lunedì 11 ottobre 2010

Andy Warhol ed Io. Cartoline dal tempo della Pop Art di Paolo Barozzi


Andy Warhol ed Io
Cartoline dal tempo della Pop Art
di Paolo Barozzi

Christian Marinotti Edizioni, 2009
pp.193, euro 22


Dopo aver letto questo libro, colmo di riferimenti all'Espressionismo Astratto e alla Pop Art, la mia vena pseudo-artistoide è rispuntata, facendomi relazionare in modo diverso con i pannolini maleodoranti di mia figlia. Mi spiego. Se tutto ciò che è prodotto dall'uomo ed è in relazione con esso può essere e diventare arte, mi è venuta in mente l'idea di realizzare un'opera in cui i suddetti pannolini usati sono appesi ad un filo trasparente, e di denominarla, forse piuttosto banalmente, "Pioggia di neonato".

Tuttavia, devo purtroppo ammettere, mio malgrado, di non avere le fisique du role per sembrare una smilza e decadente artista, a meno di non sottopormi a pesanti digiuni...
Andy Warhol era magrissimo. Era calvo, albino, e con la pelle piena di macchie. Tuttavia tutta la sua persona sprigionava un fascino particolare, era piena di mistero, dotata di uno strano carisma. Così scrive Paolo Barozzi all'inizio del suo libro:
"Warhol era uomo chiuso e schivo, parlava pochissimo, fedele al personaggio che si era creato, voleva rimanere un mistero".
Questo personaggio, mitico e sfuggente, Andy l'aveva costruito poco a poco dal nulla. Era di umili origini, proveniva da una famiglia polacca emigrata in America. Aveva vissuto un'infanzia solitaria e infelice: fin da bambino era stato molto cagionevole di salute, e questo l'aveva portato ad isolarsi dagli altri e a vivere in un mondo di fantasia popolato dai fumetti e dalle immagini dei divi di Hollywood. La sua indole creativa lo spinse a frequentare a Pittsburg, sua città natale, il Carnegie Institute of Technology, una delle più prestigiose scuole di disegno tecnico e pubblicitario. Durante l'ultimo anno di università, nell'estate del 1949, Andy trovò un lavoro come vetrinista in un negozio di Pittsburg. Iniziò quindi il suo lavoro nel campo della pubblicità, con idee originalissime messe a servizio di alcune importanti riviste di moda americane. Dalla pubblicità all'arte il passo fu breve. Con una geniale intuizione che lo portò ad essere ancora più all'avanguardia degli espressionisti astratti, Andy introdusse la riproduzione fotografica e la stampa serigrafica nell'arte. Colui che crea doveva essere distaccato dalla sua opera; quest'ultima, inoltre, era il risultato della realizzazione della stessa immagine moltiplicata più volte, e in questo modo svuotata di significato. La molteplice riproduzione di un oggetto, oltre a svalorizzarlo, annullava le emozioni che esso può produrre nello spettatore. Erano considerate oggetti anche le persone; nella Pop Art, di cui Andy divenne l'esponente di spicco, gli esseri umani erano trattati alla stregua di merci, di pezzi di catena di montaggio, che la mano dell'artista riproduceva più e più volte. Nel grande mercato della pubblicità e della celebrità c'era spazio per tutti: "Tutti potranno essere famosi per almeno quindici minuti", era solito dire Warhol. Ben presto alla fotografia e alla serigrafia si aggiunse l'uso della macchina da presa, ed Andy si avvaleva spesso dell'aiuto dei membri della sua "corte", i collaboratori ed amici che, alla Silver Factory, contribuivano alla creazione di opere d'arte, per girare dei lungometraggi e dei film concettuali.

