezzo. Lui non può che riconoscere l’irrealizzabilità di un rapporto padre-figlia; e lo fa con una metafora potentissima, icastica, semplicemente perfetta:
«Era il sangue della razza che si rifiutava. Le pesche non s’innestano sull’olivo.»
Ecco Gesualdo, mastro e don, condannato ad essere un ibrido risibile nella sua inclassificabilità. Del titano non resta che l’ombra, una pretesa che a volte ha del comico («Badate che vi sto sempre addosso come la presenza di Dio!» ripete ai lavoranti che non l’ascoltano), altre del tragico («la stessa guerra implacabile ch’era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e tutti»). Questa oscillazione costante si realizza in quel salto formale al discorso indiretto libero che, è una verità unanimemente conclamata dalla critica, costituisce la più importante innovazione narrativa dai Malavoglia al Mastro.

Tutt’intorno c’è un’intera comédie humaine, che se letta senza pregiudizi si mostra nella sua nuda, brutale attualità. Il mondo è una fiera sociale, teatro di un bellum omnium contra omnes. E la società del romanzo, vera antagonista di Gesualdo, è un vero bestiario, una spietata galleria di ritratti dai tratti variopinti e animaleschi. L’esempio più gustoso: la baronessa Rubiera, malata, è «simile a un bue colpito dal macellaio», capace di lanciare «un urlo spaventoso, come se stessero sgozzando un animale grosso». Ma si trova di tutto: vipere, gatte, scimmie, galli e galline, anatre, orsi, barbagianni, muli, vespe, cavalli, volpi e lupi. Soprattutto questi ultimi hanno un ruolo di primo piano:
«Anche oggi, laggiù, al Municipio, avete visto?... quello che vi feci dire dal canonico Lupi?...»
«Lupus in fabula!» esclamò costui entrando come in casa propria […] «Sparlavate di me, eh? Mi sussurravano le orecchie…»
«Voi, piuttosto, buonalana! Avete la cera di chi ha preso il terno al lotto!»
«Il terno al lotto? Mi fate il contrappelo anche?...»
Pura teatralità. E vale la pena ricordare, con Plauto, che homo homini lupus?

L. Ingallinella