mercoledì 8 settembre 2010

Il Salotto: intervista ad Andrea De Alberti

Intervista ad Andrea De Alberti

a cura di Alfonso Maria Petrosino

D: Sei al tuo secondo libro di poesie: dopo Solo buone notizie (Interlinea, 2007) ora Basta che io non ci sia (Manni, 2010). Che differenza c’è tra i due libri? In che misura la tua scrittura è cambiata, se è cambiata, in questi anni?

R: Ciò che è cambiato nel passaggio da un libro all'altro è che da figlio sono diventato padre, con tutto il carico di responsabilità che porta essere genitore. La scrittura non è cambiata in questi anni, forse si è solamente sollevata a pelo d'acqua, diventando meno melmosa e complicata. Si è soffermata un po' di più sulla superficie delle cose, sulla realtà che ci circonda, sulla provincia dove sono nato in continua evoluzione, senza continuamente andare alla ricerca dell'invisibile nella tana.

D: Le poesie di Solo buone notizie avevano spesso un dedicatario esplicito; Basta che io non ci sia è dedicato a tuo figlio Giacomo: qual è il tuo lettore ideale? A chi pensi quando scrivi?

R: Quando si è figli senza più un padre e con una situazione economica difficile che ti sovrasta gli amici sono l'ancora di salvezza, ognuno diventa il lettore ideale, anche un cane. Nel secondo libro l'unico dedicatario è Giacomo perché diventando padre hai bisogno di rimpicciolire il mondo per proteggere la tua creatura. Giacomo come Mennea inizia la sua corsa recuperando quello che i suoi genitori hanno perso durante la loro esistenza; è una specie di corsa invertita, Giacomo avanza recuperando (come mi ha suggerito Luca Stefanelli). Non penso a nessuno quando scrivo, quando scrivo non penso al tempo, perché so che in quel preciso momento io lo sto uccidendo, io sto vincendo sul tempo.

D: Nella splendida prefazione che introduce i tuoi testi nell’Ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2004) Flavio Santi parla di come “va[i] a riempire un vuoto”, riuscendo a descrivere il mondo della provincia in italiano e non, scelta dominante nel secondo Novecento, in dialetto. E so che ami molto Raffaello Baldini. Qual è il tuo dialetto e come contribuisce alla fattura dei tuoi versi?

R: Ho scoperto che anche Baldini era figlio di osti, è nato e vissuto in un bar, le sue storie sono nate lì, il suo dialetto frammentato come la voce dei suoi personaggi si è forse formato in un'osteria. Anch'io vengo da una tradizione simile ma il mio dialetto è stato filtrato un po' di più dall'italiano della televisione. Il mio dialetto è come il caffè che dà, o che almeno dovrebbe dare, la spinta al mio italiano.



D: I tuoi prefatori sono Angelo Stella e Cesare Segre, due accademici di grandissimo valore e fama: qual è il tuo rapporto con la critica? Quale, per quanto ti riguarda, pensi che dovrebbe essere il suo compito?

R: Il mio rapporto con la critica è molto semplice e cristallino: dopo aver scritto le poesie le faccio a leggere al critico; se al critico piacciono esce la prefazione o la recensione altrimenti tutto rimane poesia senza prefazione o recensione. Se parlo del critico di poesia penso che, citando Pasolini, sia colui che sa ma non ha le prove. Il compito del critico forse è quello di procedere verso la verità di chi scrive rispettando la propria verità.

D: Basta che io non ci sia pullula di riferimenti se vogliamo “pop” e icone dell’immaginario collettivo: si va dalla pubblicità dell’olio Cuore a giochi come Monopoli, Risiko e Indovina chi? o Shining di Kubrick: in che modo questi riferimenti agiscono con le immagini della tua memoria privata e personale?

R: Fungono da attack, per restare in citazione pop, aggiustano la mia memoria individuale legandola a una memoria collettiva.


D: Non sei un accademico, né un critico, né lavori in una casa editrice: insomma, non sei un addetto ai lavori del mondo della poesia, ma, per così dire, un poeta e basta. Pensi che sia un vantaggio o uno svantaggio?

R: Uno svantaggio, mi piacerebbe molto essere un poeta para-cool... scherzo, ma non troppo...



D: Parlare di bellezza a proposito dei versi è cosa antiquata ma allo stesso tempo, trovo, paradossalmente, senza tempo. Quand’è che pensi che un verso o una poesia siano belli? Mi riferisco sia ai tuoi che a quelli altrui.

R: Una poesia è bella quando diventa memorabile per chi la legge e fondamentale per la sua vita, se aiuta il lettore anche per pochi istanti dandogli un senso di pienezza e di tempo ben vissuto, se ha funzione fisiologica e taumaturgica, se diventa balsamo ogni volta che ti vuoi medicare le ferite.


R: Ci leggi una tua poesia?

Una inedita:

Gorilla

Noi depressi come gorilla,
con gli occhi tristi e bagnati
di chi prende importanti decisioni,
con la depressione pronta a colpire
nel terzo ventricolo subcraniale:
quello dell'ipotalamo,
del nucleo accumbens,
della ghiandola pineale,
noi depressi come i gorilla dalla schiena argentata,
dal troppo piombo e mercurio
che ci tocca sopportare,
nei cui geni c'è la traccia fossile
di bellissimi comportamenti primordiali,
noi come i gorilla ai quali,
se si riduce lo spirito competitivo,
aumentano le chances di vincere lo stress,
di sopravvivere più uniti ai morsi della fame,
noi come i gorilla
riusciremo mai ad essere più umani?