Il carisma che emanava la figura di Andy era tale da "catturare" chi gli stava vicino, affascinandolo in modo tale da non poter più fare a meno della sua influenza. In un certo senso, Andy era capace di manipolare le persone, così come era capace, poi, di distaccarsene freddamente. Uomini e donne giravano intorno a Warhol, cercavano di ottenere la sua attenzione, di rientrare nella cerchia delle sue amicizie. E lui, come un moderno Pigmalione, creava celebrità più o meno effimere, aumentando sempre di più il suo fascino e il suo potere sugli altri.
Andy aveva ricercato il suo potere nella divinazione e in ogni altro tipo di potere, e forse per questo nella Factory tutte le ragazze volevano sposare il magico albino e tutti i ragazzi volevano essere resi famosi da lui. Gli bastava dare un'occhiata, con quelle sue pupille quasi cieche, perchè tutto nella stanza cominciasse a muoversi e a scintillare. Come un personaggio delle fiabe di Walt Disney indossava il suo parrucchino platinato e la Factory entrava in attività: i sette nani guidati da Gerard Malanga, poeta e assistente numero uno a un dollaro e venticinque l'ora, iniziavano a darsi da fare a ritmo di rock -and- roll.

Paolo Barozzi, l'autore del libro Andy Warhol ed Io, venne mandato alla Factory da Ivan Karp nell'inverno del 1961. La singolare figura di Warhol lo colpì immediatamente, incuriosendolo ed affascinandolo. In lui nacque immediatamente un grande interesse per l'Andy Warhol artista, tanto da chiedere più volte a Peggy Guggheneim, di cui era l'assistente, di allestire una mostra che comprendesse anche le sue opere. Anche di fronte al secco rifiuto della Guggheneim, Paolo Barozzi non cessò di interessarsi alla Pop Art e ad Andy Warhol, del quale iniziò a studiare, oltre che l'espressione artistica, anche il lato umano, arrivando a cogliere i brevi momenti in cui la maschera di mistero che Warhol indossava scompariva per mostrare dei lampi di umanità: timidezza, timore, disagio. Il suo silenzio poteva sciogliersi in una inaspettava loquacità: allora appariva allegro e ingenuo come un bambino. Il telefono, la macchina fotografica, la cinepresa erano oggetti di culto per Andy, che ne faceva un uso smodato, divertendosi e coinvolgendo gli altri nei suoi progetti.

Warhol era sempre circondato da belle donne, che subivano profondamente il suo fascino, ma non aveva rapporti sessuali con nessuna di esse: per lui la sessualità era un ingranaggio complicato, dal quale preferiva non farsi coinvolgere troppo. Era meglio mantenere un ruolo di osservatore, fotografare o filmare i comportamenti sessuali degli altri. Andy si sforzava di rimanere insensibile, voleva assomigliare il più possibile a una macchina, eppure una volta, quando ascoltò alla radio la storia di un tale che si era suicidato per amore, si commosse fino all'inverosimile.

Il lato umano di Warhol rivela, accanto ai suoi atteggiamenti da divo, un'umiltà inaspettata:
...per tutta la vita Andy, anche quando divenne una celebrità, non smise di assistere alla messa regolarmente e, in segno di umiltà, andava a volte a fare le pulizie nei ricoveri per anziani.
Il libro è pieno di questi aneddoti, alcuni dei quali riguardanti avvenimenti vissuti in prima persona da Paolo Barozzi, altri a lui riportati da amici e conoscenti che Paolo, data la sua intensa attività di gallerista e la sua passione per l'arte, aveva in comune con Warhol. Molto interessanti sono i riferimenti all'arte degli anni Cinquanta e Sessanta, dominata dall'Espressionismo Astratto prima e dalla Pop Art in seguito, dall'esplosione degli happening come momenti intensi di creazione ed espressione artistica. Leggendo queste pagine si entra come in un vortice elettrizzante di avvenimenti artistici, vernici, mostre, esposizioni, celebrità e personaggi famosi, frasi celebri, opere d'arte.

I personaggi eccentrici e creativi, capaci di entrare nella leggenda, mi hanno sempre affascinato profondamente, e suscitato in me propositi di emulazione. Forse anch'io indosserò una parrucca platinata; quel che è certo è che, dopo la lettura di questo libro, mi metterò al lavoro per realizzare l'opera di cui parlavo all'inizio di questa mia recensione, e che per farlo mi servirò dell'immancabile contributo della mia giovanissima collaboratrice. Sempre che qualcuno possa capire ed apprezzare la mia "arte".

Irene Pazzaglia