martedì 12 ottobre 2010

Una storia d'amore

America primo amore
di Mario Soldati

Sellerio, 2003
pp. 344, euro 11



America, giovanile errore. Mario Soldati si imbarca a Genova nel 1929 alla volta di New York. Era novembre e durante la traversata la radio parlava di quel “venerdì nero”, quel colossale crollo borsistico che metteva fine alla «prosperity», apriva la crisi e preparava la seconda guerra.
Il giovane Mario, laureato in storia dell’arte, aveva ottenuto una borsa di studio per la Columbia. E partì.
Era l’epoca degli «hold-ups», del proibizionismo, degli «speakeasies». Miseria, disoccupazione, mendicanti per le vie. Il cinema sonoro appena inventato, Janet Gaynor la stella più in voga.
Appassionatamente e parlandoci preziosamente, Soldati ci guida per le avenues, ci porta a Times Square, ci fa notare tutto ciò che di assurdo hanno gli americani agli occhi di un europeo. Ma l’America è l’America, e solo il fatto che per sineddoche gli Usa diventano America ci fa capire che è un’idea più che una terra. Quando si arriva lì e si vedono i grattaceli, si dimentica casa propria, e l’essere americano prepotentemente entra dentro di noi, “quella forza mistica e quel fanatismo con cui sbarcarono i Padri Pellegrini”.

Allora si crea nell’emigrato quel complesso di inferiorità di non essere “a citizen” di non avere quella forza, la «resiliency», di darsi sempre e comunque da fare. In America non si hanno quelle accortezze italiane per un fratello beone, una pecora nera della famiglia. In America ci si guadagna da vivere, con ogni lavoro. Non c’è dietro quella famiglia, quell’istituzione che in Europa è il fulcro di tutto. La domenica non si va a casa degli zii, non si va a pranzo dalla nonna. Lei è sposata nell’Oregon, suo fratello studia al college, i genitori sono a Philadelphia, la zia è sposata a Toronto.

Al giovane borsista italiano allora non rimane che conoscere questo grande sogno. L’etica puritana, la distanza nel gusto e nella cultura che li separa dall’Europa, le ragazze. Barboni, rapine, emigrati tristi che hanno dimenticato l’Italia e la sognano. Professori di letteratura che sono un insulto alla letteratura. La donna di casa che apre la scatola di carne e fagioli lessi e dà da mangiare alla famiglia e poi infila piatti e posate nella lavastoviglie. Anche Mario cerca lavoro, perché si sente in colpa a bighellonare. Lavora nello squallido bar dell’Università ma si rivela inadatto. L’America vera per lui arriva dal Colorado quando da Denver lo chiamano per ciclo di conferenze: 500 dollari.

E poi c’è il cinema. Tutte quelle storie che farebbero ridere un italiano per la loro assurdità, ma che rapiscono l’Americano, che lo prendono e lo portano nella pellicola. Un Americano vive in quelle storie, una ragazza americana sogna su quelle storie la sua vita. Quel cinema, spesso solo di narrazione e senza autore ha però la capacità, a volte, di essere altamente corrosivo. Riesce a sferrare una forte critica alla società e magari nemmeno chi l’ha costruito è in grado di cogliere. In Europa non si sarebbe stati così incisivi, perlomeno non in maniera così diretta.

E gli immigrati Italiani?
Tagliati fuori dall’America come dall’Italia, hanno riprodotto, cristallizzato, tra l’Hudson e Long Island, la mentalità e la società italiana come erano all’epoca della loro emigrazione. Troviamo così a New York, conservata quasi sotto campana di vetro, la mentalità di un barbiere di Catania verso il 1890.
I “trapiantati” di Prezzolini per intenderci, che in quegli stessi anni anche lui era a New York. E poi c’è il cosmopolitismo del Subway. Sixth Avenue: la “fiduciosa Gerusalemme delle miserie europee”.

C’è molto di quell’America giovane e vitale, ma anche povera e di strada, che si apprestava a conquistare l’Europa con la sua democrazia, con la sua libertà con quell’idea che se si parla di speranza e di sogno allora si sta parlando di America. Ma intanto gioca a fare l’Europa, con la spavalderia di essere America.

Soldati prova un misto di repulsione e attrazione per tutto ciò, per questo suo tentativo (non riuscito) di emigrare di accettare in tutto e per tutto di essere «a citizen». Ma è comunque stata la storia di un lungo amore.

F. Mercanti