lunedì 18 ottobre 2010

Il Serpente, dissoluzione di un romanzo


Il Serpente
di Luigi Malerba

Mondadori Editore,2009
I ed. 1966


Il Serpente è un libro anomalo. Si può dire di averne afferrato, almeno in parte, il significato soltanto quando, giunti all'ultima pagina, raggiungiamo la certezza di non aver acquisito nelle pagine precedenti neppure una certezza. È una storia che nega se stessa, pian piano, e alla fine si dissolve: non può essere realmente assimilata, viscida e salterina com'è. Il serpente è un serpente che implacabilmente fagocita se stesso.
Tuttavia, ad un livello più superficiale, e ingannevole, dei fatti che accadono ci sono. Non mancano neppure colpi di scena, dialoghi ottimamente costruiti, e persino un po' di tradizionale “suspance” da romanzo giallo.
Insomma, Malerba (Berceto, 1927 – Roma, 2008) condensa in questo suo secondo lavoro, pubblicato nell'annus domini 1966, quell'insieme di elementi che diventeranno col tempo suoi tratti distintivi. Innanzitutto, un umorismo freddo che agisce, più o meno sottotraccia, in tutto il romanzo («Tutti sono d'accordo che è meglio mangiare un nemico piuttosto che lasciarlo andare a male»). Attraverso di esso, l'autore scuote dalle fondamenta ogni “verità di fede”, ogni sistema di pensiero ritenuto immutabile e passivamente accettato in modo acritico. Un altro dato costante che si palesa in pressoché ogni periodo del romanzo è una decisa allergia per la logica, beffata spesso e più spesso non calcolata, gettata ai margini e sepolta dall'ammucchiarsi continuo di paralogismi, sofismi, giochi linguistici e non sensi. Il Gruppo 63, formatosi a Palermo appunto nel 1963, non è passato invano per lo scrittore bercetano. Tuttavia Malerba mantiene una leggibilità (e il discorso vale anche e soprattutto per Il Serpente) che lo rende un caso quasi unico all'interno della schiera degli “sperimentalisti radicali”. Pedullà, che allo scrittore ha dedicato un volume monografico della sua rivista (L'Illuminista), dichiara: «Malerba è nel linguaggio il più eversivo e insieme il più conservatore tra i narratori degli Anni Sessanta».
Quanto alla trama, è relativamente semplice riassumerla per sommi capi. Il protagonista e narratore cerca in ogni modo, tra divagazioni sull'amore sessuale smitizzato e ridotto a una questione di tempi musicali ed esercitazioni canore, di dare ordine al caos che lo circonda. Raccoglie ossessivamente francobolli e guarda da una prospettiva straniante e straniata i suoi giorni trascorrere. Molto presto irrompe nella sua vita Miriam, e con lei una gelosia assurda e “fredda” che agisce a livello razionale ed è pretesto letterario per dar vita a girandole di dubbi, continue negazioni e negazioni di negazioni.
Precipitato nel poco simpatico circolo vizioso dei sospetti sulla sua amante, e sul mondo tutto, costringe la donna ad una radiografia nella speranza, evidentemente folle, di trovare un riscontro oggettivo dei tradimenti su cui non nutre il minimo dubbio. La situazione precipita fino al momento in cui giunge ad avvelenare Miriam e, una volta uccisa, a cibarsi del suo cadavere. Segue la confessione a un commissario incapace di tener dietro alle ricostruzioni sghembe dell'assassino.
Il punto, però, è che questa altro non è che una delle infinite realtà, non dotata di maggior peso e consistenza rispetto ad altre mille possibili. È infatti prima negata l'esistenza di una ex moglie («Quando ho detto di esser stato sposato ho mentito»), poi quella del ragazzo all'origine della gelosia del protagonista («Quel tipo peloso non era mai esistito»), e alla fine persino l'esistenza della stessa narrazione («Adesso la storia è finita. Ma non so nemmeno se è proprio una storia»). Tutta la storia è invenzione di un mitomane che costruisce supposizioni, le nega, esterna i suoi propositi contraddittori e parla, parla incessantemente per sfuggire, forse, al silenzio che implacabilmente lo attende. Il libro si chiude con queste parole:
Non avere nessun desiderio, nessuno che parla e nessuno che ascolta, così, al buio, con gli occhi chiusi.
Non è superfluo ricordare che il silenzio che, smisurato, copre incurante di tutto ogni eccessivo flusso verbale, ricorre spesso nei successivi romanzi.
Insomma, Il Serpente è una sperimentazione sulla menzogna, ed è un giallo all'incontrario. La rete non si restringe intorno al colpevole (al reo confesso in questo caso), ma anzi quel che all'inizio è dato per certo viene smentito o comunque messo in dubbio. Privo di forze centripete, è un affastellarsi di fughe verso l'esterno. È un romanzo che si espande vertiginosamente in ogni direzione. Dopo averlo letto vi rimarrà addosso, al netto del fruscio di una logorrea senza tregua, solo una ripulsa per la 'verità', per ogni dato che si imponga come evidente. Vi rimarrà addosso, dunque, moltissimo.
Non provate ad afferrarlo però, sarebbe inutile.
Stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di una astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili.