mercoledì 17 novembre 2010

Accabadora

Accabadora
di Michela Murgia
Einaudi, 2009

164 pp.


Da conterraneo di Michela Murgia l’interesse e il piacere di recensire la sua ultima fatica, Accabadora (che è valso alla scrittrice la vittoria del premio Campiello Letteratura 2010), è doppia.
Il libro in sé è molto ben scritto: Murgia confeziona una storia efficace con una veste letteraria evocativa ma scorrevole e qualitativamente di spessore, nonostante l’utilizzo eccessivo della metafora, che risulta spesso ridondante.
Non ho apprezzato però il vero e proprio excursus del periodo torinese di Maria, che sembra realizzato per aumentare il numero delle pagine, vista la sua estraneità, a mio parere, alla storia principale, alla quale è solo debolmente collegato.
La scrittrice comunque tratteggia bene i suoi personaggi, e mette in scena una vicenda accattivante, proponendo, alla maniera di altri scrittori isolani come Niffoi o Fois, uno scorcio di Sardegna rurale, quasi indomita, descritta come una terra vigorosa e a volte ostile, che stimola i sensi del lettore con scorci di paesaggi dalle tinte forti e dalle forme corpose, e col suono così esotico e dal sapore “primordiale” della lingua sarda.

Una Sardegna ritratta sotto un velo cupo quella che si legge nel libro, un velo che viene gettato su questa terra antica, dimora di atavici rituali e di usanze che resistono al tempo, da un’accabadora. Questa figura misteriosa e ammantata di leggenda è colei che viene incaricata dalla comunità di porre fine all’esistenza di un moribondo; il suo nome deriva dalla parola spagnola “Acabar”, che significa finire.

L’accabadora è quindi, come suggerisce la quarta di copertina, “colei che finisce”. Sul rapporto tra quest’accabadora (Bonaria Urrai) e la sua figlia adottiva (“Fill’e anima”, ovvero “Figlia dell’anima”) è incentrata la storia di questo romanzo. Se il libro scorre che è un piacere, durante la lettura ho comunque riscontrato più di uno spunto di riflessione, riguardante il modo in cui il romanzo propone un’immagine della Sardegna che, per quanto affascinante, viene troppo spesso relazionata a stereotipi elevati a “trademark” (non dai sardi, intendiamoci) dell’isola.

Parlo di un modo di guardare alla Sardegna come a una terra esotica, lontana, che, come recita la stessa bandella del libro, «è un mondo antico sull’orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi». Troppo spesso la presunta distanza culturale della Sardegna conduce alla costruzione di un’immagine concepita sulla base del pregiudizio di coloro (fortunatamente ancora pochi) che non conoscono la Sardegna, ma che della Sardegna si costruiscono un modello sbagliato ridotto a quel poco che della cultura sarda riescono a cogliere: specialità culinarie, belle spiagge, mare incontaminato, antichi monoliti, e una infondata credenza che la Sardegna sia soltanto una terra di usanze antiche con le “sue regole”, fuori dal contesto geografico, culturale, e civile del resto dell’Italia e dell’Europa.

La Sardegna è anche rituali antichissimi, lingua scolpita nel tempo, prelibatezze e scorci paradisiaci che incantano e che da nessun’altra parte del mondo si trovano. Ma non è soltanto questo: è stata teatro di importanti innovazioni sul piano sociale, politico e culturale, e di molto altro. 

Con questo non voglio dire che Murgia abbia scritto un cattivo libro, o che il libro sia stato realizzato con “secondi fini”. Accabadora come ho detto è un ottimo prodotto letterario, ma ho timore che non contribuisca a scorticare certi pregiudizi dalla credenza comune riguardo alla presunta “esoticità” della Sardegna, e al suo essere avulsa dal contesto culturale intereuropeo e internazionale.

E tutto questo a prescindere dal fatto che a me piace il ritratto di una Sardegna cupa, radicata nelle sue usanze, avvolta da una cappa di misticismo, che trasporta il paese di Soreni (teatro delle vicende) in una dimensione quasi estranea allo scorrere del tempo. Così come mi piace la figura di Bonaria Urrai e il rapporto intessuto con Maria, e così come ho apprezzato l’idea dell’ "ultima madre” che l’accabadora rappresenta per chi si avvale dei suoi sinistri favori, che la rendono una figura rispettata e contemporaneamente temuta, una donna che opera fuori dalla grazia di Dio, e ciò nonostante completamente accettata dalla società.

Ma io so bene che la Sardegna non finisce con i miti e le superstizioni di paese.